Dall’ombra all’ombra: variazioni percettive, alterazioni cromatiche, mutazioni temporali, mutamenti interiori. La fluidità del senso non si lascia mai arrestare: trapassa nei flussi della voce che lo enuncia e nella cui grana si incarna, si trasfigura in petali declinati in irriducibili movenze del rosso: magmi carminio, carni porpora, fiamme scarlatte, ondivaghi tessuti. Calligrafie enigmatiche – ulteriori varchi – affiorano, trascolorano, vaniscono. Una frase musicale di viola, bianca di bruciata passione, arabesca l’ultima declinazione in alba del cuore. (nota da www.frattaroli.eu)
L’opera
video che Rita Florit, scrittrice e autrice di video, ha realizzato
insieme ad Enrico Frattaroli, autore di opere teatrali, acustiche e
visive, rappresenta lo scorrere del sangue attraverso i vasi sanguigni
sovrapponendolo al fluire stesso del mondo, della natura e dei pensieri
umani.
Si tratta di un lavoro semplice quanto incredibilmente solenne, che
rimanda all’eco delle più antiche culture, in particolare alla
giapponese, grazie agli ideogrammi che compaiono rosso su rosso nella
creazione della suggestione di uno scorrimento fluido simile a quello
di un panneggio di sostanza organica. Il rapporto costante tra micro e
macro permette allo spettatore di entrare e uscire, di sentirsi parte
in causa e di vedersi, allo stesso tempo, come dal di fuori. Ma se
l’immagine rimanda decisamente alla cultura orientale, il testo e la
voce recitante assumono la valenza costante di un’eco proveniente dal
passato, dal rimosso, un dimensione di costante evocazione. (nota di Francesca Pietracci da melangearte.splinder.com)
Da vedere anche l'intensa nota di lettura che ne ha fatto Alfredo Riponi (v. qui)
Vladimír Holan ([Boemia] 1905\1980) è creatore di una poesia di ardue visioni interiori e di straordinaria densità metaforica. Dopo la prima raccolta di versi Il ventaglio delirante (1926) maturata con originalità di scrittura e di temi nel clima del poetismo, si tenne in disparte dalle correnti letterarie contemporanee. Fece una scelta di autoreclusione, a partire dall'ultima guerra fino alla morte, nella sua casa nell'isola di Kampa (Praga). La sua poesia è densamente intellettualistica, ricca di metafore oscure e cristalline, tesa a distillare i nuclei metafisici del rapporto tra uomo e realtà: Trionfo della morte (1930), L'arco (1934). Dopo la guerra e l'occupazione nazista si volse verso una maggiore affabilità, raggiungendo a tratti una semplice e grandiosa eloquenza epica: Primo testamento (1940), Terezka Planetova (1944), Viaggio d'una nuvola (1945), Ringraziamento all'Unione Sovietica (1945), Requiem (1945), Soldati rossi (1956). Dopo questa parentesi H. abbandonò definitivamente i temi politici e tornò, approfondendole, alle sue ardue visioni interiori. Nel poema Una notte con Amleto (1964) gli incubi della fantasia del poeta parlano per bocca di una stralunata reincarnazione dell'eroe shakespeariano, in un frenetico sovrapporsi di tempi storici e di motivi mitici e etnologici. Negli ultimi anni ha scritto: Ma c'è la musica (1968), Un gallo a Esculapio (1970), I documenti (1976), Ovunque è silenzio (1977). Pur nel suo itinerario solitario e singolare, la poesia di H. che è una delle migliori espressioni della lirica del secolo, dimostra una spontanea contiguità con alcune costanti della poesia ceca: la tensione barocchista con i suoi possibili sbocchi surrealisti; l'ispirazione notturna che ha il massimo esempio nell'opera di Mácha e che in H. è soprattutto compresenza di morte e di vita, presenza occulta della morte come matrimonio della vita. (fonte: www.zam.it)
La traduzione è di Serena Vitale. I testi sono tratti da "Poesia Due", Guanda 1981. Gli originali sono stati omessi per difficoltà tipografiche, ma sono a disposizione di chiunque li richiedesse.
da In progresso
INCONTRO I
Dove va quella bambina? Con i capelli che la riga divide su rate di strappati orecchini, con la pagella del primo semestre di ingiustizie e zoccoli suolati di bara - va dal sesso cieco di un'aliena canzone verso un'ancòra lontana, indelicata, astiosa notte dei semi sulla terra così dura dei sentimenti umani.
