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**** Worthwhile (vale la pena di..): Alessandra Carnaroli su "Guardare e leggere" (QUI) **** and you ain’t seen nothing yet! : Il silenzio dei macelli (QUI)
Domenica, 22 gennaio 2012Daniela Andreis - Aestella
Se parlo di accenti lirici qui preminenti non è un caso. Lo faccio con qualche riferimento al dibattito sulla poesia in prosa che da qualche tempo si sta svolgendo e che, va detto subito, libri come questo in un certo senso elidono. In soldoni: se la poesia in prosa, come oggi comunemente intesa e con i suoi più noti frequentatori, esplora il linguaggio, lo intreccia sperimentalmente, salta a pie' pari la narrazione, usa la forma come contestazione sia del reale sia delle forme che la precedono, nella prosa poetica come questa di Andreis si resta - giustamente - nell'ambito, anche tematico (l'io, i sentimenti, l'assenza ecc.) più propriamente lirico, alla ricerca - per mezzo di un linguaggio limpido - di un significato a volte oscuro. Non sappiamo chi è veramente aestella,
non sappiamo, come avverte il risvolto di copertina, esattamente il suo
genere e i suoi tratti, forse non sappiamo nemmeno se è una persona o
un'idea (o ombra) platonica. Nel susseguirsi di epistole senza risposta,
come si conviene a un rapporto spezzato, a una comunicazione
interrotta, si compone un diario di mancanze, solitudini, si misura "il
metro del tuo silenzio" e non ostante questo, dice l'autrice, "di
sintassi in sintassi, io sono le tue parole e tu le mie".
Contemporaneamente quindi si celebra un amore per la parola che accade e i suoi
disvelamenti ("tutto è cominciato con la parola addiaccio"), si
immagina, negli spazi e nei silenzi tra una missiva e l'altra, la rete
di fatti che continuano ad avvenire, i filamenti di vita che
intercorrono e scorrono. Molto, in questa prosa poetica, soprattutto gli
accostamenti simbolici, i tratti surreali, le eco metaforiche, concorre
al suo indubbio fascino, a quella attrazione che ci induce a spiare
frammentari indizi, per vedere, come nei racconti, se e come andrà a
finire. Qualcosa che a me ricorda, ça va sans dire, il Dino Campana de " Il viaggio e il ritorno" ("Il tuo corpo un aereo
dono sulle mie ginocchia, e le stelle assenti, e non un Dio nella sera
d'amore di viola"). (g.c.) Continua a leggere "Daniela Andreis - Aestella" Domenica, 15 gennaio 2012Bartolo Cattafi - Poesie e una dichiarazione di poetica
I testi poetici qui riprodotti appartengono alla raccolta L'osso, l'anima,
mentre la dichiarazione di poetica, forse l'unica mai espressa da
Cattafi, costituì una sorta di prefazione ai brani che Giacinto
Spagnoletti ospitò nella sua antologia Poesia italiana contemporanea, edita da Guanda nel 1959. Continua a leggere "Bartolo Cattafi - Poesie e una dichiarazione di poetica" Domenica, 8 gennaio 2012Sandra Palombo - Trittico
E in effetti la
cifra di questi versi è appunto, credo, l'uso di una lingua "consunta",
ma nel senso buono, come i ciottoli che si trovano su certe spiagge
elbane. Cioè naturale e levigata dall'uso e dalla natura del linguaggio
stesso, un attrezzo familiare con cui percuotere e far risuonare i
ricordi, i dolori, le malinconie. Malinconia, certo. E nostalgia, qualcosa che mi piace chiamare un piccolo nostos, appunto, necessità di un ritorno o di una ripercorrenza, non sempre possibile, di sentieri, di momenti. Dall'Elba alla terra ferma e ritorno, a Pisa o Livorno, da una casa all'altra, dalla quiete alla lotta, in una certa orizzontalità fisica del percorso, mentre il verticale del tempo è affidato alla perentorietà narrativa dell'imperfetto e del passato remoto, cosa già di per sé encomiabile. Tempo che così rimarca il non detto, il non fatto. Forse anche il non scritto. Tuttavia non si deve credere che si
tratti di lirismo puro e semplice, magari con tutti i suoi bei rimandi
letterari, alcuni lampanti. Direi innanzitutto che non ha importanza
classificare in tal senso questi versi, e a Sandra nemmeno interessa.
