L’atto di poesia (1995)

 

Quest’atto implica un corpo in procinto di constatare che, una volta di più, si è messo nella posizione di aspettare un poema, di provocare il suo arrivo, di scriverlo. E mentre che elabora questa attesa osservando delle regole che si è inventate, esso si dice che la sua attività è molto ambigua, che lo trascina a praticare un gioco in cui non impegna dapprima che un po’ del suo tempo ma con l’impressione d’impegnarci molto di più poiché ivi fa (raf)figurare la sua vita. Egli sa ben inteso che sono i segni e le immagini – quelle visibili e quelle mentali e quanto gli uni come le altre hanno bisogno di non essere niente in sé stesse per simulare il tutto di quello che rappresentano. A cosa gli serve questo sapere quando, seduto davanti al foglio, prende coscienza che l’età non gli impedirà di giocare la sua partita né moderare l’illusione di puntarvi tutta la sua facoltà di esprimersi, cioè l’insieme delle sue relazioni con tutto quello che gli importa al mondo. Aumenterebbe perfino la scommessa, se fosse possibile, e senza ignorare ciò non ostante che per quanto elevata essa sia, e per quanto riuscito sia il gioco, non ne otterrà alla fine che una delusione. Cos’è la poesia? E’ in primo luogo per colui che la pratica la delusione di non poter mai andare fino all’estremo – o almeno mai arrivarci vicino – laddove è sembrato che, stavolta, la posta metteva realmente alle prese il reale e l’artificio fino a promettere lo sfinimento di quest’ultimo a beneficio d’un salto infine riuscito nell’indiscutibile e il definitivo.

Dopo di che, non resta davanti alla pagina che il lettore di una precipitazione verbale messa in scacco dalla sua propria natura, e il sunnominato lettore prova nel leggere il turbamento d’essere contemporaneamente in due spazi visto che andando da una parola all’altra non va più verso ciò che tuttavia hanno espresso nel loro primo movimento. La carta è tornata ad essere carta, e il poeta è ritornato un uomo sedutovi davanti, e che si trova un po’ ridicolo pensando alla mischia in cui  ha appena affrontato una specie di realtà assoluta.

I libri fanno dimenticare ai loro lettori la discontinuità che li separa, e che è la vita dei loro autori. Essi fanno di conseguenza dimenticare il corpo, e tutto ciò che l’occupa, fabbricando una continuità ideale in cui gli avvenimenti dell’esistenza diventano delle allegorie. L’autore stesso occupa così la funzione di trasformatore delle cose ordinarie in segni eccezionali, la qual cosa nessuno si sognerebbe di rimproverargli dal momento che dà soddisfazione. D’altronde, come potrebbe un libro opporsi al desiderio di lettura che suscita e che è la sua ragion d’essere?

Questa domanda perfettamente insensata ha lo scopo di far capire il genere di contestazione che un poeta può sollevare contro stesso non appena si trova restituito alla sua condizione di vivente. Non sono sicuro di esprimere altro che un punto di vista personale, in verità una rivolta anche contro ciò che talvolta mi occupa appassionatamente ma che non mi resta meno insopportabile a forza di rifiutare questa carne vivente che mai entrerà nei libri. Assurdo, si dirà, e io ne convengo obbligandomi a precisare che il corpo, per me, non è che la forma del rifiuto della rassegnazione. Ma cos’è la poesia? se essa non è in primo luogo questo rifiuto, che la spinge costantemente a disporre i versi sulla pagina perché non vadano come vanno le righe in balìa  della concatenazione – che la spinge a non rassegnarsi alla linea del tempo facendogli diga con un accatastamento di frammenti sonori.

Senza dubbio la rivolta non è una legge della poesia, che ben più sovente ha praticato la celebrazione. Sono sicuro che la poesia dice tutto quello che dice dicendolo, ed è qui il suo solo assoluto, è qui la mia principale ragione di praticarla perché non c’è nient’altro che rende altrettanto indissociabile l’avvenimento verbale e la sua espressione. Ciò stante, l’autore ricade non meno nella sua vita, che anch’essa vive tutto quello che può vivere vivendolo.

Fare atto di poesia sarebbe operare il trasferimento di qualcosa d’intero come la vita in una espressione ugualmente intera come il poema – o altresì non è che un’illusione dettata dal desiderio utopico di riunire infine ciò che tutto al più si incrocia nella rappresentazione come fanno il corpo e il suo riflesso nello specchio? Penso tutto ad un tratto al vecchio Matisse probabilmente per la ragione che mi fa intravedere un gesto più visibile di tutti i gesti della scrittura. Matisse, negli ultimi anni della sua vita, dipingeva a guazzo dei grandi fogli di carta per farne degli spazi monocromi, in effetti dei blocchi di spazio come si potrebbe parlare di volumi d’aria. Poi prendeva un paio di forbici e, come ha raccontato a André Verdet: “Voi non vi potete immaginare a qual punto la sensazione del volo che si sprigiona in me mi aiuti a meglio aggiustare la mano quando essa guida il tragitto delle forbici...”

Questa confidenza mi ossessiona da anni facendomi vedere la vecchia mano liberata di ogni pesantezza che ritaglia lo spazio come l’ala d’un uccello. Senza dubbio, la mano ha preso il volo per tracciare per esempio i contorni di un nudo blu e scolpirne il volume nel blocco d’aria...E nondimeno eccolo ora al muro – come una qualsiasi immagine dipinta, al muro e tutto intrecciato di carta...Accade nondimeno che la vibrazione ritorna a rivelare la vera natura facendo tremolare l’aria blu, ma più spesso nulla si muove.

Dal momento che la mano ha perduto le sue ali, è come se essa non avesse mai volato, se non per il tempo di un’illusione.

 

(Trad. G.Cerrai – 2006)

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