Era la terra in mezzo ai mari un circolo imperfetto di poche montagne e di altipiani profonde valli strette senza spiagge con golfi di scogliere e con archi di pietra fra le pietre notturne del principio vulcanico.
***
C'erano stati il fuoco e l'eruzione sotto il mare il portentoso muggire del toro avvinghiato nel centro di un'insolita stella senza luce la luce nel suo grembo marino teso e pregno gemendo nel partorire una cuspide intera di tormentate rocce senza fiumi o sorgenti senza spiagge né coste di dolcezza montagna senza pace la valle stretta e quegli archi di pietra sul mare dell'origine.
***
Poiché ancor prima dell'eversione c'era stata la calma millenaria sommersa appagata nel sonno privo d'aria nel silenzio profondo scrupoloso dell'Angelo piegato la testa nascosta fra le ali a doppio paio a doppio bianco sconfinato in così lunga attesa in tanta mestizia persistente.
E' uscita una mia plaquette (Camera di condizionamento operante, L'Arca Felice, Salerno 2009, collana Coincidenze), con prefazione di Mario Fresa e illustrazioni di Roberto Matarazzo, che ringrazio per la loro gentile attenzione. Più che di una silloge si tratta in realtà di uno smilzo poemetto in cui la situazione dei rapporti, tra persone ma anche tra riti sociali, prende atto del fatto che nessuno può agire senza essere a sua volta agito, o condizionato, come avviene appunto sperimentalmente in una camera di Skinner. Si verifica in altre parole "l’interdizione e la confutazione di ogni speranza possibile", come dice acutamente Mario Fresa. E' questo il limite della libertà, o dell'espressione, limite temo invalicabile, come era, da un punto di vista più "sociale" e foucaultiano, in un altro poemetto, "Sinossi dei licheni" (v. qui). Tuttavia ritengo che una speranza in realtà esista, almeno finchè faremo un tentativo di definire poeticamente il nostro esistere. Pubblico qui di seguito uno dei testi (*):
L’acume di che parli si spinge oltre le braccia incrociate in spazi indifendibili, oltre i nodi delle piante puntute, i confini proprietari dei giardini. Risponde per me il merlo beffeggiatore 1 fugge a innocui rumori, divaga, irride a falsi movimenti colti appena dalla fòvea gialla. L’acume, come un notturno metallico che trapassa il timpano, spinge ancora più lontano chi fugge, con il gorgoglìo acquoreo di chi affonda, le spalle voltando alla superficie. Il ferro delle parole non giunge, non giunge implorazione né blandizie. Lacrime allargano cerchi senz’eco su quella stessa superficie, come mine di profondità pietose.
1 W. Faulkner, La paga dei soldati: in realtà F., nelle sue magnifiche descrizioni d’ambiente, parla di un tordo beffeggiatore (Mimus polyglottus, engl: mockingbird) e non di un merlo
Illustrazione: E. Hopper, Room in New York, 1932
(*) Un altro testo è stato pubblicato da Antonio Spagnuolo sul suo blog PoetryWavedream (v. qui). Ringrazio anche Antonio
Sono venuto per inavvertenza. Non so che cammino ho preso, quale ricordo sottile ho fatto scivolare nella tasca. Ci sono, ma non restero'; nessuno è mai restato! Anche i ciechi e i malintesi incrociano i fuochi di San Giovanni, il lampione ottuso dell'angolo della strada. Sono sereno,fra pazienza e movimento intempestivo. Senza dubbio sarebbe strano ammansire una lucciola, invitarla ad abbandonare l‘erbario. Lo so. Tuttavia un’oncia di paura pre-nuziale mi sbianca qualche pelo. Faccio il superbo; faccio il bello, il rodomonte sotto la stella. Ma penso ad una falce sulla nuca...