Semplicemente la sua voce è quella, con quella si distingue e si
esprime, su un terreno che, alla fine, non è più ego-centrico ma comune a
molti di noi, cioè di una esperienza esistenziale riconoscibile, di una
sostanza metaforica "semplice" e perciò immediata, cognitiva. Una voce
certo marcata da ciò che Sandra chiama, con un termine che ho usato
anch'io in altra occasione, isolitudine: una condizione
speculativa sullo spazio, l'orizzonte lontano, la vastità del mare (c'è
sempre una "città sul mare simile a una luminaria", una "finestra
mirante il mare"), ma insieme sentimento di una "terra avvolta
dall'azzurro" la cui "dimensione domestica" può essere anche prigione,
ripiegamento, quasi luogo endemico di un confronto costante con sé
stessi, i ricordi, i rimpianti, l'esistenza. (g.cerrai) Continua a leggere "Sandra Palombo - Trittico" Martedì, 3 gennaio 2012Elisa Castagnoli - Gutai: performance e arte corporea
A proposito di Gutai, performance e arte corporea
“Se dobbiamo lasciare accadere qualcosa, che é la base a partire dalla quale gli happening sono stati creati- vale a dire in un happening tutto può
accadere - questo deve essere perché non abbiamo né idea né sentimento a esprimere ma siamo disposti a rinunciare a tutto questo e a passare a una
situazione nella quale non si cerca di esprimere qualcosa ad ogni costo ma di aprire la propria coscienza e curiosità. Se si é dunque animati da
una coscienza espansa e da una curiosità totale allora si creeranno le condizioni complesse nelle quali qualcosa può avere luogo_ non la cosa alla
quale si pensava ma precisamente quella alla quale non si era ancora pensato.”
“Amo che l’arte rimanga misteriosa. Fino a quando non comprendo fino in fondo un libro, un quadro o un brano di musica posso applicarmi per
espandervi le mie facoltà. Se capisco una cosa la ordino in uno scaffale e lì la lascio. La mia idea é che la vita al quotidiano é più interessante
di ogni forma di celebrazione quando ne prendiamo coscienza. Questo ‘quando’ é il momento in cui le nostre intenzioni sono ricondotte a zero. E’ la
che ci si rende conto d’un tratto della magia del mondo”
. John Cage
Continua a leggere "Elisa Castagnoli - Gutai: performance e arte corporea" Martedì, 27 dicembre 2011Giampaolo De Pietro, Due figure e il mare (su una foto di Luigi Ghirri)In attesa di mettere il linea qualche poesia di Giampaolo De Pietro (v. anche QUI), pubblico una sua riflessione poetica ispirata a una foto di Luigi Ghirri ![]()
La bocca asciutta di queste due figure, scure e abbracciate sopra il mare, tra il cemento ed esso, il mare adesso e la sua bocca, semiaperta. Il loro
volto basso, uno solo è un duo di un piccolo coro immobile che attraversa la superficie tratteggiata da brividi in fronte, il loro piccolo specchio non
visto di rughe di espressione di segreto e dolore da non poter escludere solo il mare, compreso sorriso, mare di tutte quelle rughe, specchio verso
l’orizzonte di due e il riparo di tutto, al riparo da nessuno e da niente – c’è forse un confine? V’è, probabilmente. Un’onda, indipendentemente, la
prima – e poi, più verosimilmente, un’ultima quella che soffia in fondo e tocca fino in finire, per l’introduzione, per la prima apertura, si dica
lettera, lo sfocio da un fiume a una piccola pozza in mano a una creatura che l’abbia bevuta, dalla sua asciutta bocca, figura che adesso dopo la sete
e la sua avvenuta avverata avventura abbeverata, adesso è il mare stesso il mare esteso di una sola statura con gli occhi rivolti in alto e la paura, e
tutto intorno l’alto, l’altro, il bisogno di un’immensa ala anche se a piccola apertura – e poi seduti come il trampolo senza premura, l’attesa, in
abbraccio rende i capelli a un tempo eterni e confondibili col tempo medesimo, il tempo che scadrà in voce e misura, (a ciocche?) - le mani dove sono
se non le vedi, le mani sono nascoste le mani del mare spesso, le mani sono il segreto opposto, il chiarimento di forma in forme e sagome e al loro
posto si plasma nuovamente anche lo spazio che il tempo non aveva contratto, si contano più presenze più passanti più oggetti passeggeri e velocemente
si somma e altrettanto lentamente si sottraggono le onde, si rifrangono all’indietro, e si ritorna al posto, due figure dalla bocca asciutta e il mare,
all’indentro, in silenzio ad aspettare – il tempo e lo spazio di una posa fotografata di spalle, e il respiro aperto – senza e per nessuno, i capelli e
il piroscafo del futuro del suo sguardo e di nessuno ancora, con, stavolta, un abbraccio rivolto al mare e tutto il resto, gli occhi di cosa, a ruota e
il cielo, nessuno e un occhio appena adesso due e ora, due più i nostri, i miei e i tuoi: “Credo sia una foto di Ghirri”.
