**** I poemetti "Sinossi dei licheni" e "Camera di condizionamento" scaricabili anche in versione ePub per tablet, smartphone ecc. (QUI) e in Pdf
Giovedì, 10 maggio 2012
A proposito di Matisse, “Doppi e serie”, Centro Pompidou, Parigi
Una pittura della luce, del lato luminoso dell’essere umano ricercando questa armonia di composizione dove nessuna linea o tonalità colorata si
potrebbe escludere senza che venisse meno l’unità d’insieme. Algebra perfetta di linee essenziali, figure immerse nel colore, ogni cosa trovando un
proprio posto, lì perché definita nel suo dover essere, ordinando il caos nella creazione.
Non la riproduzione della natura ma la “semplificazione delle idee nella plasticità delle forme”. Attraverso i mezzi più semplici permettere al pittore
di esprimere,“oltre la realtà data, tutta la sua visione interiore.”
Il pari, il doppio, la copia d’un lavoro mai identico a sé stesso, il rifacimento a distanza di pochi mesi d’uno stesso soggetto appare nel lavoro di
Matisse come una forma di rispecchiamento, del sé come dell’atto creativo, tradotta in termini puramente plastici nella variante temporale. La sua pittura
costante processo d’auto-riflessività non smette di confrontarsi alle diverse suggestioni estetiche che s’ affacciano_ divisionismo, fauves, stilizzazione,
l’arte astratta_ un’influenza ora più presente d’un'altra che gli permette di mettere alla prova, sperimentare o esplorare il modello implicando diverse
risposte o varianti rispetto al medesimo.Stesso motivo, stessa cornice, momenti differenti ravvicinati nel lavoro seriale, ora distanziati nel tempo danno
vita a sdoppiamenti, diversi modi d’essere del soggetto nella pittura ritornando a opposizioni emblematiche quali interno e esterno, abbozzo o lavoro
finito, sintesi o espansione d’un motivo, visione a distanza o dettaglio che riassorbe su sé tutta la scena.
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Sabato, 5 maggio 2012
Ospito qui con grande piacere un articolo di Alessandro De Caro (che ringrazio molto) su Maurice Blanchot e sulla traduzione. Come ho già detto altre volte, è sempre interessante e fecondo, anche per il lavoro di scrittura poetica e non, gettare uno sguardo sul pensiero filosofico e ermeneutico (v. ad es. QUI), esattamente come la filosofia ha sempre osservato con grande attenzione la poesia, riconoscendola come "sorella" (basti pensare a Heidegger e Gadamer con Celan o Holderlin, Rilke, Trakl), senza contare le occasioni in cui la filosofia ha trovato nella poesia un magnifico specchio, come in Leopardi. Ma a parte queste considerazioni en passant mi auguro che l'articolo possa aprire una discussione, non solo sulla natura "tecnica" della traduzione ma anche sulla sua implicita natura creativa e speculativa.
Blanchot: sulla traduzione
a cura di Alessandro De Caro
“Siamo consapevoli di quel che dobbiamo ai traduttori e, ancor di più, alla traduzione? Ne siamo poco consapevoli. E anche se nutriamo gratitudine per
gli uomini che con coraggio si fanno strada in quell'enigma che è il compito del tradurre; anche se, legati ad essi e docilmente sottomessi al loro
zelo, li salutiamo da lontano come i signori nascosti della nostra cultura, tuttavia la nostra riconoscenza rimane inespressa e un po' disdegnosa – per
umiltà del resto, da che non siamo in grado di essere loro riconoscenti. Prendendo le mosse da un bel saggio di Walter Benjamin, tradotto (a sua volta)
recentemente, nel quale questo eccellente saggista ci parla del compito del traduttore, vorrei tracciare alcune note su questa forma della nostra
attività letteraria, forma per altro del tutto originale; se infatti si continua a dire, a torto o a ragione: qui ci sono i poeti, là i romanzieri,
quindi i critici, tutti responsabili del senso della letteratura, bisognerebbe annoverare allo stesso titolo anche i traduttori, scrittori della specie
più rara e decisamente non comparabili”.
