Ringrazio Viola Amarelli di avermi mandato questo libro. Lo avevo già letto, salvo revisioni, nella sua forma di ebook edito da Vico Acitillo, ma siccome sono della vecchia guardia questo tangibile dono di carta mi dà altre emozioni (Notizie dalla Pizia, Lietocolle 2009)
In questo libro voci di donne. Donne che danno notizie di sè, non di altri e per altri. Donne che non mediano nessun sacro, non sono strumenti di un dio, perchè la loro voce non è quella di qualcuno che le possiede, come la Pizia classica, e le attraversa. E - in virtù di questo e non ostante questo - emettono messaggi che, se necessitano di qualche interpretazione, però poi "notificano" uno stato, un livello di presenza, una identità multipla (di molte donne) e insieme singolare, emblematica. In questo senso Amarelli "è" la Pizia (una Pizia molto laica, molto moderna, anzi surmoderna in questo suo manipolare e contaminare un linguaggio mimeticamente aulico, nel cercare una "classicità" che non è affatto gioco letterario), in quanto attraversata da una diffusa condizione femminile o, più semplicemente, umana. Che qui afferma e si afferma, piuttosto che rispondere a domande, a meno che non siano quelle implicite di chi vuole capire le cose attraversando i sensi della poesia, la sua ironia, la sua indefettibile fiducia nella parola e nella sua liturgia - ripeto - laica. Se c'è una divinità (come dice giustamente Sebastiano Aglieco altrove) essa risiede anche nella materia, nel lavoro, nel quotidiano, insomma nella vita stessa, di cui le donne sono crocevia essenziale.
Questo tipo di approccio è congeniale ad Amarelli. Sfogliando i miei "pizzini" virtuali mi accorgo che la Pizia aveva già cominciato a parlare in "Encausto", un ebook sempre per Vico Acitillo, non so se poi confluito altrove:
Fertilità
Genero senso
significo il respiro
nel tempo e spazio che mi è capitato
conto su orthos e logos
come posso
conosco le sconfitte
me ne fotto.
M'impiglio e disincaglio
seguo corrente
fluisco la potenza
scorro celata dentro l'ineffabile
frullo maciullo
scruto l'indicibile
l'orme affioranti
i fili del discrimine.
Genero senso
limpido sia il caos
dato che fosco è l'ordine vigente
vale mia norma la vostra
senza tema
genero senso,
mestruo.
Appunto, "genero senso". Logos, che si gonfia e matura in questo libro di cui Amarelli è, come si è detto, Pizia (interprete, tramite), ma anche corifeo, di quella identità multipla (e quindi politica) di cui dicevo prima, che si esprime e lotta "come può", per enigmi e agnizioni a cui le donne ci hanno educato. In ciò il libro è antilirico, per quanto sia d'accordo con chi ammira i passaggi lirici di cui Viola è capace, semplicemente perchè l'autrice è indistinguibile dalla sua stessa materia poetica, c'è, è qui dentro, ma è auctor, cioè - scolasticamente - guida e testimone di queste voci poetiche, garante della loro verità (g.c.)
Estratti di questo libro sono già presenti in vari siti. Pubblico qui solo i testi di chiusura, ampiamente sufficienti per farsi un'idea del suo valore e significativo epilogo di quanto già noto.
Alla fine mi hai concesso l'album, che,
Appena aperto, mi ha scombinato.
Tutte le tue età
In lucido o in opaco su erti fogli neri!
Troppa pasticceria, e troppa sostanza:
Immagini così nutrienti da ingozzarmi.
Strabico mi avvento su una posa dopo l'altra:
Con le treccine e un gatto restio stretto in braccio;
O adorna tu di pelliccia, il giorno del diploma;
O con la mano a rialzare una rosa pendula
Dal graticcio fiorito; o con il cappello da uomo
(Un po' inquietante, questa, per molti versi).
Da ogni Iato tu attenti al mio controllo,
E anche con quegli sgradevoli tizi
Che s'aggirano disinvolti fra i tuoi anni verdi:
Nell'insieme, direi, non certo alla tua altezza.