Giampaolo De Pietro
(© Imperfetta Ellisse blog)
Lunedì, 19 dicembre 2011Peter Russell - This is not my hour
Il libro è frutto dell'affetto di Raffaello Bisso, curatore e
traduttore, che con esso porta a buon fine un impegno anche di amicizia
contratto con l'autore, impegno non indifferente non solo in termini
traduttivi ma anche di "interrogazione" del testo e delle cospicue
implicazioni culturali ad esso sottese, come dimostrano le note
accuratissime. "Se il sonetto é tra le forme adatte o tradizionalmente
adattate alla riflessione sapienziale, alla critica civile e culturale
ecc., meglio che fissato come ‘forma’ assoluta serve vederlo nel tempo e
nello spazio mutevoli della storia di una letteratura e nel fuoco della
prassi degli autori. Nei Sonnets, l’attenzione ai livelli del
testo indica la presenza di un altro elemento organico, essenziale alla
logica di funzionamento di questa scrittura, di cui regge parte del
carico comunicativo facendo convergere le parti verso l'intensificazione
e l'eccedenza espressiva". Su temi poeticamente essenziali, come
emergenze dal tessuto apparentemente pastorale: come "quello di
meditazione sulla fine, qoheletiana sui generis, ma in cui serpeggia secondo il virgiliano "Latet anguis in herba" (Ecl.III) la modalità dell'Et in Arcadia Ego" (Bisso),
accompagnata da una critica acuta alla società impazzita da cui il
poeta si è appartato, e da una osservazione della natura che diventa
anche, correlativamente, scatto e impulso della poetica russelliana. Continua a leggere "Peter Russell - This is not my hour" Domenica, 11 dicembre 2011MacLeish, Lasky, Milosz: Ars PoeticaArchibald MacLeish - Ars poetica ![]() Una poesia dovrebbe essere tangibile e laconica Come un rotondo frutto, Muta Come antichi medaglioni sotto il pollice, Silente come pietra consumata dalle maniche Di davanzali dove è cresciuto il muschio— Dovrebbe essere senza parole, una poesia, Come un volo d'uccelli. * Una poesia dovrebbe essere immota Nel tempo che la luna sale, Lasciando, come la luna cala, Gli alberi impigliati, ramo a ramo, alla notte, Lasciando, come la luna nascosta dietro foglie d'inverno, La mente ricordo per ricordo— Una poesia dovrebbe essere immota Nel tempo che la luna sale. * Una poesia dovrebbe essere uguale a: Non vero. Per tutta la storia del dolore, essere Una foglia d'acero e una porta vuota. Per l'amore, essere Le erbe reclinanti e due luci sul mare— Una poesia dovrebbe non significare Ma essere. Dorothea Lasky - Ars poetica Volevo dire all'aiuto veterinario di quel video del gatto che Jason mi ha mandato Ma ho resistito per paura lo trovasse strano Sono davvero solitaria Ieri il mio ragazzo mi ha chiamato, di nuovo sbronzo E in mezzo a squillanti lacrime e un che di appiccicoso Mi ha urlato contro con una tale amarezza Come non avevo sentito prima da altri umani E mi ha detto che non ero brava Be' magari lui non voleva dire quello Ma è quello che ho sentito Quando mi ha detto che la mia vita non valeva niente E il mio lavoro della vita un lavoro da elite. Io dico che voglio salvare il mondo ma in realtà Voglio scrivere poesie tutto il giorno Voglio alzarmi, scrivere poesie, andare a dormire, Scrivere poesie durante il sonno Fare dei miei sogni poesie Fare del mio corpo una poesia con magnifiche vesti Voglio che la mia faccia sia un poema Ho appena imparato come mettere La matita agli angoli degli occhi per farmeli più grandi C'è sempre in me un romantico abbandono Voglio sentire il timore per gli altri E lo posso sentire attraverso il canto Solo attraverso il canto posso sommare in poche così tante parole Come quando lui dice che io non sono brava Io non sono brava La bontà non è