Così inizia l'articolo che Maurice Blanchot pubblicò sulla Nouvelle Revue Française nel 1960. L'occasione era la recente pubblicazione delle Ouvres choises di Walter Benjamin (ed. Julliard), ma Blanchot, com'è suo solito, produce ben altro che una recensione: collocando la figura del
traduttore al centro sia del mito letterario che della filosofia, ci lascia delle coordinate per pensare il rapporto tra le lingue e, più in generale,
il senso della letteratura per come già emerge in opere quali Lo spazio letterario (1955) o Passi falsi (1943).
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Sabato, 28 aprile 2012
Un articolo di Diego Conticello su Lucio Piccolo, accompagnato da alcuni testi del poeta siciliano, tra cui i quattro "Canti barocchi". Ne ringrazio l'autore.
Agli albori del secolo scorso, in una Palermo trasognata e pomposa dominata dai Florio, nasceva negli agi nobiliari Lucio Piccolo (27 ottobre 1901), figlio di Giuseppe, grande possidente terriero nell’area nebroidea (con antenati crociati) e della contessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò (il ramo materno è più blasonato del paterno, annoverava ben tre vicerè di Sicilia ed era arrivato nell’isola al seguito dei Normanni; Teresa era la più giovane di cinque sorelle, tra le quali spiccava per cultura Beatrice, madre del futuro scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Sin da ragazzino, Lucio assorbe tutta quella congerie già gattopardesca ormai immersa nel terribile sfacelo iniziato con l’unità d’Italia e la definitiva cacciata dei Borboni dal meridione. Timidissimo e, a detta di molte testimonianze, eccessivamente attaccato alle gonne dell’autoritaria madre, cresce nell’enorme palazzo di famiglia in via Libertà – poi raso al suolo dalle bombe alleate durante la seconda guerra mondiale – alquanto solitario data la vistosa differenza d’età con i fratelli (Agata Giovanna, la primogenita, era nata ben dieci anni prima, nel 1891, il fratello Casimiro nel 1894). Coltiva precoci interessi musicali e già al ginnasio ‘Garibaldi’, grazie a sensibili ed acutissime capacità interpretative, oltreché ad una duttile intelligenza creativa e ad un’applicazione forse eccessiva, fronteggia gli stessi professori soprattutto in greco e latino (sono state ritrovate alcune pagelle dell’epoca dove i voti altissimi fioccavano a dismisura, peraltro in un periodo morbosamente ‘severo’ in cui anche gli alunni maggiormente meritevoli stentavano a raggiungere la sufficienza). Ancora adolescente gli viene affibbiato il soprannome di ‘musicista-filosofo’, specie nell’ambiente coltissimo del circolo Bellini di Palermo, frequentato spesso anche dal cugino principe Giuseppe Tomasi, che talvolta lo punzecchiava, ma solo per posa, su queste velleità artistiche, soprattutto per quanto riguardava l’arcinota pedanteria e ricercatezza nella composizione musicale: - « mio cugino compone una biscroma al giorno!» soleva ricordare a tutti il futuro autore de Il Gattopardo.
Continua a leggere "L'universo barocco di Lucio Piccolo"
Domenica, 22 aprile 2012
Giovanna Tomassucci, traduttrice e polonista all'Università di Pisa, mi "rimprovera" gentilmente, riguardo al post su "Ars poetica" (v. QUI) di non aver affiancato anche il testo in polacco, oltre quello inglese, della poesia di Czeslaw Milosz, poichè - annota - è bene ricordare che di un poeta polacco si tratta, salvaguardare una preziosa diversità identitaria in un mondo sempre più globalmente anglofono.