otto
Mi sono accorto di non essermi mai bene allontanato da una truppa di ciechi e di malintesi. Ne ho preso coscienza per mancanza di sole un giorno in sovrannumero.Non ci ho fatto attenzione sul momento.E' venuto insidiosamente per pennellate nemiche. Ho saputo precisamente l'isolamento che mi attanaglia...e non l'ho più dimenticato.Non è un dispiacere.Non mi impedisce di vivere, e questo è intrigante. Ci si abitua come si sopportano le proprie varici, fino al loro scoppiare. L'istante della lacerazione aspetta sotto i miei passi.
sette
Arrivato qui per inavvertenza, me ne andro’ per lo stesso cammino. Avro' frugato qualche angolo, lasciato consapevolmente delle tracce, trascurato la noia alla mia porta. Un ricordo , forse , come eco di passaggio... ne ho l'intima speranza. C'era una volta una folla di uomini e di donne. Li sento miei in ogni parte della pelle in un sogno di bambino matto.
sei
Non mi piace il lampione ottuso all'angolo della strada! Disturba le stelle, accoglie i cani con le zampe alzate. Ho la strana idea di sbullonarlo, pezzo per pezzo. Aspetto l'estinzione complice della luna. Sbarazzato dell'inopportuno, baciero' il cielo sdraiato sul marciapiede...
cinque
Avrei dovuto diffidare della malignità degli aneddoti . L'altra mattina, ancora attonito della santa notte, mi conficcai nel tallone l'esatta ferita d'amor proprio che aveva guastato la mia serata della vigilia. Ahi! Corbezzoli! Iella! Bestemmiavo con queste grida inusitate e mi mordevo la lingua per tacere ogni confessione. I maldicenti non ebbero soddisfazione. Baciavo i ragazzi di strada.
quattro
Si trattta di riempire il vuoto ! Tutto potrebbe finire qui ! Ma come succede spesso, questo non è il caso ! Nei risvolti della giacca ci sono dei sospiri incompiuti; c'è un passo a due, un imprevisto sostenuto fra pazienza e movimento intempestivo...Sapendo questo, risulta delicato apparire sereno alle serate ; allora, evitarle, o rompere questa atmosfera , a voce alta, con battiti di mani, di piedi; di mani di maestro, va da se ! delle mani acri e ruvide, dirette rimuginazioni dell'intimo profondo.
tre
Ebbi la certezza del dispiacere, sospetto sotto la lingua ovattata. il sole inabissato oltre l'orizzonte prevedeva la fuga. Andavo a passo discreto nella nassa. Il nero all'improvviso s'incollava alle mie fossette. Allora, nell'erba polverosa,toccai il mio saluto; tenni il volo cruciale della palma.; ammansii una lucciola. Da allora, la paura si è allontanata dai miei ornamenti, cammino senza falsi-detti.
due
La riflessione di un gallo involgarito ha offeso la rondine. ella ha sbattuto la porta a più non posso! In questo piccolo casino, abbandono dell'erbario dai rovi inorgogliti, polveri vegetate, dissolutezza di un giorno, luogo di scrollare il vento ai ritornelli invecchiati, E' urgente ridere in nobile constatazione di nervosismo, in ruvidi passatempi. E' furiosamente questione di barelle sfasciate e di gramigne fiorite.
uno
Sono uscito da solo. Vado sul marciapiede fino dall'altra parte. Gira e rigira nella mia testa. Solo, colto da una maledetta fifa,questa oncia di paura pre-nuziale che mi ha preso per il colletto e mi scuote di un tremito incontenibile.
zero
I fuochi di San Giovanni stirano l' orlo dei miei pantaloni. Cio' sconvolge la mia bonorietà abituale, mi obbliga a scoprire i polpacci. Davanti a me, un mucchio di pietre scavato nel mezzo specifica l'appartenenza alle origini. Dimenticato dai kermes,offre la sua decomposizione all'ozono. L'altopiano imperturbabile afferra la mia bocca e la tace!