più il punto Tenersi stretti alle cose Ecco questo è il punto Czeslaw Milosz - Ars poetica? Ho sempre aspirato a una forma più spaziosa che fosse libera dalle pretese di poesia e prosa e ci facesse capire l'un l'altro senza esporre autore e lettore a sublimi agonie. Nella vera essenza della poesia c'è qualcosa di impudico: una cosa che non sapevamo di avere in noi viene data alla luce, così noi sbattiamo gli occhi, come se una tigre fosse balzata fuori e stesse lì alla luce, agitando la sua coda. E' il perchè si dice a ragione che la poesia sia dettata da un daimonion, sebbene sia un'esagerazione sostenere che esso debba essere un angelo. E' difficile supporre da dove questa fierezza dei poeti provenga, quando così spesso sono messi in imbarazzo dalla rivelazione della loro fragilità. Quale ragionevole uomo vorrebbe essere una città di demoni, che si comportano come se fossere a casa loro, parlano in diverse lingue, e che, non soddisfatti di rubargli labbra e mani, lavorano a cambiare il suo destino a loro comodo? E' vero che ciò che è morboso oggi è tenuto in gran conto, e così voi potreste pensare che sto solo scherzando o che ho inventato ancora solo un mezzo di lodare l'Arte con l'aiuto dell'ironia. C'era un tempo quando solo i libri sapienti erano letti, aiutandoci a sopportare i dolori e le miserie. Che, dopo tutto, non è proprio come sfogliare un migliaio di lavori freschi di clinica psichiatrica. Eppure il mondo è diverso da come sembra essere e noi siamo altri da come ci vediamo nei nostri deliri. La gente dunque conserva una silenziosa integrità, guadagnando così il rispetto di parenti e di vicini. Lo scopo della poesia è di ricordarci quanto difficile è rimanere solo una persona, perchè la nostra casa è aperta, non ci sono chiavi nelle porte, e ospiti invisibili vanno e vengono a piacer loro. Quel che sto dicendo qui non è, sono d'accordo, poesia, ché si dovrebbe scrivere poesie di rado e con riluttanza, per insopportabile urgenza e solo con la speranza che i buoni spiriti e non solo i malvagi ci scelgano per loro strumento. Berkeley, 1968 (traduzioni dall'inglese di G.Cerrai) Continua a leggere "MacLeish, Lasky, Milosz: Ars Poetica" Lunedì, 5 dicembre 2011Francesco Iannone - Poesie della fame e della sete Libretto leggero, questo qui di Francesco Iannone (Poesie della fame e della sete,
Ladolfi Editore 2011), come sottolinea del resto nella sua breve
introduzione (che però sottotraccia dice più di quanto non appaia)
Gabriella Sica usando così tante volte la parola "lieto", e i suoi
sodali "lieve" e "leggero". Libro di una fame leggera, di una sete
leggera, intese entrambe come "fame e sete di verità" (sempre Sica), ma
che forse assomigliano di più a uno "stupore" molto giovane (Iannone è
del 1985) di fronte a un mondo che sembra appena creato, popolato
fittamente di uccelli e di altre scoperte ("Poco dopo un muretto di tufo
/ la sorpresa di arance grosse e tonde") che lasciano l'autore
altrettanto spesso "lieto e contento" delle sue notazioni, o meglio
denotazioni. A volte ci si imbatte in versi così disarmanti che devono
essere accreditati per forza di un notevole coraggio (" Gesù mio, fa in
modo / che dalla pioggia si salvino gli ulivi / che il vento si plachi e
più non faccia / male agli aranci e agli abeti / e non spezzi la
schiena ai ciliegi / a primavera tanto generosi di fiori"), mentre nel
contempo generano il dubbio che l'autore non abbia ancora davvero
realizzato come vanno le cose in questo piccolo mondo moderno, certo al
crepuscolo ma tutt'altro che crepuscolare. Forse è proprio questa
"ingenuità" (sia detto in senso buono, fresco), questo trovare ovunque