Giusta osservazione, provvedo quindi a pubblicare qui il testo polacco e anche, per completezza, la versione di Pietro Marchesani, storico traduttore e studioso della poesia polacca, scomparso di recente. Per fortuna, dico a me stesso, non mi sono trovato in una situazione del tutto montiana, ovvero di traduttor de' traduttori. Il testo inglese è infatti una versione del 1968 dello stesso poeta, che come noto era emigrato negli Stati Uniti nel 1960 ma aveva continuato a scrivere nella lingua natale, a differenza di altri celebri "esuli".
Con l'occasione segnalo anche l'articolo, di grande interesse, di Giovanna Tomassucci , fresco di uscita su "L'ospite ingrato", rivista on line del Centro studi Franco Fortini, dal titolo: "Czeslaw Milosz: descrivere le fini dei mondi" (leggibile QUI). La riflessione del poeta di fronte alle distruzioni della Storia e insieme la denuncia dell'indifferenza degli uomini momentaneamente risparmiati per le sofferenze dei colpiti, degli altri, come un immenso naufragio con spettatori, l'Icaro che non visto scompare nei flutti della poesia di Auden (v. QUI).
Continua a leggere "Addendum: Czeslaw Milosz e Ars poetica"
Mercoledì, 18 aprile 2012
Lunedi 23 aprile pros simo Andrea Inglese sarà ospite del Dipartimento di Lingue e Letterature Romanze - Laurea in Traduzione dei Testi Letterari e Saggistici dell'Università di Pisa (v. locandina completa QUI). In quell'occasione Inglese, attento interprete della poesia contemporanea francese e dello scambio sempre vitale tra quella e la poesia italiana, introdotto da Alberto Casadei, parlerà del suo libro "Commiato da Andromeda" (Valigie Rosse, 2011, Premio Ciampi), parte di un più ampio lavoro che ha per centro la città di Parigi, e leggerà e commenterà testi tratti dalla raccolta di Jean-Jacques Viton "Il commento definitivo - Poesie 1984-2008" (Metauro, 2009, postfazione di Nanni Balestrini) che lo stesso Inglese ha tradotto e curato. Seguirà un laboratorio di traduzione che avrà per oggetto un componimento di Viton, "la chute ne s'improvise pas".E' possibile leggere testi di Viton QUI e QUI, mentre la prefazione della stesso Inglese a "Il commento definitivo" è reperibile QUI. Un brano tratto da "Commiato da Andromeda" è invece reperibile QUI.
Sabato, 14 aprile 2012
Labirinto - voi siete qui (Dédale – vous êtes ici)

...Il lavoro della Métail pubblicato qui, "Labirinto - voi siete qui", è un poema di 180 versi, diviso in 10 sequenze (arrivo del treno - il nome della città - la città orizzontale sulla mappa - la città verticale - cercando il centro - la città in costruzione - la città storica - sottosuolo - posto per vivere - posto sconosciuto). Esso traccia l'arrivo e la scoperta della città di Berlino, il passaggio dal luogo sconosciuto a quello familiare, quello che si pensa di conoscere. "Labirinto - voi siete qui" aiuta l'osservatore a situare sé stesso. Il cerchio rosso che figura in tutte le mappe a Berlino in questo poema evoca altresì il cerchio vuoto dello Zen, una città in perpetua mutazione, impossibile da afferrare........
Continua a leggere "Michèle Metail - Labirinto: voi siete qui"
Lunedì, 9 aprile 2012
Su Poesia 2.0 continuano gli interventi di vari autori sulla "buona poesia" (v. QUI). Ho pensato di scrivere anch'io due note, anche allo scopo di chiarire qualche punto a me stesso.
La buona poesia
L'altro giorno mi è arrivato in casella un comunicato stampa di una
lettura pubblica, uno dei tanti che ricevo. Il condizionamento che
scatta di solito in questi casi è quello che mi fa muovere il dito verso
il tasto CANC. Poi chissà per quale ragione ci ho
ripensato, ho letto la poesia che vi era contenuta, la breve nota
biografica dell'autrice che informava che la medesima era la vincitrice
del premio Taldeitali 2011. Che non è il Montale né il Montano ma
nemmeno quello della Associazione del Verso Sbilenco. Insomma non
proprio un premio scalcinato.
