Martedì, 1 luglio 2008Roberto Ceccarini - da Giorni manomessi
Come avevo già annunciato, sabato scorso, presso la sede dell'Archeoclub di Sermoneta (LT), è avvenuta la presentazione del libro di Roberto Ceccarini "Giorni manomessi", edito da L'Arcolaio. Pubblico qui una piccola selezione dei testi, accompagnati dalla mia prefazione. Con l'occasione ringrazio i sermonetani, gente amante della cultura e di straordinaria ospitalità.
da La guerra sparita il vero guaio della guerra moderna
alzarsi in ore antelucane Continua a leggere "Roberto Ceccarini - da Giorni manomessi" Venerdì, 27 giugno 2008"Ecolalie" di Daniel Heller-Roazen, seconda lettura
Pubblico qui una seconda lettura, su punti diversi e con note, fatta da Alfredo Riponi sul bel libro di Daniel Heller-Roazen "Ecolalie - Saggio sull'oblio delle lingue", edito da Quodlibet. Anche da una lettura frettolosa tipica dei blog (brutta abitudine che andrebbe contrastata, meglio scaricare il testo e leggerselo con calma) si possono afferrare i non pochi elementi di riflessione, non solo dal punto di vista critico ma anche da quello della scrittura poetica, della poesia "poetante". La precedente lettura è reperibile qui
Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue
L’apice del balbettio. L’infinita produzione dei suoni del bambino, segno che contiene in sé tutte le lingue. Il bambino è costretto a sacrificare la molteplicità all’uno, alla lingua madre. Gelosia della lingua madre che non tollera l’ombra di un’altra. Dal balbettio al silenzio, il bambino sembra perdere la sua voce. L’essere parlante del bambino è ora costituito da un universo di suoni finiti contro l’infinità del balbettio. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”.
Aleph. Lettera dell’alfabeto ebraico impronunciabile. “Un suono che è uno spasmo toracico”. Aleph è solo il segno “dell’inizio del suono nella gola, udibile quando essa si schiude” (Spinoza). Così, sul Sinai Israele, secondo Maimonide, “non udì altro che un solo suono, e lo udì una volta soltanto”. “Secondo Scholem quel suono fu la lettera aleph della parola anokhi (io) con cui inizia il primo comandamento.” La voce udita sul Sinai diventa la voce silenziosa della scrittura che inizia con una lettera di cui non si ricorda il suono, così come il bambino non ricorda i suoni del suo balbettio. La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. Fonemi in via di estinzione. Parallelo con i fonemi perduti delle lingue, come la e francese, che rimane però nella poesia, lettera silenziosa che riappare e conta, nel conteggio delle sillabe. Verso di Mallarmé: “Ce lac dur oublié que hante sous le givre”, dodici sillabe se è fatta risuonare la e finale di hante. “La musica delle lettere, secondo Mallarmé, rinnova il linguaggio radicandolo nell’inconscio e nel corpo.” 1. Altri codici ha la poesia rispetto al linguaggio codificato. “La tua ineffabile presenza \ rischiarata nei codici della poesia” 2 . Continua a leggere ""Ecolalie" di Daniel Heller-Roazen, seconda lettura" Martedì, 24 giugno 2008Lorenzo Carlucci, da Ciclo di Giuda e altre poesie
Una selezione esigua e arbitraria di un libro invece importante, complesso e ambizioso, linguisticamente affilato e a tratti esoterico, sostenuto da una spessa cultura che la bella e cospicua postfazione di Matteo Veronesi giustamente richiama. Giuda emblema laico non solo del supremo tradimento ("e insieme strumento occulto e assurdo della salvezza" dice Veronesi) o del tradimento che per vie occulte disvela una ragione più alta ma anche del silenzio definitivo dell'uomo, appeso al proprio destino come ad un albero, di fronte a un mistero a cui fa da specchio il silenzio del mondo e della natura.