contentezza e gioia e speranza che genera una sua attrattiva e una certa
piacevolezza di lettura (e non dubito che riscuota successi), ma dietro
l'osservazione della natura, dietro i cani, gli insetti, i vecchi
contenti non si intravede ancora il dubbio, la domanda, la rivelazione
epifanica che possono abitare oltre la facciata delle cose, oltre la
loro mera "estensione" nel tempo e nello spazio. In questo senso gli autori
citati negli exerga (Leopardi, Luzi, Gatto, De Angelis) possono dare
importantissime indicazioni, compreso Gozzano, che pur avendo i suoi "uccelletti" aveva anche ironia e azzardo nel trattare "le piccole cose" (e anche il suo - forse - alter ego Totò Merumeni). Quindi c'è lirismo in questi versi, c'è grazia
ma forse c'è ancora un po' di strada da fare affinchè essa diventi la
"violenta grazia" che Gabriella Sica augura a un giovane "contento di
aver trovato la poesia".
Continua a leggere "Francesco Iannone - Poesie della fame e della sete" Lunedì, 28 novembre 2011Victor Segalen - SteleVictor Segalen, un
altr Le
stele a cui fa riferimento il titolo "erano dei montanti destinati a
facilitare l'interramento delle bare. Vi si scrivevano dei commenti a
mo' d'orazione funebre. Oggi esse sono delle lastre di pietra che recano
un'iscrizione, montate su un zoccolo e drizzate verso il cielo. Il loro
orientamento è significativo. Le stele che danno verso Sud riguardano
l'Impero e il potere, quelle verso Nord parlano d'amicizia, quelle verso
Est d'amore, le stele verso Ovest riguardano fatti militari. Piantate
lungo il cammino, esse sono indirizzate a coloro che le incontrano, al
caso delle loro peregrinazioni; le altre, puntate verso il centro, sono
quelle dell'io, del sé..."( Segalen). Il centro, il quinto dei punti
cardinali tradizionali taoisti: "come la stele segnava con la sua ombra
un momento del sole, ogni poesia segna ancora un momento, quello della
conoscenza al fondo di sé; non immortala l'azione esemplare d'un defunto
o un regno glorioso, ma la scoperta dell'unico impero che conti, quello
di se stessi" (Lucia Sollazzo). Come dice Segalen, la poesia opera "per
raggiungere l'altro punto, il quinto, l'equidistante centro / che io
sono". Continua a leggere "Victor Segalen - Stele" Martedì, 22 novembre 2011Elisa Castagnoli - Diane Arbus, indossare sé stessiNote su Diane Arbus, Retrospettiva, Jeu de Paume, Parigi
Indossare sé stessi come si indossa una maschera, e dietro questa un’altra e un’altra ancora, tale é entrare nel circolo decentrato dei ritratti , nella serialità divergente dei volti di Diane Arbus. Il suo lavoro rinvia all'interrogazione costante, alla fessura aperta tra l'essere, il dovere o voler essere e l’apparire altro. La costruzione del sé, del volto come identità, si rovescia nel cedimento della medesima di fronte alla non-concidenza, all’inadeguamento tra forma e anima. La
costruzione fittizia d'un volto femminile, nascosto da una cortina nera
e coperto da uno spesso strato di trucco, é colto giustamente in
questa impostazione o impostura di presenza. Volto-maschera,
simulazione, facciata, simulacro in variazione eccentrica di sé stesso
nell’assenza di un modello originario. ![]()
Giovane famiglia a Brooklyn: l’impalcatura dell'essere sociale, della figura in quanto costruzione rispondente alla norma della società americana é confrontata al punto della sua incrinatura o non-tenuta, tali le crepe che s'aprono, che si intravvedono sulla realtà costituita per il solo fatto d'essere messe “in quadro”, portate in superficie dal processo fotografico. Cosi’, la semplice smorfia di un bambinetto preso per mano dal padre va a infrangere il quadro glorioso, idealizzato della visione famigliare in America.