Ora, sappiamo benissimo che una rondine non fa primavera e nemmeno fa
inverno un'oca lombardella che vola verso sud. Ma quell'unica poesia lì
in cima al comunicato stampa era proprio brutta. Certo, poteva rimanere
il dubbio che il resto del corpus poetico della autrice fosse di
straordinario valore, ma il fatto che quel testo fosse stato scelto,
forse dalla stessa poetessa, per campeggiare nel volantino lo rendeva
emblematico, anzi esemplare. E, a sua insaputa, esemplare del fatto di
essere brutto. O se preferite cattivo.
Per me, intanto (e l'ho detto altre volte), una poesia è brutta quando
lascia il tempo che trova, come il libeccio. Quando si disperde in un
istante nel rumore di fondo dell'impoetico, o se vogliamo del "poetico"
indifferenziato (sì, come la spazzatura) fatto di slogan pubblicitari,
di jingles, di accostamenti consunti, di associazioni d'idee, di
semplice esibizione di sentimenti che sono tanto belli quanto (si spera)
già noti a tutti. Quando si perde di vista, tra i tanti, il rischio di
una lingua meramente denotativa, che diventa pura descrizione e tracima
nei versi con parole, simboli, metafore, strutture così tante volte
usate da essere diventate oggetti enumerabili. Di converso,
come avvertiva in una delle sue "scuole di poesia" Massimo Sannelli,
“stiamo attenti a non dilagare in immagini troppo personali; forse siamo
gli unici a considerarle belle, e per gli altri potrebbero essere
semplicemente enfatiche o incomprensibili”. E aggiungeva che è inutile
mettere cuore nella propria opera se poi il poeta non "prende distanza
dalla sua materia, e (...) più se ne distanzia più la fa sua e la rende
infuocata”.
Continua a leggere "La buona poesia"
Domenica, 1 aprile 2012
Massimo Pastore è uno che aveva pensato di smettere di scrivere, cosa che depone a suo favore, a volte bisogna averceli certi dubbi, e invece molti altri che quella incertezza dovrebbero avercela proprio non ce l'hanno. Ma quella di Massimo non era un'autocritica, e poi comunque per fortuna ci ha ripensato. No, voleva smettere perchè per lui la poesia è dolore. Dolore sia espresso in versi, sia sofferto a scrivere. Ma come sappiamo, di "dolore" ne son piene le fosse (poetiche). Poi bisogna vedere quale, se ha dignità poetica. Massimo è poeta figurativo e cantastorie (v. QUI) come tanti musicisti della sua terra ligure. Ma anche un romantico depurato da romanticismi, uno che piace alle donne, un acido che a qualcuno può dare imbarazzo. Non ha eccessivi pudori, e un poeta non dovrebbe infatti averne. Certo a volte indulge, un pò posa, fa il maledetto. Ma a suo credito va detto che non parla, come altri, per sentito dire e se questo non bastasse è uno che osa, nel linguaggio, nell'invenzione metaforica. Mi ha mandato un po' di poesie. Gli ho risposto dopo qualche tempo: "Caro Massimo, eccomi qua...purtroppo ho avuto poco tempo ultimamente. Ho letto le tue poesie. Potrei dire in una battuta: da Bukowski a un Ginsberg eterosessuale, ottime per essere lette in pubblico, attorializzate col corpo, sputate addosso alla gente. E' questa la tua cifra, insieme a una ferocia o rabbia di fondo che a volte non controlli (e forse è giusto così). L'amore è una materia difficile, in poesia come nella vita (se esiste una differenza tra le due cose). Anche feroce, appunto, specie se è quasi soltanto scontro di carni, di quella maniera infantile di conoscere che è il tatto e la ferita. Alcune poesie sono molto buone, altre meno (ma solo perchè, mentre tutto fila liscio, ogni tanto d'improvviso ci infili qualcosa come per dispetto o per posa), altre no. Altre coinvolgenti, quando (es. Rame o Confesso) ti ricordi di avere un cuore lirico da qualche parte. Ma, a parte tutto, da tutto questo magma emerge un bella stoffa. Se riesci a mettere d'accordo potenza e controllo (come in quella pubblicità di pneumatici) sei a posto!" Poesie di amore e morte, intesi non tanto come polarità topiche consunte quanto come luoghi narrativi dove il dolore si palesa e mostra la sua maschera. Amori che non durano, un pò esibiti e hors de scène, carnali e di una sottesa violenza sempre borderline; la morte del padre, sempre presente anche quando non espressamente citata, elaborata in particolare in un intenso testo in prosa che qui non ho voluto pubblicare, una autentica elegia rap. E anche squarci urbani o interni giorno in cui si vive velocemente e senza meta e velocemente si scrive come se fossero graffiti, una lingua con i suoi codici, la sua anarchia, le sue distorsioni. Poesia che può piacere o non piacere, senza vie di mezzo. Ma che non passa inosservata.