Ma la fotografia! Fedele e deludente
Quanto nessuna delle arti, che registra come insipidi
I giorni insipidi, come finti i sorrisi a comando,
E non censura presenze incongrue tipo un bucato steso
O la pubblicità di una marca di colori,
Che svela la riluttanza del gatto e ogni piega
Di un doppio mento, oh quanta grazia
Con l'istantanea riversa sul tuo viso!
Mi convince perentoria che qui c'è
Una ragazza vera in un posto vero
Empiricamente reale in tutti i sensi.
O è soltanto il passato? Quei fiori, quel cancello,
Quei parchi brumosi, quelle auto ci straziano
Solo perché non ci sono più; e tu
Mi stringi il cuore con la tua aria datata.
Sì, certo; dopotutto però noi non piangiamo solo
Per quello che è ormai escluso, ma perché l'esclusione
Ci fa liberi di piangere. Sappiamo che ciò che fu
Non verrà a chiederci di giustificare
La nostra pena, per quanto urlata sopra
II gran vuoto fra l'occhio e il foglio dell'album. Resto così
A rimpiangere (sicuramente senza effetto)
Te in equilibrio sulla bicicletta contro una staccionata,
A chiedermi se ti accorgeresti del furto
Di questa di te che fai il bagno; a condensare,
Insomma, un passato che nessuno ora può dividere con te,
Di chiunque sarà il tuo futuro; fermo e impassibile
Ti tiene come un cielo dove tu stai,
Invariabilmente bella, più piccola e più chiara
Man mano che passano gli anni.
Se Henry Chinaski (cioè quello straordinario ubriacone di Heinrich Karl "Charles" Bukowski) e Fabrizio De André si fossero mai incontrati in qualche bar intorno al porto di Genova, probabilmente si sarebbero raccontati storie come queste, stringendo gli occhi al fumo delle loro sigarette. Un incontro impossibile, o immaginabile solo tramite la letteratura, o il sogno di un poeta come Massimo Pastore, di cui Bukowski è in effetti il nume tutelare. Non solo in quanto poeta, ma anche e forse di più come narratore, appunto, di storie, che recuperano pezzi di vita, pubblici o privati, con un linguaggio che alla vita (o a come si presume la vita parli) assomiglia. E poi magari questo linguaggio, anzi questa lingua proprio nel senso saussuriano, si addensa in forme chiuse e metriche o ripetizioni/ritornelli che - appunto - funzionerebbero benissimo musicate (v.ad esempio in Gesù dei carruggi, ma anche le inedite qui in calce). Perchè "lingua"? Perchè Massimo è giovane (è del 1978), e quindi con un pò di rabbia e di rivolta addosso e con qualche spinta dentro uguale e contraria. Così che a volte ricorre a un linguaggio condiviso, "giovanile", a un codice che, a volte pigiando sul pedale degli effetti, di disillusione e sfiducia deve avere il sapore. Ma anche, ecco, di malinconia un pò rimbaudiana un pò romantica, per cui anche il colloquiare quotidiano, il mimetico balbettio degli ubriachi, il parlare di tutti i giorni al bar (magari della "carogna" che ci sta sulle spalle, degli amori in attesa o persi, del popolo che sfila nei carruggi) vira verso un'aria lirica e limpida che tutto contiene, che sa di mare, che vignetta le storie e le inquadra come in una striscia di Corto Maltese. Con una certa varietà di registri, corti o lunghi al bisogno, con il controllo (non sempre perfetto ma spesso molto buono) della propria ispirazione, dei mezzi stilistici, delle buone vecchie figure retoriche, del ventaglio lessicale disponibile, Massimo compone piccole partiture, ma niente affatto minimaliste o bozzettistiche, proprio perchè non hanno questa pretesa, non vogliono essere emblematiche, rispondono al doppio bisogno di chi scrive e di chi legge. Il segreto infatti è raccontare cose note e lo stupore di esse meglio di quanto farebbe il lettore. E non è poco.