Per un'idea più ampia del libro si veda anche il bel post, con i relativi commenti, su La Poesia e lo spirito (qui), a cura di Francesco Marotta, che riporta anche un estratto della postfazione. Lorenzo Carlucci, da Ciclo di Giuda e altre poesie, L'Arcolaio 2008 da Ciclo di Judah - I. Ciclo Vai a dire al pazzo che è sotto il sicomoro: - tu non avrai mai frutti se tu non lasci i denti al posto delle note, i pochi, su questo liuto intatto esultano le dita nel tremore e poi le labbra nell'immobilità collo di donna lungo lontani, e via, sui campi aperti innamorati senza pensiero come i contadini e con le lacrime divantano gli amanti maturi e poi innocenti [lontani, e via, sui campi aperti innamorati come i contadini senza pensiero e con le lacrime diventano maturi e poi innocenti] va' a dire al pazzo sotto a quel sicomoro: - Collo di donna è lungo! bambina bionda che traballi sui piedini corri vai a dire gioia gioia e dolcezza a lui al musico felice solitario vai mio uccellino e porta le note silenziose al musico soltanto al musico cretino - Sarai un frutto d'albero uh vedi come la ripete la nota sua la sola la scena ricomincia la mano scende giù sopra le corde intatte va a lui la ragazzina lui fa un sorriso giovane Va', e dici come distratti restano notizia e l'ambasciata quando l'ambasciatore è assorto in sua funzione l'intreccio delle piante è niente niente del cùculo l'alta ripetizione niente il giochetto gioco Oh, niente, è la rivelazione del cucùlo! - Guardalo come suona sotto i rami! Guarda di nuovo e fissa gli occhi tuoi contro la forma solinga d'uomo la mente umana, umana e l'umanesimo dell'erba di polvere poesia dimenticata sabbia sottile e pure e qui e qui e qui e pure dita contratte che non lasciano la presa sull'armonia dei campi e sul gioiello masticato e gli occhi quelli! i denti sbriciolano gli smeraldi tra brocche rotte boccone d'ente, "determinato" un boccone e senza fiato da Ciclo di Judah - II. Rosarium dopo non sarai più commemorato un angoletto del pensiero nero ha aperto la tua solitudine di spiga restare ignoto parola da non dire l'ombra ti fa sgusciare nella scarpa il serpentello della negazione, e ride. da Ciclo di Judah - V. Pellegrinaggio (alba) Primo pellegrino. il corpo morto Judah ha riassorbito l'ombra l'attore ha detto morte della notte tira il sipario al cielo il giocatore siccome fanno i teneri gabbiani al limitar della riviera modificando coi loro tornamenti le partizioni candide dei cieli. da La Tela Rossa sonno nel prato piccolo uccello nero, mio fratello, che coi tuoi gridolini pieghi l'aria, chiami a raccolta le tue femmine del cielo. le femmine di terra, invece, facendo jogging evitano i lacci le trappole dei piccoli scoiattoli. qui è sempre qui ed io son qui steso tra l'erba fresca. quella si porta in testa il cielo, il nero, riannodato in trecce. cammina sopra i trespoli piccini come un acrobata in miniatura. noi come scimmie giochiamo con i segni, con le scimmie. cotùrno, scarpa da poche lire, scarpa bianca del piccolo negozio! la porta incosciente una ragazza nera la porti tu, mio amore, che stai a casa.
Sabato, 21 giugno 2008Poesia da muro
Queste due poesie, affisse su un muro di Pisa, precisamente in Via S. Francesco, hanno attirato la mia attenzione qualche giorno fa. Le trascrivo qui. Una, quella di sinistra, è un bel testo di Massimo Gezzi, l'altra, a destra, - un sonetto "urbano" -, è anonima o meglio è attribuita a una identità collettiva di nome Gruppo h5n1 (gruppoh5n1.blogspot.com), la cui filosofia è così riassumibile: "La ricerca letteraria del gruppo vuole definire una “poetica d’amuro”, in cui i temi delle poesie non si infrangono nel lirismo autoreferenziale, ma cercano di raccogliere le meraviglie e le ansie che popolano strade e città: le attese, i viaggi, gli spazi, le notti, le donne del primo mattino". Nume tutelare è Italo Calvino.