Fotografare
il cedimento della figura in quanto realtà sociale apparente e
costituita significa in Arbus fotografare la differenza compresa come
ogni forma d' anomalia, d'anormalità, di marginalità, di follia, di
deviazione o devianza rispetto al quadro del giudizio normativo , al
modello identitario dominante. A un certo livello cio’ si traduce nella
scelta di soggetti eccezionali, extra-ordinari dalla singolarità
affascinante o mostruosa, il lungo corteo di personaggi “mostri”che
popolano negli anni il suo universo fotografico; ma, a un altro livello,
é la superficie più “normale” , più conforme della realtà quotidiana ad
essere smascherata come impalcatura fittizia, tanto più costruita,
abnorme, anormale che l'altra. ![]() Jewish Giant, taken at Home with His Parents in the Bronx, New York, 1970
La demistificazione di realtà va di pari passo con la sua iconoclastia suggerita, non apertamente convocata, insinuata al limite della fessura, della crepa, nello spostamento sottile del binomio verità-realtà, al limite della sua piena credibilità o autenticità come tale, dunque nella destituzione della medesima da una posizione di sacralità. L'iconoclastia suggerita non é cancellazione o assenza d'immagine ma immagine-ritratto che si mostra in questa rottura voluta, inevitabile, prodotta dalla mediazione fotografica. La visione, per esempio, del giovane americano, con abito impeccabile sventolando una bandierina patriottica, celebrazione dell'ideale nazionale, é messa sullo stesso piano della deformità, dell'esposizione del corpo senza maschere, nudo, “nudista”, informe nell' abbondanza liquescente della carne. Difficile trovare in queste fotografie momenti di autenticità epifanica, di vero trasporto o riconciliazione con la realtà. Più spesso quello che vi appare è la cesura, il meccanismo contrario di scollamento dell’immagine, della figura che, messa alla prova di verità, senza concessioni né intercessioni, sembra d’un tratto cedere, non reggere il confronto con la critica della realtà.
Nuvole
re-inquadrate in schermo fittizio di gigantesco drive-in, un mangiatore
di fuoco in una fiera paesana, bambinetti al parco facendo smorfie
all’obbiettivo, l’ uomo senza testa in un’ installazione da circo,
clown, funambuli, equilibristi e trasformisti. ![]() Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York City, 1962 Volti-maschere, volti in travestimento carnevalesco, dettagli di torsi nudi in gioco di multiple inquadrature tra vetri e specchi, ragazzina gitana a piedi nudi su un sentiero di terra battuta, vecchia signora borghese in strada; volto-cortina, occhi socchiusi, calco di cera museale ma attraversato da grinze, rughe, stirature di pelle. Tale rifacimento plastico della figura é volutamente colto in un' eccesso di forma, nell' estremo di un fittizio-iconico simulato che ne denuncia implicitamente la credibilità. La chiarificazione ossessiva nella scelta stilistica del ritratto passa attraverso forme volutamente colte nell’immobilità della loro identità sociale e poi il punto dove questa cede, si scolla o lascia intravvedere linee di sutura, di sovra-cucitura e insieme minuscole fessure di superficie. Ritratti iconici di giovani ragazze benpensanti in strada, “il folle uomo nudo” completamente tatuato sul torso con un solo occhio, figura di doppio in “mezzo uomo, mezza donna”, ragazzini con maschere del “fan club dei mostri” sui gradini d'una casa in America. “L’uomo che ingoiava lame di rasoio”, un bambino con il viso coperto di carbone, la ragazza con il cappello e i guanti, l'uomo dagli aghi piantati sul viso in diversi punti. Gemelle
siamesi su una spiaggia, neonati siamesi in scatola di plexiglass,
coppie, doppi, sdoppiamenti, ripetizione in serie della stesso,
serialità messa alla prova; nella ripetizione qualcosa accade. ![]() Identical Twins, Roselle, New Jersey, 1967
