Caro Giacomo,
complimenti e auguri di cuore per questo tuo lavoro che sottolinea la ricerca costante e infaticabile, ancora una volta, da un punto di vista poetico-teorico. Il nucleo portante è molto interessante e meriterebbe di essere trattato con calma; già da questi tuoi cenni incuriosisce molto. Forse la speranza è quella di cui parli e di cui scrivi poeticamente nei versi che scegli, Giacomo. Forse, davvero... che sia di auspicio. La questione della libertà e del condizionamento, che è causa ed effetto al contempo anche dell'espressione non può essere taciuta, diviene necessaria in questa contemporaneità un pò bislacca. Così come quella del limite che è sempre quell'incommensurabile baratro entro cui si contempla la perdita.
Di nuovo auguri, leggerò il resto del poemetto.
Alessandra*
Eppure io noto quella malinconia latente che è propria di Giacomo...
Versi di alto pregio, versi che non ci si stanca di rileggere, versi che trapassano (attingo dal testo.. e ti copio, ma davvero è il termine esatto).
Poesia che ti/mi appartiene la tua. E' stupendo leggerti ..fa sentire meno soli.
oltre le braccia incrociate
in spazi indifendibili, oltre
versi questi (e tutti) di una bellezza e verticalità di pensiero che rincuora (e che un breve commento, quale questo, non può che banalizzare) in questi tempi di aridità e solitudine, ove l' "oltre" spesso si riduce sempre più al riflesso amplificato della propria "stanza" senza fessure, nè porte che possano dischiudersi verso "spazi indifendibili".
Sinceri complimenti ed auguri pieni di ammirazione.
Anto
con molto piacere apprendo questa novità Giacomo. Già il titolo
(accattivantissimo) crea sostanziose aspettative, il testo qui riprodotto
conferma le stesse.Grazie anche per la dichiarazione d'intenti.
Ne riparleremo più avanti di questo tuo lavoro...
intanto un grande in bocca al lupo e complimenti vivissimi!
roberto
Leggo la stessa sensazione di soffocamento che caratterizzava Sinossi dei licheni ma qui c'è un senso di sconfitta legato direttamente alla presenza umana . La stessa sensazione di resa, in Sinossi, era presente non immediatamente, come esperienza sociale, ma mediata dall'occhio poetico e mimetizzata dal simbolo di una natura-simbolo dell'esperienza. Il movimento appare limitato, riportato entro i confini del condizionamento skinneriano (spinge, le braccia incrociate, i confini, falsi movimenti , affonda) mettendo in risalto l'impossibilità. Impossibilità alla libertà effettiva come pensata dall'associazione immediata fra la parola e il pensiero comune. Osserva l'occhio poetico l'inevitabilità del condizionamento, dice che ogni azione è riportata, mediante premi e punizioni, dentro gli schemi decisi da un ambiente socio-culturale. E' un pensiero importante di cui non c'è reale consapevolezza, difficilmente si è così consapevoli di essere entro un sistema dove i movimenti sono già decisi o, comunque, nel più benevolo dei casi, fortemente limitati da un risultato finale che si vuole atteso e condivisibile.
Eppure c'è un tentativo di ribellione effimera (fugge, fugge) dalla spinta verso un ruolo, da una dinamica strutturata e invisibile. Questa sommossa è intima e, per lo più, rivolta a un oggetto immediato che prende il posto della grande gabbia dove ognuno occupa il suo ruolo di "risorsa umana".
Eppure la speranza di un'esistenza attraverso la ri-definizione (in primo luogo privata) di se stessi attraverso la poesia, sembra poco convinta. I corsivi sono inutili, il gesto è blando.
E' molto difficile accettare la realtà. Non una "realtà" ottica e soggettiva, legata a un momento personale, la realtà che individua la struttura sociale e la dimensione individuale nella rete. I testi sono intelligenti, acuti ed efficaci eppure, dopo la condivisione, rimane al lettore la speranza che quel gesto non sia più blando ma diventi vigoroso. Abbiamo bisogno di crederci, è impossibile l'abbandono consapevole alla nostra condizione.
Maeba è sempre una di quelle che si spende di più nel cercare di "leggere" la poesia, e ci riesce molto spesso. Questo tipo di poesia non è sociologizzante, se posso usare questo termine. Perchè non cerca di dedurre dal generale il particolare, ma semmai l'inverso, e cerca di dare al personale, a questa monodimensionalità direi marcusiana, una pluridimensionalità tipicamente poetica. In un certo senso il richiamo a Skinner, che sono stato il primo a fare, può essere fuorviante. Spero di (non) essere stato chiaro
g.
“L’acume, come un notturno metallico che trapassa il timpano…”. Leggendo “acume” la mente va all’agudeza di Quevedo e alla poesia concettuale. L’acume disegna un elogio della fuga dal reale; la parola risuona metallica e si traduce in suono su una superficie acquatica, gorgoglii, lacrime e cerchi senz’eco. Forme che eludono il contenuto, il ferro della parola; assumono un’aria di profondità, pietosamente vuote; richiami acustici e visioni del nulla.