Continua a leggere "Poesia da muro" Esce "Giorni manomessi" di Roberto Ceccarini
Sabato 28 giugno 2008 alle ore 18.00 a Sermoneta (LT) avverrà la presentazione (v. qui) del libro di Roberto Ceccarini "Giorni manomessi", edito da "L'Arcolaio" di Gian Franco Fabbri (http://www.editricelarcolaio.it/), a cui ho scritto la prefazione. Vi aspettiamo.
Lunedì, 16 giugno 2008Derek Walcott - Mappa del nuovo mondo
Mappa del nuovo mondo
![]() Arcipelaghi Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia. All'orlo della pioggia, una vela. Lenta la vela perderà di vista le isole; in una foschia se ne andrà la fede nei porti di un'intera razza. La guerra dei dieci anni è finita. La chioma di Elena, una nuvola grigia. Troia, un bianco accumulo di cenere vicino al gocciolar del mare. Il gocciolio si tende come le corde di un'arpa. Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia e pizzica il primo verso dell'Odissea (trad. Barbara Bianchi) Map of the new world Archipelagoes At the end of this sntence, rain will begin. At the rain's edge, a sail. Slowly the sail will lose sight of islands; into a mist will go the belief in harbours of an entire race. The ten-years war is finished. Helen's hair, a grey cloud. Troy, a white ashpit by the drizzling sea. The drizzle tightens like the strings of a harp. A man with clouded eyes picks up the rain and plucks the first line of the Odyssey Epiloghi Le cose non esplodono: vengon meno, sbiadiscono, come il sole sbiadisce dalla carne, come la schiuma esala nella sabbia, come il fulmineo lampo dell'amore non ha un epilogo tonante, muore invece con un suono di fiori che sbiadiscono come fa la carne sotto la pietra pomice sudante, tutto concorre a dare questa forma finchè restiamo soli col silenzio che circonda la testa di Beethoven. (trad. Gilberto Forti) Endings Things do not explode, they fail, they fade, as sunlight fades from the flesh, as the foam drains quick in the sand, even love's lightning flash has no thunderous end, it dies with the sound of flowers fading like the flesh from sweating pumice stone, everything shapes this till we are left with the silence that surrounds Beethoven's head. da Derek Walcott, "Mappa del nuovo mondo", Adelphi 1992. Derek Walcott è nato nei Caraibi nel 1930. Nel 1992 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Dice di sè, con la voce di uno dei suoi personaggi: "Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, / ho avuto una buona istruzione coloniale, / ho in me dell'olandese, del negro e dell'inglese, / sono nessuno o sono una nazione". Dice di lui Josif Brodskij: "Walcott non è un tradizionalista, nè un "modernista". A lui non si adatta nessuno degli "ismi" disponibili e degli "isti" che ne conseguono. Non appartiene a nessuna "scuola": non ce ne sono molte nei Caraibi, se si eccettuano quelle dei pesci. Si sarebbe tentati di chiamarlo un realista metafisico, ma il realismo è metafisico per definizione, così come vale l'inverso. E poi, è un'etichetta che saprebbe troppo di prosa. Walcott può essere naturalista, espressionista, surrealista, imagista, ermetico, confessionale - a scelta". La sua ultima opera edita in italiano da Adelphi, un libro complesso e articolato come un affresco, è "Il levriero di Tiepolo", di cui è possibile leggere un testo e una nota di Ottavio Rossani qui.
