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Domenica, 30 luglio 2006
 Qualche giorno di ferie, finalmente...Si va nell'isola di smeraldo, l'Irlanda di Heaney e Yeats ma anche dei cieli cantati da Massimo Bubola, della birra e del whiskey. Vorrei pertanto (im)postare, tirandola fuori dal cassetto, una "cartolina" che risale agli anni '50, una poesia che Wallace Stevens scrisse dopo aver appunto ricevuto una cartolina che raffigurava le famose scogliere di Moher. Da quella semplice ispirazione di mare e rocce (e chi conosce Stevens sa che valore simbolico ha la roccia per lui), il poeta costruisce una delle sue tipiche poesie, una ricerca delle origini ultime della realtà, una realtà primigenia, o paterna, che viene "prima del pensiero, della parola" e che tenta di riscattarsi perfino dal linguaggio, dai "sonnambulismi della poesia e del mare". Aggiungerei le parole di M. Bacigalupo, il traduttore (oltre a R.Poggioli) di S. in Italia: "S. è alla ricerca dell'origine, il punto estremo, che poi si rivela roccia. La domanda iniziale dà al testo l'aspetto di un esercizio di riflessione, come un 'koan' nella pratica buddhista zen".
Le scogliere irlandesi di Moher
Chi è mio padre in questo mondo, in questa casa,
Alle fondamenta dello spirito?
Il padre di mio padre, il padre di suo padre, il...
Ombre come venti
Risalgono a un genitore prima del pensiero, della parola,
In capo al passato.
Risalgono alle scogliere di Moher che sorgono dalla nebbia,
Sopra il reale,
Sorgendo dal luogo e tempo presente, sopra
L'erba verde, bagnata.
Questo non è paesaggio, pieno dei sonnambulismi
Della poesia
E del mare. Questo è mio padre, o forse
E' come era lui,
Una somiglianza, uno della razza dei padri: terra
E mare e aria. (tratto da W.Stevens - Il mondo come meditazione - a cura di Massimo Bacigalupo - Guanda 1998)
Martedì, 25 luglio 2006
Ringrazio Fabrizio Centofanti per aver ospitato sul suo blog un mio scritto che ha un valore più che altro storico-affettivo, non è e non vuole essere una "poetica", che avrebbe bisogno di una riflessione ben più approfondita. Tuttavia sono ancora convinto dell'idea che vi è contenuta, che ritengo ancora importante, anche come base per un approccio critico non accademico al lavoro proprio e di altri. E cioè quella della ricerca di una verità di fondo della poesia, intendendosi qui per verità niente di trascendente e di assoluto. Si tratta piuttosto della verità del poeta (e quindi della poesia), che può essere criticamente verificata proprio attraverso l'individuazione di un percorso non falsificabile (e quindi onesto) di ideazione, consapevolezza o coscienza, precipitazione linguistica, elaborazione, stesura. Mi rendo conto che la prima obiezione, se mai ci sarà, riguarderà la primogenitura dell'istinto poetico, o del talento, come fattore primario della poesia. E' talmente ovvio che sia così che non vale la pena di soffermarcisi. Meno ovvia è la pretesa di alcuni che il talento, o l'urgenza come la chiamo io, siano di per sè sufficienti, in quanto segni di una specie di illuminazione o dono del cielo che tutto permette. Con un'ottica forse un pò calvinista, invece, potremmo dire che è il lavoro che ci riavvicina al dono e fa sì che ce lo meritiamo. Del resto la letteratura è ampiamente documentata di innumerevoli varianti al testo, segno di un impegno ad un più alto livello di coscienza da parte degli autori. E il talento, quando c'è, può essere migliorato. Se questo è vero, è anche vero che non può essere migliorato con altro talento. Quindi, si torna al buon vecchio lavoro... (segue il testo)
Continua a leggere "Lavorare stanca (i poeti)"
Sabato, 22 luglio 2006
Si parla su vari blog, in questi giorni, di dichiarazioni di poetica. Per parte mia ritengo, al di là di un lavoro che sto elaborando sulla “verità” della poesia, che la poetica di un autore, da non confondere con una legittima dichiarazione di adesione ideologica, emerga sostanzialmente dalle cose che ha scritto (magari anni fa) e che va scrivendo (ora). Porrei l’accento proprio su questo percorso temporale, per varie ragioni: perché ha valore documentale ben più stabile delle dichiarazioni d’intenti, e sappiamo che a volte nemmeno il poeta stesso “conosce” esattamente quello che scrive; perché costringe ad un lavoro critico sia chi legge sia chi scrive e questo, se c’è abbastanza onestà intellettuale da ambo le parti, non può che essere un bene; perché evita fraintendimenti del poeta stesso tra il dire e il fare, privilegiando proprio il fare poetico nel suo divenire; perché porta alla luce il salto di potenziale (proprio in termini di energia), il differenziale poetico che si è sviluppato nel corso della vita artistica dell’autore. Naturalmente i poeti si sono sempre più o meno espressi in termini metapoetici, sia sul medium poesia, sulla tecnica, sul linguaggio, sia sull’idea, la loro idea, della poesia. Lo hanno fatto in saggi e articoli anche di grande importanza, lo hanno fatto in dichiarazioni ufficiali, come le prolusioni in occasione di qualche premio prestigioso. In un certo senso è impossibile non farlo, fa parte del mestiere, e mi rendo conto che anche queste poche righe sono in qualche modo un frammento di discorso sulla poesia. Ecco, è questo il punto: qualsiasi dichiarazione di poetica non può essere che un frammento dello specchio identitario del poeta, quello che si palesa attraverso quello che scrive; perché è da lì che emerge la visione del mondo del poeta, o meglio la sua “meditazione”, che poi è una delle ragioni della poesia….