GESÙ DEI CARRUGGI
Credimi, l’astio e il malcontento
Si mischian ai sorrisi, ai marinai,
e camminan a braccetto sottovento
tra i carruggi ed i vinai,
credimi ti perderesti fratello
seguendo il polline del mare
che dalla lanterna come un uccello
vola portandone odor di sale
e magari potresti incrociare
la stanza di maria, sorriso messicano
un culo tondo da baciare
ed un gemito disumano
o magari ti troveresti per mano
in una strada piccina
tra l’africa e un napoletano:
“guagliò hascisc o cocaina.”
Credimi, l’astio e il malcontento
Si mischian ai sorrisi, ai carabinieri
E camminan a braccetto sottovento
Tra i carruggi e i negrieri
E potresti trovare tra chi muore di fame
Tra la rumenta e gli alcolizzati
Tra le briciole di pane
E il sorriso sdentato dei drogati
Gli occhi neri di un bambino
Profumo d’africa, elastici come caucciù,
suo padre è un assassino
e lui è dolce, lui è gesù.
I marinai salpano l’ancora e le mutande
Arrossisce il sole con mille forme
Pare proprio una festa di ghirlande
Mentre il figlio dell’assassino, gesù ora dorme.
Annalisa Cima , pittrice, poetessa, scrittrice, è nota ai più per essere stata l'ultima musa di Eugenio Montale, che aveva incontrato nel 1968, nonchè di essere "erede" e curatrice del "Diario postumo" montaliano, tanto famoso quanto oggetto di critiche e dubbi, sopratutto da parte di D.Isella, studioso storico del poeta ligure, e di altri tra cui Raboni. Come si ricorderà Eugenio Montale, anche per sberleffo nei confronti della critica, aveva scritto e firmato 66 poesie, alcune delle quali dedicate alla stessa Cima. Le aveva poi suddivise in 11 buste disponendo la loro pubblicazione a partire dal quinto anno dopo la sua morte, al ritmo di 6 poesie l'anno. Alla prima pubblicazione, avvenuta nel 1986, vennero però aggiunte alle prime 6 altre 18 poesie rinvenute casualmente da Annalisa Cima. Da questa circostanza partì una aspra polemica, trascinatasi a lungo, circa l'autenticità di questi ulteriori testi attribuiti a Montale, presenti anche nell'edizione definitiva del "Diario", avvenuta nel 1996.
Pubblico qui alcuni testi di Annalisa Cima tratti dal suo primo libro, "Terzo modo", pubblicato da Scheiwiller nel 1969, riguardo al quale Eugenio Montale aveva scritto la presentazione riportata in calce, in cui definiva il libro "inquietante", forse riferendosi proprio alla poesia "Contestato il sistema", piuttosto trasgressiva per l'epoca, e al "terzo modo" sotteso a tutta la raccolta. Scritto nel 1969 e destinato al "Corriere della sera", il testo montaliano era rimasto nel cassetto per richiesta dell'autrice. Verrà inserito solo nella riedizione del libro fatta da Il Melangolo nel 2006. Vale la pena di rileggere alcune di queste poesie che suscitarono l'interesse ma anche la perplessità un pò borghese di Montale, testi di una irruenza giovanile poi sfumata, a mio avviso, nelle raccolte successive della Cima, tranne forse nel suo secondo libro ("La Genesi e altre poesie", Scheiwiller, Milano 1971).
Izabela Filipiak, scrittrice, poetessa, saggista, è nata nel 1961 a Gdynia in Polonia. Dopo un soggiorno negli Stati Uniti negli anni '80 come rifugiata politica, è poi tornata in Polonia per partecipare alla rivoluzione letteraria post-comunista, diventando nei successivi anni '90 un'icona femminista, fino alla sua pubblica dichiarazione di omosessualità nel 1998. Ha insegnato scrittura creativa e pubblicato diversi libri di narrativa, saggistica e poesia, spostandosi poi nel 2003 in California dove è attualmente professore associato all'Istituto di Slavistica e Letterature dell'Est europeo a Berkeley. I temi più ricorrenti nel suo lavoro, che risente di influssi nordamericani, sono l'esclusione, la modernità, il genere, il disagio sociale, l'omosessualità.
da I. Filipiak, Madame Intuita, a cura di A. Amenta, Heimat Edizioni Salerno 2007. Fonte: eSamizdat (www.esamizdat.it), che ringrazio.