Sabato, 14 giugno 2008Annuario Tellus 29 - Febbre d' amore, Stendhal + Web
E' uscito il numero 29 dell' Annuario Tellus, intitolato "Febbre d'amore. Stendhal + Web", in cui è presente anche un mio piccolo scritto, già pubblicato in Tellusfolio, nella sezione "In versi d'amore", oltre a quelli di numerosi amici come Fantuzzi, Della Mea, Alborghetti, Orgiazzi, Lorefice, Pizzo, Alivento, Fiori, De Girolamo, Pizzi, Lago. Pubblico qui sia la presentazione che la prefazione del direttore Claudio Di Scalzo. Maggiori informazioni, compreso l'indice e dove trovarlo, sono reperibili qui
Continua a leggere "Annuario Tellus 29 - Febbre d' amore, Stendhal + Web" Mercoledì, 11 giugno 2008Riflessioni sull’arte – Elisa Castagnoli, guardando foto alla Maison de Chine
Guardando alcune fotografie alla Maison de Chine… I volti molteplici, differenti, spesso conflittuali della Cina d’oggi esposti a
Immagini in bianco e nero: strade polverose e deserte, masse aride e brulle dalle montagne nude intorno; fuori, di fronte alla Maison de Chine, i palazzi parigini, queste dimore, bianche dalle forme classiche e regolari, dall’armonia perfetta nel loro dispiegarsi in una giornata calma di fine autunno. Attraverso la tenda velata, trasparente bianca, vedo rami, foglie oltre le finestre; l’atmosfera piatta, immobile ma non inquietante, forse neutrale di un giorno in apparenza grigiastro, leggermente nuvoloso. Facciate nitide, pulite, attraverso le tende, i vetri, le finestre, i rami degli alberi fuori, i palazzi dall’altra parte della strada, le strade lentamente traversate da auto e passanti in questo quartiere residenziale non troppo esposto al traffico dei grandi boulevards. Strano contrasto con le fotografie, anche quelle di un nitore evidente, volutamente ricercato, perseguito, assunto attraverso l’epurazione formale, in un realismo e insieme una “giustezza” estetica messi in primo piano. Ma lì l’ambientazione é quella del paese della povertà inscritta in ogni lembo di terra che ne ricopre la superficie: gli abiti come gli oggetti, gli alloggi come ogni dettaglio della vita quotidiana fissati dall’immagine documentaria. Paese della povertà e dello slancio verso la ripresa, dalla rivoluzione economica, improvvisa, inaspettata, anarchica, incontrollata e ancora incontrollabile; disordinato, nel suo miraggio di ricchezza e insieme nel contraccolpo violento della ricaduta su una realtà precaria, non-compiuta. E’ la Cina della ristrettezza materiale e sociale, dalle condizioni di vita marginali, dei paradossi irrisolvibili quella esposta dalla fotografia.
In quanti modi posso guardare? come posso posizionarmi rispetto a quello che vedo? Posso lasciare fare alla fotografia, cercare quel punto di oggettività, di perfezione dell’immagine dove le cose sembrano parlare da sole oppure devo volutamente escluderlo, negarlo scegliendo un punto di vista soggettivo necessariamente parziale, distorto, deformante? Posso rigettare una presunta, irragiungibile oggettività per inseguire il riflesso di un’intuizione precisa che sta dietro la messa a fuoco della mia visione? Due necessità, dunque, emergono dalle foto di Liu Lei: da una parte una sorta di fotogiornalismo come la volontà di documentare, “fare segno”, “lasciare traccia” partendo da un dettaglio d’esistenza individuale o collettiva: un villaggio, una regione, un paese, un momento storico, uno squarcio della Cina attuale presa nella lotta tra tradizione e modernizzazione. Da un altro punto di vista, volti e figure sono come fissati, catturati, figés in un tempo e in uno spazio immobili, assoluti. La scena di