Continua a leggere "Massimo Pastore - Cabine a gettoni e altre poesie"
Domenica, 25 marzo 2012
Pubblico un saggio di Teresa Ferri su “Sostiene Pereira”, un buon modo per ricordare Antonio Tabucchi, non solo romanziere e saggista ma anche il
più grande conoscitore e traduttore di Pessoa in Italia, deceduto oggi a Lisbona. Ringrazio Teresa Ferri per avermelo riproposto in questa
occasione.
“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi, ovvero storia di una delega * (Omaggio ad Antonio Tabucchi)
La scrittura di Antonio Tabucchi dal 1975, anno in cui viene pubblicata Piazza d’Italia, fino al marzo del 1997, che vede l’uscita di La testa perduta di Damasceno Monteiro, sembra voler ingaggiare con il lettore una partita che, di opera in opera, assume sempre più i contorni
di una sfida. Le strategie, le mosse, gli accorgimenti retorici attivati sono sempre diversi, ma obbediscono tutti all’esigenza di emblematizzare la
narrazione e di affidare alla metafora il compito di infittire il racconto di percorsi polisemici, che disegnino il procedere di una riflessione tesa a
concretarsi in parola attraverso gli impervi tragitti della creazione artistica. Lo scrittore regge sapientemente le fila di un discorso che spesso
indulge alla tentazione di dissimulare l’ambiguità mediante una chiarezza di superficie che, tradotta da una referenzialità solo apparente e immediata,
coinvolge il lettore, per destabilizzarlo subito dopo e intrappolarlo tra le maglie dell’incertezza interpretativa.
Ogni testo comunque, sia nel ristretto spazio di un racconto, sia nella più ampia dimensione del romanzo, racchiude interrogativi che, materiati in
personaggi, in vicende, in episodi, esprimono in linguaggio narrativo il tentativo di coniugare problematiche letterarie ed esistenziali all’interno di
un intreccio, che nell’effetto di sospensione sceglie la sua risorsa privilegiata. Così nessuna opera pare venire meno all’implicito impegno di farsi
spazio della domanda, di raccontare e insieme interrogare, alonando scrittura e lettura di un’atmosfera governata dal dubbio, dall’indefinito, da quel
senso di precarietà e di effimero che, se è tipico di tanta produzione novecentesca in versi e in prosa, si fa stilema dell’universo narrativo
tabucchiano.
Un rapporto strettissimo quello che lega lo scrittore alla letteratura, evidenziato anche da un raffinato e sapiente giuoco di citazioni (Borges,
Pessoa, Fitzgerald, Pirandello, ecc.) funzionale a esprimere, mediante il meccanismo intertestuale e polifonico, il combinarsi sapiente di tradizione e
innovazione, nonché la fertile relazione che il letterario intrattiene con il culturale. Colta e rappresentata nelle sue più accorte divagazioni e
mutazioni, nelle proficue operazioni di scambio e di travestimento, tale interazione, ambizione della stessa letterarietà, suggerita, occultata o
dichiarata, si fa cifra di questo discorso narrativo. Esso, appunto come dis-corso, si sposta continuamente tra due piani, quello della realtà
materiale e quello della realtà testuale, in una continua pendolarità cui non è estranea la partecipazione, ricercata o inconsapevole, della realtà
psichica e dei suoi più o meno scoperti angeli e demoni.