(e' possibile reperire gli altri poeti dell'est cliccando sul tag "poeti dell'est")
MADAME INTUITA
Tutta la vita come un corso di second language
un mucchio di sacrifici da emigrante e alla fine
non sono mai riuscita a sbarazzarmi dell’accento
lo riconoscevano con mio disappunto
nonostante mi sentissi assimilata
come si deve: e dunque, tanto sforzo per niente?
Così scoraggiata in segreto
da me stessa
ho iniziato lezioni di conversazione
di effimero linguaggio ma anche qui
parlo con un accento
persino più forte perdo
il filo e le connessioni è inevitabile
Potrebbe chiamarsi materno eppure io
non ho una madre, ma solo qualche favola e mito
– stai guardando il ballo di una donna
distratta su una fune – cadrà?
si afferrerà a qualcosa? il ricordo annotato
dei suoi sbalzi d’umore e della loro fine
non invoglia molto alla scioltezza di parola
La lingua lontana eppure vicina è come acqua
scivola tra le dita un attimo dopo di nuovo vuote
e rugiadose lascia un retrogusto di piacere cristallino
mentre come un poeta del primo rinascimento
assaporo la struttura elaborata del latino
il suo ammirevole e logico contenuto
Nei concorsi retorici sono avvantaggiata
dalla lingua delle classi colte Solo la mancanza di prudenza
si discosta dalla più giusta delle regole
che l’origine fin troppo incerta
va cancellata con uno studio zelante
anche se non svanirà mai
Insicura di me stessa smetto di parlare
ascolto soltanto afferro i suoni
un torrente montano cadendo giù per le rocce
svanisce come battito irregolare come ritmo come eco
come un folletto – ora son qui e ora non più
prima che riesca a ridere mi addentro carponi
in strati di dolore e di danno – che devo farne?
Un’altra voltami imbatto in stralci di lettere in racconti interrotti
Allora collego i fili faccio chiarezza nel disegno
Guardo soltanto sono felice non dico niente
per non spaventare neppure col respiro la figura sul ciglio
Segnalo due eventi poetici in Toscana nei prossimi giorni. Il primo è "Ai margini del bosco 2009" a Castiglioncello (LI) dall' 11 al 14 prossimi. Letture, incontri, musica con, tra gli altri, Elena Salibra, Tiziana Cera Rosco, Martino Baldi, Chiara De Luca, Alessandro Ceni, Simone Molinaroli, Gianni d'Elia, Franco Loi, Azzurra D'Agostino, Roberto Bacchetta, Franca Grisoni. La manifestazione è a cura di Armunia Festival Costa degli Etruschi, il programma è reperibile qui.
L'altro evento riguarda la serie di incontri e dibattiti su e intorno a Piero Bigongiari, nell'ambito del Festival delle Arti dell'Antica Badia, presso la bellissima Badia di S. Savino a Montione di Cascina (PI). Il 13 e il 14 giugno si parlerà di Piero Bigongiari e del suo ambito culturale, prendendo spunto dalle sue parole chiave, conoscere, amare, dolore, rischiare, leggere, stupore, bellezza. Saranno presenti, tra gli altri, Vincenzo Arnone, Paolo Fabrizio Iacuzzi, Elena Salibra, Franco Zangrilli, Franco Loi, Sergio Givone, Davide Rondoni, Gianfranco Lauretano, Fausto Ciompi. Il programma completo è reperibile qui.
Anniversari, ricorrenze. Che la ripetizione dei ricordi giovi, come diceva un vecchio detto latino, non è ancora provato. La storia raramente insegna, gli errori dell'uomo tendono a ripetersi. Tuttavia il ricordo può essere consapevolezza, cognizione del dolore, parte di una memoria più individuale che collettiva, parte cioè della identità di ciascuno, della sua propria cultura.
Parole e tragedie si mescolano, senza integrarsi. Povertà, guerra, lotte tribali, persecuzioni, pulizie etniche, fame, disastri ambientali . E poi frontiere, migrazioni, clandestini, naufragi, sbarchi, sfruttamento, respingimento. Le parole e le tragedie non trovano soluzioni accettabili nella politica, la poesia esprime a suo modo il suo sentire civile, cercando “le parole dal profilo elevato d’utopia / le parole di esortazione, aria nella mano / in direzione dei limitari del coraggio” (g.c.)