estrema povertà nella scuola di campagna cinese si trasforma, allora, nella ricerca di un’architettura interna alle linee: l’armonia di una composizione che ci salvi nel suo insieme. La forma, la misura, la verità intrinseca all’immagine é tutta lì, in quell’intuizione visiva molto potente come nella ricerca di un ritmo interno alle forme, ai colori: il ritmo giusto. D’un tratto so, intuisco che quella é l’immagine, lo spazio di un istante. Sono preso, saisi, colpito, come potremmo dire con Barthes, “ferito” [1] dalla cosa che convoca il momento d’intensità dell’immagine, là dove la realtà entra, si trasforma, passa dentro il mio spettro di visione. Diventa qualcos’altro allora. Forme nella continuità dello spazio. L’uomo e il paesaggio in continuità; l’immagine fotografica, in generale, ricerca questa continuità ideale o armonia ritrovata tra l’uomo e il cosmo, tra l’essere animato e l’ambiente nel quale é immerso, respira, abita, si muove e pensa. Difficile immaginare qui una ruttura, uno strappamento violento, violentemente provocato dall’uomo rispetto alla sua storia nello spazio dove é immerso e che lo restituisce come presenza. Il desiderio è, forse, quello di fissare, semplicemente, un istante di bellezza: l’uomo nello spazio, l’uomo nella forma, la forma che lo astrae dalla contingenza, dal caos dell’esistere, dalla perdita, infine, di sé. La bellezza é qui come un nitore di visione, di qualunque soggetto si tratti; sono le maschere nude rivelate da questi volti come lo spazio dove sono immersi : la scenografia aleatoria di un teatro tutto umano, instabile e virtuale astratto dalle forme imperfette della natura. Yuan Xuejun: Fotografie dell’Opera di Sichuan Dal nero , al grigio, al bianco, dagli odori di miseria, alla lotta contro l’indigenza economica all’esplosione di colori vivi, accesi, brillanti. Le fotografie di una troupe teatrale dell’Opera di Sichuan ci rimandano alle maschere del Kabuki o del teatro tradizionale cinese. Teatro, maschere, il gioco delle metamorfosi tra chi vive e chi guarda. Ci si colora, ci si pittura il viso, si gioca a fare teatro, si gioca a indossare maschere... Colori qui: colori di un’infinità di stoffe di seconda mano. Gli attori ambulanti in camerini improvvisati, fatti di lenzuola stese che separano lo spazio tra l’uno e l’altro, iniziano il complicato processo di stratificazione del colore sui loro volti. Maschere buffe e tragiche insieme appaiono da questo teatro immaginario fatto di lenzuola tese, di luci sfuocate e di maquillage estratti da terre colorate. Interni dimessi, tavoli e sedie arrangiati, muri grigi, spogli, senza vernice alle pareti; la troupe dei teatranti. Vedi questo pubblico popolare di contadini e minatori, vedi il loro sguardo attento, fisso, incantato, vigile su sedie improvvisate in questo giorno di festa, nella corte di una dimora tradizionale cinese. Poi una visione da dietro le quinte, da dietro le spalle dell’attore: la distesa multiforme di volti che gli stanno di fronte formano una scena in sé, un mosaico di abiti colorati, vari, di una multitudine di punti mobili: verde, blu, giallo, rosso; tensione, sforzo, posa , mobilità; pieno e vuoto dei volti che gli stanno di fronte. Il rosso e il giallo sono i due colori dominanti negli abiti del teatro tradizionale cinese, il bianco e il rosa sui loro volti disegnati. Vediamo tessuti, stoffe, maschere e gesti rituali nella volontà di convocare un’altra realtà dalla miseria del quotidiano passando per occultamenti e messe a nudo. Tale, la metamorfosi possibile, infinita, imprevedibile dell’attore su scena.