COSE CHE RIGUARDANO ALTRI
non vedo, da questo balcone, la mia pancia: oltre il parapetto, sui gomiti contusi, solo il vuoto assolato come d’un napalm estivo. Aspetto gli incendi d’agosto. Colline rosse, la fiamma che brucia l’ossigeno, e l’urlo dei pini disillusi. Non c’è nessun Libro che consoli abbastanza questo deserto paesaggio, niente che ci svegli da queste anestesie, pallide ripetizioni, omologhe morti, indifferenze. C’è un rombo indistinto, sul mondo, che non cessa. Forse una tempesta impensabile, uno scoppio che ci rovesci gli occhi per gli occhi i denti per i denti: una rottura improvvisa di questa pace di borgata che ci sembra nostra e nostra e nostra. E infinita.
Mercoledì, 12 luglio 2006
Troppa importanza all’ora - mezzanotte o l’una – convenzionale ragione per arrendersi a questa pace di risulta, come scolari insonni, al notturno respiro degli ossigeni. Ma in quest’ora basta uno scricchiolìo del corpo, la confidenza delle vene, la stanchezza del foglio sotto al polso, certe articolazioni dell’essere che urgono parole non scritte... Proprio quest’ora – ronzii, curvature, il grido opaco dei cani – assume una sua memoria, come se pensasse sé stessa, come se tutte le ragioni dell’uomo avessero il loro splendore, e – infine - le loro parole, vicine e fragili, senza più timore, - fortuito incrocio, come una ragazza in strada, l’idea gioiosa del possibile - .
Sabato, 8 luglio 2006
Il lavoro del poetadi Amy Lowell
 Nessuno si aspetta che un uomo costruisca una sedia senza prima imparare a farlo, ma c'è il luogo comune che poeti si nasca, non si diventi, e che i versi prorompano da sè da un cuore traboccante. Effettivamente, il poeta deve imparare il suo lavoro nello stesso modo, e con la stessa coscienziosa attenzione, di un ebanista. Il suo cuore può certo traboccare di alti pensieri e scoppiettanti fantasie, ma se egli non sa comunicarli al suo lettore per mezzo di parole scritte non può pretendere di essere considerato un poeta.Un artigiano può essere scusato, perciò, se spende qualche momento per spiegare e descrivere le tecniche del suo lavoro. Un'opera di bellezza che non sa reggere un esame approfondito è una cosa povera e scadente. Per prima cosa, vorrei affermare la mia ferma convinzione che la poesia non dovrebbe tentare di insegnare, che essa dovrebbe esistere semplicemente perchè è una creazione di bellezza, anche se la bellezza qualche volta di una grottesca gotica. Noi non chiediamo agli alberi di darci insegnamenti morali, e solo l'Esercito della Salvezza sente la necessità di affiggere testi su di essi. Noi sappiamo che questi testi sono ridicoli, ma molti di noi ancora non vedono che scrivere un ovvio insegnamento su un'opera d'arte, pittura, statua, o poema, è non solo ridicolo, ma incerto e grossolano. Noi diffidiamo di una bellezza che capiamo solo a metà, e ci lanciamo con i nostri impertinenti suggerimenti. Quanto lontani siamo dall' "accettare l'Universo"! L'Universo, che dispiega i suoi continenti e i mari, e li lascia senza chiose. L'arte è altrettanto una funzione dell'Universo quanto una corrente equinoziale, o la legge di gravità; e noi insistiamo nel considerarla semplicemente un piccolo lavoro di traforo, o di poca importanza se non è costellato di chiodi a cui poter appendere opinioni carine ed edificanti! (trad. G.Cerrai)
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