Ogni civiltà si costruisce contro sé stessa e si inventa dei muri dietro ai quali contenere la sua brutalità. Più di altre, la cultura cosiddetta occidentale è insieme una forza di liberazione e di alienazione; essa si estende al resto del mondo con il prestigio e la violenza della sua scienza e della sua tecnica. E’ un Giano, di rado placato e sempre pronto a rivelarsi mostruoso, anche quando la sua faccia più fosca resta invisibile agli occhi di quegli stessi di cui essa è immagine. Renaud Ego, nato nel 1963, mostra in questo poemetto, come aveva già fatto ne Le Désastre d’éden (Paroles d’aube, 1995), che non c’è terra più straniera, più inaccessibile di quella in cui si vive, tanto essa è simile all’ombra di sé, al di sotto della quale non si salta. La lingua straniera che forgia il poemetto inventerà una nuova distanza, cioè la condizione di un vedere senza veli e di una libertà nuova? (nota redazionale, fonte: La pensée de midi, n. 5-6, autunno 2001)
Porte che danno sulla strada
1
Nodi stradali parcheggi illimitati su un residuo di verde
città magnifiche sono diventate obese
l’untume dell’epoca vi trabocca dappertutto
cianfrusaglie gadgets vesti vettovaglie
che occhi lappano e altri occhi sorvegliano
che è questo specchio dove tutto riflette mancanza
Coraggio nel fondere simbolo e suono trovando un linguaggio non già codificato ma personale nella sua espressione più piena. La formula sperimentata da Silvia Comoglio non ha equivalenti culturali di riferimento: l'autrice dà vita a trame leggere con grande, squisitagrazia immaginativa offre al lettore la sensazione di potersi avvicinare, per semplice abbandono sensoriale, all'infinito. Quella che si sprigiona da Ervinca è una poesia che si pone come momento di rottura sia nei confronti del linguaggio riconosciuto come codice culturale condiviso, sia nei confronti della tradizione poetica a matrice classica. Le poesie di questa raccolta sembrano, per l'uso che si fa di simboli e spazi, calligrammi estesi a rappresentare l'infinito e non più solo il figurato e, anche nello sguardo primo che precede la lettura, hanno il merito di suscitare nel lettore un' eco sensoriale.Ma, cito dalla nota di lettura, “Ervinca non si risolve solo in questo. E' un mondo in cui chi vuole può addentrarsi, provare a scoprirlo e decidere cosa sia. Tenendo però sempre presente che in Ervinca hanno un ruolo importante il suono e la ricerca fonetica, perché il suono è il tempo che continua, la vita che non si arresta”. (Maeba Sciutti)
Dalla sezione Del sogno
: → sono - solo boschi
di sogni - sottopugni: sono notti
di vento - di cristallo, di -
pépe che mi giuri
di vénto – di cristallo...
I sogni, Iervinca, sono quattro
sull' álberodei forti: quattro dove vedi
tutti i tuoi bugiardi: l'ora - e il sonno e -
dove ti ho visto ed ho parlato,
dove - ti ho visto
secondo chi ti ho fatto, < secondo
cos'ho visto, e dove - ti ho parlato...
... mi baciava - di nótte - buio e testa -
sulla barba - già cattiva: sull' ómbra - a mala bestia - di
chi sogna - e mi tradisce: → < Re che passa
se muori - benedetta...
... dópo - dopo i tétti! viéni ancora a sogno, a -
vedérmi - dove sono → dove allungo
la tréccia - di topino! e -
Natàlia Castaldi ha voluto gentilmente pubblicare e commentare cinque miei testi sull'interessante blog di letteratura e pensiero "Filosofi per caso", che lei gestisce insieme ad Antonella Foderaro e Abele Longo. La ringrazio di cuore, anche di quello che ha scritto in quella sede.
<< Presentare delle poesie in modo oggettivo e distaccato, non filtrato dalla propria lettura è quasi impossibile e anche questa breve presentazione potrà apparire come una sorta di captatio benevolentiae nei confronti dell’autore.