Continua a leggere "Teresa Ferri: Sostiene Pereira, ovvero storia di una delega"
Lunedì, 19 marzo 2012
L'iniziativa di Poesia 2.0 "Opera
prima", in collaborazione con la collana omonima edita da Cierre
Grafica e diretta da Flavio Ermini, ha poi trovato qualche settimana fa
il suo esito. Il consiglio editoriiale della collana, sulla base di una
terna espressa dalla giuria (o comitato di lettura) di cui facevo parte
anche io insieme a Giorgio Bonacini, Stefano Guglielmin, Gilberto Isella
e Rosa Pierno, ha assegnato il premio, con conseguente pubblicazione
gratuita, a Manuel Micaletto per la silloge "Il piombo e lo specchio". Gli altri due finalisti erano Loredana Semantica con "L'informe amniotico" e Veronica Sara Pinto con la raccolta "Poesie 2010-2011". Tutte e tre le opere sono leggibili nella loro interezza [QUI]. I partecipanti erano stati una ventina, il valore molto variegato. Per il 2013 Poesia 2.0 replica, come può leggere [QUI] chi volesse partecipare.
Un'opera prima non è mai tale del tutto, tutte le
dichiarazioni di poetica che hanno accompagnato le raccolte inviate
testimoniano un percorso culturale e creativo già alle spalle, una
riflessione, una maturazione, di cui l'opera prima deve essere il
coagulo. Un'opera prima è sempre qualcosa di interessante, forse quasi
al di là del suo valore. Perché si spera che offra indizi sul futuro,
degli autori o della poesia in genere, qualche frammento di nuove
tematiche o territori poetici, qualche segnale, per quanto vago, dello
spirito del tempo che spira da queste parti, qualche indicazione sulla
lenta evoluzione della forma e del linguaggio. Non credo che sia
chiedere troppo, in fondo. Era (ed è) almeno questo l'impulso primario
dell'iniziativa.
Continua a leggere "Opera prima 2012, due appunti"
Domenica, 11 marzo 2012
Paesaggi provvisori, interazioni, fotografia e altro (intorno a Ai Weiwei, "Entrelacs", Jeu de Paume, Parigi) di Elisa Castagnoli
Provisional Landscapes (2002-2008)
“Esiste una continuità nell’architettura occidentale dal rinascimento ai nostri giorni. In Cina tale continuità é stata spezzata dalla rivoluzione.
Da allora odiamo il passato, non ha ai nostri occhi alcun valore. Allora lo distruggiamo. Ed é così che ci ritroviamo con questi edifici senza
anima, senza gioia né vita che massacrano la terra e il territorio circostante”.
Terre di interi villaggi, considerate proprietà dello stato in Cina, vengono sottoposte a sistematiche operazioni di smantellamento, vecchie case
tradizionali, gli hutong, interi nuclei rurali sono rasi al suolo nel corso d’una notte nel processo di riconfigurazione dello spazio
architetturale, della sua dislocazione in linea discontinua aderendo a vasti progetti edilizi a bassi costi.
La velocità di ricostruzione, quanto l’altrettanto rapido gesto di azzeramento, tabula rasa, messa a capo dell’eredità precedente riconfigurano il
territorio in gerarchie spaziali, in reticoli e sistemi plastici mai neutrali, anche quando si presentano negli stadi mediani di terre a raso, di
cantieri industriali o cumuli di macerie. Eppure, la riconversione del territorio, tanto rapida negli ultimi decenni, quasi rincorrendo freneticamente
il ritmo del cambiamento, sembra lasciare nelle fotografie di Weiwei delle parentesi di vacuità, questi campi lunghi ricorrenti in primo piano di
terreni aridi, brulli, di intere estensioni rase al suolo e corsi d’acqua in fuga prospettica verso il fondo. I primi piani resi alla denudazione di
forme e segni pre-esistenti e i nuovi edifici sullo sfondo come altra dimensione architetturale, altra configurazione d'un modello estraneo che si
affaccia, senza reale continuità al precedente, sul retro delle immagini.