[1] Cfr. Roland Barthes,
Sabato, 7 giugno 2008Alfredo Riponi - "Ecolalie" di Daniel Heller-Roazen
“Il semiotico è il livello musicale della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva) Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi - La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi. A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia. La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. “Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia). La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita” Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva. Un autore che non figura nel libro di Heller-Roazen, Samuel Beckett, potrebbe introdurre al capitolo “schizofonetica” e costituire l’anello mancante della catena, tra parola d’ordine, lingua affettiva e metamorfosi linguistica. In Beckett (Compagnia) la voce dice “Tu sei questo e nient’altro”: corpo riverso nel buio, immobile. È il libro della sua infanzia mescolata indissolubilmente ad un presente costruito sulle parole. La voce sembra rivolta ad un altro e inventata per tenersi “compagnia”. “Parla di sé come di un altro. Immagina anche se stesso per tenersi compagnia”. Come Beckett, Wolfson scrive il suo libro in francese e parla di se stesso alla terza persona. In “Logica del senso” (LS), Gilles Deleuze scrive che la lingua materna è “alimentare e escrementizia”, legata cioè alle funzioni del corpo, lingua inglese e cibo indigeribile sono le due minacce della madre al bambino Louis Wolfson (LS, p. 81). I suoni della lingua materna sono dolorosi e devono essere soffocati traducendoli in un’altra lingua. Si potrebbe dire che lo schizofrenico ha bisogno di questa nuova “lingua straniera solo espressiva” (LS, p. 81) per staccarsi dall’oggetto amato-odiato che è il seno materno. Il seno non esiste in funzione, ma preesiste alla bocca che succhia. La voce materna minaccia di sottrarlo: non odore di latte, ma di senso, un senso alterato dagli ordini a cui il bambino dovrà sottrarsi per scoprire “le proprie profondità”. “Per il bambino il primo approccio con il linguaggio consiste appunto nell’afferrarlo come modello di ciò che si pone come preesistente, come rinviante all’intero campo di ciò che è già lì: voce familiare che veicola la tradizione, in cui si tratta già del bambino per via del suo nome e in cui deve inserirsi ancor prima di capire” (LS, p.171). Beckett sceglie il francese sottraendosi alla lingua materna che “ordina” di tornare a casa, impone gioghi affettivi e impedisce di scrivere chiaramente. Ma tornerà all’inglese, all’infanzia, negli ultimi libri. Badiou, analizzando “Worstward Ho” di Beckett, scrive: “Beckett non lo ha tradotto in francese, tanto che “Worstward Ho” sembra esprimere per lui l’irriducibilità della lingua materna. […]. Esistono alcuni testi in inglese che Beckett non ha mai tradotto in francese, e che costituiscono i resti di un qualcosa di più originario della lingua inglese per questo autore…” (Inestetica, Mimesis 2007). Per Wolfson è la costruzione di una “Tour de babil” (Torre di balbettio) che nel suo “cervello ecolalico” guarisce, o cerca di guarire, “le ferite inflitte dai suoni della lingua materna”. Il libro si conclude con un apologo sulla vita di Abu Nuwas, l’analisi di un racconto di Landolfi e un ritorno a Babele. Siamo tutti eredi degli abitanti senza memoria dell’ultimo “frammento” della Torre di Babele. Forse, conclude Heller-Roazen, “non abbiamo mai lasciato la torre, ma non sappiamo di abitarla”, ovvero di “abitare la lingua”, un’unica lingua dimenticata, respirando l’aria di molte lingue. Alfredo Riponi (lessness.splinder.com)
Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 264, Euro 24 Martedì, 3 giugno 2008Teresa Ferri - Quattro poesie
Di Teresa Ferri ho scoperto per caso che si tratta di una poetessa cha avevo già avuto modo di notare, seppure sotto un pseudonimo, quasi otto anni fa, quando i blog non esistevano e io mi divertivo a curare la sezione poesia di un defunto sito letterario, I Fogli nel cassetto (ne ho già parlato qui tempo fa). Mi fa quindi piacere pubblicare qui qualche suo testo, di un lirismo limpido e contenuto, fatto di parole "senza orpelli", di "qualche nota (...) dallo spartito uscita".