Per raggirare l’ostacolo dell’ “ottica personale” voglio iniziare la mia lettura da una “chiusa” ad una sua poesia, che mi pare costituisca una vera e propria dichiarazione d’intenti:
Ho letto le prime cose di Daniele Santoro ("La vellutata luce") su "La dimora del tempo sospeso" di Francesco Marotta (v. qui). Avevo lasciato un piccolo commento. Da quello riparto per alcune brevi considerazioni su questi "Dolori". Là dicevo, con la necessaria sintesi imposta dal mezzo blog, di una visione perseguita con una certa determinazione e coscienza, anche tecnica, di qualcosa che trascende la realtà, con mezzi stilistici che Marotta aveva definito "gli specchi della tradizione", cioè sostanzialmente una prosodia con forti richiami al canone italiano, usati però insieme con consapevolezza e senza soggezione. In questi testi la visione, direi filosofica, resta, ma è orientata verso un orizzonte più terreno (gli dèi sono morti, il dolore è tutto umano, come tutta umana è la violenza verso altri uomini, gli animali, la natura, la parola stessa) in cui la morte è sempre presente, come esito e come condizione ineludibile e la violenza a tratti si scopre di una banalità harendtiana (v. la chiusa de "L'ufficiale di Hiroshima"). Il variare della prospettiva conduce al variare dello stile (che là preferivo), molti meno specchi della tradizione (ma ci sono), più linguaggio narrativo a volte dolente a volte tragicamente ironico, il senso generale di una cronaca (nel senso più antico e meno effimero del termine, e Appiano anche qui non è un caso) con echi da Spoon River ma anche (e alludo alla bella "L'esecuzione", per molti versi sorprendente) del Michel Foucault di "Sorvegliare e punire", se mi si passa questo accostamento un pò funambolico tra il porco e il povero François Damiens. Insomma la Storia, piccola o grande che sia, vera o verosimile, come campo poetico di riflessione sul dolore.
Sulla sofferenza non si sbagliavano mai,
I grandi pittori: come capivano il posto che occupa
Fra gii uomini, e il suo prodursi mentre c'è qualcun altro
Che mangia, o apre una finestra o passa di lì sbadato;
Mentre riverenti gli anziani aspettano fervidi
La nascita prodigiosa, ci saranno sempre
Dei bambini che non tengono al compiersi dell'evento
E pattinano sullo stagno ai bordi del bosco;
Mai dimenticarono, i maestri,
Che anche il martirio più tremendo deve aver corso
Comunque in un angolo, un luogo dimesso
Dove i cani fanno la loro vita di cani e il cavallo del carnefice
Si gratta l'innocente deretano contro un albero.
Nell'Icaro di Brueghel, per esempio: ogni cosa si distoglie
Tranquillamente dal disastro; l'aratore
Può aver udito il tonfo, il grido desolato,
Ma per lui non è una grave iattura; il sole
Splende come deve sulle bianche gambe lì lì per sparire
Nell'acqua verde; e la nave preziosa che certo ha visto
Il fatto sconvolgente, un ragazzo a capofitto giù dal cielo,
Ha la sua destinazione e calma continua a veleggiare.
(traduzione di Vanna Gentili)
Musée des Beaux Arts
About suffering they were never wrong,
The Old Masters: how well they understood
its human position; how it takes place
while someone else is eating or opening a wîndow or just walking
dully along;
how, when the aged are reverently, passionately waiting
for the miraculous birth, there always must be
children who did not specially want it to happen, skating
on a pond at the edge of the wood:
they never forgot
that even the dreadful martyrdom must run its course
anyhow in a corner, some untidy spot
where the dogs go on with their doggy life and the torturer's horse
scratches its innocent behind on a tree.
In Brueghel's Icarus, for instance: how everything turns away
quite leisurely from the disaster; the ploughman may
have heard the splash, the forsaken cry,
but for him it was not an important failure; the sun shone
as it had to on the white legs disappearing into the green
water; and the expensive delicate ship that must have seen
something amazing, a boy falling out of the sky,
had somewhere to get to and sailed calmly on.
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