Nella giustapposizione che occupa una parete immensa della galleria sono insieme queste visioni di case e villaggi secolari spazzati via dalle esigenze
di un capitalismo ascendente, poi lo spazio del provvisorio, della transizione, l’indefinito d’una trasmutazione riempita di macerie e sassi, di
detriti in eruzione- irruzione; tale la materia di pietra o terra in fase di sommovimento, nel riavvolgimento apparente su sé stessa. Accanto alle
macchine, alle scavatrici, e ai cantieri aperti nella caoticità ingovernabile dei lavori in corso, appaiono, infine queste terre o superfici messe a
zero, rase, rese a terreni incolti, a pozze d’acqua, alla denudazione d’una non-memoria o solo forse al fascino d’un transitorio, d’un provvisorio
voluto, inevitabile o volutamente assunto che vi si insinua.
Continua a leggere "Ai Weiwei - Paesaggi provvisori"
Lunedì, 5 marzo 2012
Ugo
Magnanti è poeta militante, uno che si esprime non tanto sulla carta
quanto "facendo" la poesia in interventi, manifestazioni, letture, idee e
immaginazioni. Per cui non lo trovi molto su carta, in libretti
minuscoli e deliziosi, edizioni fuori commercio, plaquettes legate a
mano. Ma se sei fortunato lo puoi trovare appeso a un paracadute (per
fortuna non tutti i giorni) mentre atterra declamando versi contro la
centrale termoelettrica Turbogas di Aprilia o in cicloturismi poetici in
giro per l'Italia oppure impegnato a mettere insieme coppie di
assortiti versificatori o ad osservare quel mare tra Anzio e Nettuno
sempre presente nella sua poesia. Perciò può forse essere un understatement,
da un punto di vista espressivo, limitarsi a leggere qui alcuni dei
suoi testi, non avendone a disposizione la presenza corporea e la
capacità di comunicare in maniera non verbale, non lineare. Ma tant'è.
Forse è per questa vena performativa che Magnanti
pone la sua poesia su un limite, come su una soglia. I vuoti, la palese
lentezza della dizione in questi versi suggeriscono il gesto (o i
gesti), la pausa sospensiva dell'attore. I testi sono spesso leggeri,
tramati, si accendono e spengono velocemente, ristanno indecisi sul
limitare marino di un silenzio definitivo, o sostano a meditare su
qualcosa che sta tra l'elementare (detto in senso materico) e
l'indicibile ("lasciammo le conchiglie dentro un certo / recipiente di
vetro, senza vento, / senza un nome, né greco né latino: / su questo non
ci parve avere dubbi" in Venti risacche). Altre volte, in
testi più ampi e "respirati", Magnanti investe e riveste il reale, il
sociale, di uno sguardo decentrato, di un pensiero laterale che
soffermandosi apparentemente sul marginale rivela invece cose nascoste,
la possibilità che il testo medesimo o la poesia in genere possa
svoltare verso altri impensati esiti. In tutti i casi rimane perspicuo
(e perciò parlo di soglia) "il suadente impulso di oltrepassare la
pagina scritta", come dice Magnanti in una intervista. La poesia non
appare quasi mai conclusa, conchiusa, l'impulso è condiviso con chi
legge, anche se in questo oltrepassare ognuno forse si immagina il
territorio che vuole. Che è la nota di fondo migliore che si possa
lasciare in bocca ad un lettore di poesia.
Continua a leggere "Ugo Magnanti - Poesie diverse"
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