Teresa Ferri insegna “Teoria e pratica del testo letterario” nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. Nel 2001 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Fiori di corallo (Pescara, Tracce); successivamente Alfabeti a perdere (Roma, Il Filo, 2004); una terza raccolta di liriche, Campanile d’aria, è uscita di recente per i tipi di Carabba (Lanciano). Diverse sue poesie e racconti sono apparsi su riviste e in antologie di poeti e scrittori emergenti. Con Fiori di corallo e con alcune liriche inedite ha vinto diversi premi nazionali e ha conseguito varie segnalazioni. Tra i numerosi studi e contributi critici, si segnalano le monografie su G. Pascoli (Pascoli. Il labirinto del segno. Per una semantica del linguaggio poetico delle ‘Myricae’, Roma, Bulzoni, 1976; Riti e percorsi della poesia pascoliana, Roma, Bulzoni, 1988); su U. Saba (Poetica e stile di Umberto Saba, Urbino, QuattroVenti, 1984); su D. Campana (Dino Campana. L’infinito del sogno, Roma, Bulzoni, 1985) e il volume Le parole di Narciso. Forme e processi della scrittura autobiografica (Roma, Bulzoni, 2003). Sia su scrittori otto-novecenteschi (D’Annunzio, Manzoni, Quasimodo) che su quelli contemporanei (Bossi Fedrigotti, Conti, Duranti, Lunardi e Tabucchi), sono apparsi diversi contributi in riviste e miscellanee italiane e straniere. Infine ha curato monografie, antologie e ristampe di testi letterari di autori abruzzesi dell’Otto e Novecento (E. Marcolongo, D. Ciàmpoli, E. Janni).
Continua a leggere "Teresa Ferri - Quattro poesie" Venerdì, 30 maggio 2008Filippo Davoli, da Gli incendi
Ho scritto altrove che la poesia è rottura del silenzio. Ma anche e contemporaneamente rinuncia ad un egoismo, piccolo o grande, tutto particolare: quello che rinchiude in noi stessi una memoria, un'esperienza o un grido che, viceversa, merita di essere comunicato. In questo libriccino, smilzo e leggero e insieme sostanzioso (Gli incendi, Ed. L'Arcolaio, 2008) Filippo Davòli ci rende partecipi della sua storia, ormai conclusa, con i suoi "figli", cioè i minori extracomunitari che ha accolto e accudito, non per mestiere ma per vocazione. "Ad ognuno dei figli - come ci ricorda Lucia Tancredi nella sua affettuosa introduzione - ha insegnato la sua lingua, la bella lingua italiana i cui suoni aperti sembrano risonanti come conchiglie. A chi ha affilato la parlata nel deserto scortecciandola di consonanti, o ai giovani contadini d'Asia che parlano piano e roco come i colombi". E questo dono viene qui restituito, questa lingua dà voce ai ragazzi e si condensa in questi testi che in gran parte Davoli incastona tra virgolette perchè appartengono a loro, limitandosi egli a trascriverli.
Continua a leggere "Filippo Davoli, da Gli incendi" Giovedì, 29 maggio 2008Due notizie
Dagli amici di Binasco che si occupano della memoria artistica di Giuseppe Scapucci e del blog a lui dedicato (v. qui) ricevo:
(Pagina 1 di 20, in totale 237 notizie)
» pagina seguente
|
Calendario
Ricerca veloceARCHIVIO GENERALECategorieDiffondi Questo BlogAmministrazioneRecent EntriesDa Ibridapoesia: Alfredo Riponi, Requie eterna
lunedì, maggio 26 2008 Larousse on line venerdì, maggio 23 2008 Tredici maniere (animate) di guardare un merlo mercoledì, maggio 21 2008 Leggendo Ossi di seppia: Casa sul mare sabato, maggio 17 2008 La TV non è un mezzo freddo mercoledì, maggio 14 2008 il vento che ti piace arriccia sabato, maggio 10 2008 Yves Bonnefoy, un poeta fenomenologo mercoledì, maggio 7 2008 Un nuovo libro di G.R. Manzoni mercoledì, maggio 7 2008 che fare dei segni - una poesia sabato, maggio 3 2008 Emilio Villa l'inafferrabile martedì, aprile 29 2008
Tutti i contenuti originali, con eccezione delle opere degli autori ospitati, sono pubblicati sotto una Licenza Creative Commons salvo diversa indicazione |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||