Quadri, specchi, schermi, gioco di inquadrature e rinvii di immagine. Il mondo è inquadrato, messo in cornice, “in scena” attraverso le sue individualità e, insieme, leggermente spostato dalla cornice della sua presunta apparenza o veridicità. Una
casa a Hollywood nel 1962: facciata apparente, visibile in primo piano
e messa a nudo della medesima come semplice impalcatura svuotata alle
spalle, dissecata, lasciata alle sole assi portanti, sottoposta al
processo fotografico che, inevitabilmente, ne mette in scena la
demistificazione. (Elisa Castagnoli) Lunedì, 14 novembre 2011Ingeborg e Paul
Dopo
pochi mesi Paul riparte per Parigi, sua destinazione finale e suo
destino. Ma la relazione affettiva non si interrompe. Nel 1949 Ingeborg
raggiunge Paul in Francia, dove intreccia con il poeta un legame
passionale che brucerà nel giro di un paio di anni, ma che non si
interromperà mai del tutto, anche dopo che ciascuno dei due avrà trovato
altri compagni (Max Frisch lei, Gisèle de Lestrange lui), con ritorni
di fiamma (come nel 1957, sempre a Parigi) e soprattutto un fitto
scambio epistolare (Troviamo le parole, Ed Nottetempo, 2010),
in cui progressivamente il confronto diventa poetico, si fa letteratura,
scambio reciproco di influenze, ma anche ricognizione del progressivo
scivolare di Celan nel suo personale gorgo di dolore, rimorsi, rimpianti
inconciliabili. Anche se l'ultima lettera è del 1961, a parte quelle
mai spedite, il legame è radicato. Poco dopo il suicidio di Celan,
gettatosi nella Senna nel 1970, Ingeborg annota in margine al
manoscritto di Malina: "La mia vita è alla fine. Lui è affogato, trasportato nel fiume, lui era la mia vita". Continua a leggere "Ingeborg e Paul" Mercoledì, 9 novembre 2011Maalox 4 - A me mi frega l'educazione C'è chi mi dice ma che roba leggi?, c'è chi mi dice ma non potresti
pubblicare più roba di questo tipo invece che di quest'altro? Parlo di
Imperfetta Ellisse, naturalmente. Ora, partendo dalla premessa che è un
blogghetto e che cosa gliene frega alla gente di cosa pubblico,
bisognerebbe intanto capire che spessissimo parlo di libri che mi
arrivano (gentilmente), che molti di questi scritti hanno un valore che
varia molto, che ecc. ecc.. E bisognerebbe cominciare a leggere un pò
meno superficialmente quello che scrivo. Che non è oro colato, altra
premessa, e non vuole fare opinione. E che a ben vedere non si occupa
nemmeno proprio del libro di cui sta parlando, ma di qualche spunto di
riflessione o problemuccio generale che potrebbe far comodo o essere
interessante. In altre parole (e tanto per fare un esempio): a me non
interessa se il/la poeta/essa X scrive con tutta la Treccani accanto, o
se appiccica le parole credendo di essere inglese, o se pensa che la sua
crisi sia emblematica di tutte le crisi, o che ami le foglie al vento
più di ogni altra cosa. No, a me interessa partire da lì per dire:
guardate che a mio modesto avviso se continuate a scrivere così (o di
queste cose) non andate da nessuna parte, o forse voi ci andate ma la
poesia no ecc. Non lo dico proprio così però, e questa è un'altra
questione. Perchè se si andasse a leggere con un pò meno di fretta
digitale, forse si coglierebbe qualcosa tra le righe. Già, tra le righe,
ed è lì che sbaglio. Perchè non mi piace dare bastonate a nessuno. Sono
un non violento della recensione, che confida nell'intelligenza degli
altri, nel suggerimento, per quel che può valere. Insomma, sforzatevi,
cercate di capire al volo. Cercate di capire che non si parla tanto di
voi quanto della poesia (con la p minuscola, certo) e di dove a mio
avviso la poesia (la vostra, la mia, quella di tanti epigoni di sé) va a
parare.
Continua a leggere "Maalox 4 - A me mi frega l'educazione"
(Pagina 1 di 46, in totale 549 notizie)
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