(trad. Elena Berti) nell'illustrazione: Collage di Henri Tramoy
Olivier Bastide, nato nel 1962 a Carpentras, maestro elementare, dottore in lettere. Soleils et Cendre pubblica le sue prime poesie, poi seguono altre riviste fra le quali Décharge, Encres Vives, Verso, Autre Sud e Les Archers. Sui Solicendristes sono pubblicati Certitude première (2001), L'Arpenteur (2002), BestiAire (2002), Le Matamore sous l'étolie (2008); Articles de ménage et de bazar (Polder 2002) ; Con Encre vives, Sédimentaires~Originaires (2003),Traverse (2005); Con le edizioni Klanba, Le bouilleur de cru (2006) ; partecipazione a opere collettive delle edizioni Sillages,Solitudes (2004), Traces (2005), Femmes (2006), Resistances (2008). Partecipazione (poesie e fotografie) a VOYAGEDIMAGES, spettacolo di danza del Centro d'Arte Artedanza di Elena Berti a Orange nel Vaucluse nel dicembre 2008. Membro dello Scriptorium dal 2008 (http://www.scriptorium-marseille.fr/search/bastide).
1. Sì le mie sere in cucina quando la primavera mi duole intorno alle ginocchia e un [albero ha il cranio verde come il mio qui raccolgo parole solo dai poeti conosciute anche se dove vanno oltre la cucina le parole? gli angoli del cielo e della terra s'incontrano in un luogo dalle parole ignorato duro è per un poeta ripetere parole furbescamente collocandole là dove il lettore non le attenderebbe nuove sarebbero parole i cui intervalli fossero silenzi dei muti e analfabeti linguaggio che i poeti non conoscono, e sta dì là da loro.
Louis-René des Forêts (1918-2000) è stato uno dei maggiori poeti francesi, forse il più appartato e singolare. Amico di Bonnefoy, di Celan, di Dupin, di Leiris, con i quali fondò nel 1967 la rivista L'Ephémère, ha pubblicato soltanto una decina di volumi, in cui però la ricerca e l'analisi della esperienza umana e della vita interiore hanno raggiunto valori altissimi, insieme a quelle sulla parola e il suo opposto, il silenzio. Pubblico qui le prime tre parti del poema "POESIE DI SAMUEL WOOD", alla cui traduzione si è impegnato Alfredo Riponi, autore anche dell'articolo di presentazione "Una voce che viene da fuori". Un lavoro che meriterebbe un editore. Un post non facile, che richiede un sincero impegno al lettore. Ma un degno modo di festeggiare il quattrocentesimo post di Imperfetta Ellisse.
Ho passato le ultime tre ore a ripulire il blog da un mucchio di robaccia che ne impediva il funzionamento, come forse vi siete accorti. Un vero e proprio attacco. Non è ancora del tutto a posto, ma spero di sistemare le cose al più presto. Ringrazio chi ha provato comunque a passare da queste parti.
Il “sogno di lucciole” di Francesca Pellegrino: Niente di personale e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni
La poesia di Francesca Pellegrino, autrice di due interessanti raccolte liriche: Niente di personale (Roma, Cromografica Roma S.r.l., 2009) e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni (Patti, Kimerik, 2009), dà voce alle piccole-grandi cose che, anche in absentia, disegnano l’esistenza e i suoi contorni non sempre luminosi. I due titoli sembrano voler indirizzare il lettore fin da subito verso precisi tragitti interpretativi: il primo infatti pare sottolineare la distanza tra l’ “io” poetante e la messa in scena della scrittura, mentre il secondo pone in primo piano l’“io” e, attraverso un enunciato metaforico, denuncia l’appassire dei sogni non adeguatamente alimentati. Nell’universo semantico delineato dalla Pellegrino, almeno per quanto riguarda le intenzioni espresse nella titolazione, sembra aprirsi quindi uno iato tra la negazione della dimensione privata enunciata da Niente di personale e l’ammissione di una determinata condizione intima espressa da Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni.
L’Autrice vorrebbe i due titoli strettamente collegati, fino a leggersi in sequenza, come a proteggere la propria parola poetica da sospetti di autoripiegamento solipsistico. Così lo iato tra oggettività e soggettività si rivela solo superficiale, e non solo per la sequenzialità suggerita dalla stessa Autrice, ma anche per l’unitarietà tematica, in quanto in entrambe le sillogi la Pellegrino rivolge l’attenzione al proprio microcosmo domestico, alla propria fisicità e al suo mondo interiore per tracciare una sorta di bilancio esistenziale dalle tinte malinconiche. La scrittura riesce a farsi riflesso della segreta corrispondenza che si stabilisce tra la matericità del corpo e delle cose e l’universo emozionale, impastando la sua rappresentazione in felici soluzioni lessicali e retoriche, mentre la sintassi ne accompagna convincentemente il percorso, incagliandosi qua e là come a riprodurre il disagio del dire. L’attenzione si aggira in uno spazio che difficilmente si apre al “pubblico” (avviene, per esempio, in Dirtyng di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, p. 48), preferendo soffermarsi puntigliosamente su un orizzonte esclusivo e intimo, fino ad approssimarsi all’autorappresentazione e all’autoritratto (in Formiche, p. 43 e in Bianco, p. 51 di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, e in mi capita di non volermi sapere talvolta, p. 69 di Niente di personale ), non trascurando quella via negationis tanto felicemente esplorata da Eugenio Montale (in Scatole – le case che non sono, pp. 58-59, inNiente di personale).
Questa vivisezione impietosa della realtà immediata (esteriore e interiore) si affida soprattutto alla figura retorica della sineddoche, che si fa voce recitante del malessere esistenziale:
Ho gli occhi
come di lucciola assetata
rintocchi di luce che
non lascia ombra
e mi piglia una voce contralta
(Niente di personale, Ho sognato di dormire senza occhi, p. 25)
Sono occhi, mani, capelli, bocca, una trave, sedie, mobili e oggetti di uso quotidiano a governare la trama del discorso lirico, come a formare una tela narrativa ispessita da polvere, ruggine, sete, buio e silenzio, tutti lemmi che ricorrono tanto frequentemente nei versi da farsi parole-chiave di questo spazio poetico, dove tuttavia, insieme all’uso del correlativo oggettivo caro a Eliot, non mancano soluzioni parossistiche che allontanano il tragitto della scrittura da rischiosi cedimenti al patetico(La moglie del silenzio è sempre incinta, pp. 60-61, inDimentico sempre di dare l’acqua ai sogni). Accade anche che l’“io” lirico si pluralizzi in un “noi” per riflettere sulla condizione umana, consegnando l’amara conclusione a rappresentazioni icastiche e ironiche che, mentre rendono interessante il discorso poetico della Pellegrino, lo mettono anche al riparo da facili cedimenti a un pessimismo cosmico di memoria leopardiana:
Siamo quello che siamo
macerie di decenza.
Alla fine
c’è soltanto un unico sole
e ogni tanto qualche pianeta
qualche piccolo stupidissimo pianeta
che ci si illumina e
s’improvvisa stella. O poeta.
Del resto
anche Hitler suonava il violino.
(Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, Stars, p. 16)
Se le due raccolte condividono la stessa tensione semantica a sottoporre il reale (materiale e psichico) a una rigorosa e spietata analisi che trova il suo elemento soterico nella strategia retorica dell’ironia, a livello formale esse differiscono nello snodarsi lirico del linguaggio. In Niente di personale infatti la parola essenziale e quasi pietrificata di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni si apre e si distende in un discorso più ampio, tendente al prosastico, fino a sfiorare la poesia-racconto di cui fu maestro Cesare Pavese, mentre l’interesse per l’intelaiatura retorico-linguistica rimane sempre notevole. Numerose e felici, in entrambe le sillogi, le espressioni metaforiche, come frequenti s’incontrano i giuochi linguistici, da cui questa scrittura sembra a volte pericolosamente sedotta. Tante le trappole della scrittura e ancora più numerose e subdole quelle della poesia, che incanta con i suoi miraggi visivi, fonetici e narcissici, per condurre verso i poliedrici mondi possibili della rappresentazione lirica mediante percorsi stellari, ma spesso accidentati. Francesca Pellegrinoin queste due raccolte si fa viaggiatrice “randagia” e intelligente con “un sogno di lucciole/negli occhi scuri scuri” riflesso nei gironi del genere lirico, dimostrando notevole sensibilità lessicale e retorica nell’investire il linguaggio di quelle potenzialità simboliche idonee a renderlo rappresentazione convincente di una realtà popolata di “chiodi” e di “rintocchi di luce”, di “margherite acerbe” e di “buchi da abitare”. (Teresa Ferri)
Urbino, 24 settembre 2009
- altri articoli e poesie dell'autrice cliccando sul tag "teresa ferri"
- la mia lettura di "Ho dimenticato di dare l'acqua ai sogni" qui
Nata a Glasgow nel 1965, Kate Clanchy ha studiato ad Edimburgo e Oxford, città in cui oggi vive e lavora come insegnante, giornalista e scrittrice freelance. Ha vinto numerosi premi prestigiosi con diversi libri di poesia tra cui "Newborn", una raccolta dedicata ai temi della gravidanza, della nascita e della cura di un bambino. Il suo ultimo libro è la biografia "What Is She Doing Here?: A Refugee's Story", con cui ha vinto il Writer's Guild Best Book Award for 2008 e che è stato mandato in onda dalla BBC.
Lampione scultore,
scultore di cose mai vedute,
forse ridicolo,
ma pieno di buon umore.
Lampione scultore,
questa notte barili, barili
di vento.
Ubbriacatura completa:
sbattute sul casamento
della tenebra
alto diecimila piani senza lumi,
capitomboli sul selciato,
piruette nel fango,
esercizi di traballamento
sull'elastico sensibile.della pioggia.
Lampione scultore,
pel vicolo questa notte
pochissime cose;
un pisciatoio a tettoia
che tu inghiotti e ridai
con mutevole forma di donna,
un carretto abbandonato,
enorme uccello
con ali di ruote,
e un'ombra di cane
o meglio, un lungo cane d'ombra.
Benone scultore,
abbozzature
e deformatore;
eccoti un uomo filosofo,
mantello nero nero.
L'abbranchi? No.
Soltanto la testa.
Decapitazione superba,
e schiaffi e colpi di luce
sul torso che cammina lo stesso.
Poi gonnelle, gambuccie
e mani fugaci;
famiglie toccate,
mangiate,
digerite nell'enorme budello
del buio,
inseguite sull'angolo;
teste a triangolo,
ricopiate,
rimpastate,
segate sui muri;
padri seri, mamme gravi
trasformati in ridicoli fantocci,
e mezzi visi che se ne vanno,
e'occhi chiusi e riaperti
da lancette fulminee di luce.
Infine un ubbriaco:
nera linea spezzata di canti a sghimbescio.
Sosta della tua luce;
acutissima voglia rattenuta.
Quasi quasi...
No, no che passi
unica serietà della notte,
vagabonda pensosità della vita.
Le tue schiere di luce
presentano le armi
sino in fondo al vicolo.
Domani all'alba
l'ultima pisciata di giallo
sul lampionaio impettito,
l'ultima smorfia sotto
gli scappellotti del sole
vilissimo illuminatore
di cose,
contro te, lampione scultore,
creatore di mondi originali
di forme.
da Ponti sull'oceano - 1914
(...) quanto Folgore ha di meglio, una vena leggera di impressionista fantastico che è anche il trait d'union con la vocazione dì parodista e favolista. Queste.qualità divengono più evidenti e consapevoli nelle due raccolte successive, dove sono i suoi testi migliori. Strumento tecnico fondamentale già di Ponti sull'Oceano è l'uso ad oltranza, anche teorizzato dal poeta, della sintassi nominale, con quasi completa abolizione del verbo (anche all'infinito). Ma è difficile condividere l'accostamento fatto da De Maria, su questa base, a Ungaretti e addirittura a Benn: in Folgore, fuori di ogni espressionismo come di una vera ricerca dell'essenzialità lirica (tant'è vero che prevale pur sempre la tecnica elencatoria), la sintassi nominale veicola un senso alacre della varietà ritmica e della libertà associativa e soprattutto un impressionismo pago di sé e quasi ilare che, nei momenti più prosciugati e geometrici, può far pensare - come ha ben notato Jacobbi - al Bontempelli de Il purosangue. (Pier Vincenzo Mengaldo)
note biobibliografiche: (v. qui)
altri testi in rete: (v. qui)
nell'illustrazione: caricatura di Luciano Folgore di Ivo Pannaggi
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