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**** Ghérasim Luca, La fine del mondo, book-trailer di 19 pag, con estratti, QUI
Venerdì, 20 ottobre 2006
Pubblico qui un reperto archeologico, testi tratti da "Imperfetta ellisse", Quaderni di Primarno, 1988 (se ricordo bene), che in parte spiegano la ragione dell'affezione ad un titolo e anche un po' il "da dove"... Per quanto non convenga in genere parlare criticamente di se' stessi, perche' l'avvocato di se' stesso ha per cliente uno stupido, un paio di cose bisogna dirle, anche in riferimento a quanto scrisse in prefazione C.Vettori. La prima, riscontrabile peraltro in molta poesia novecentesca, riguarda lo sguardo che tende a stabilire una correlazione tra particolare e universale e quindi tra l'io, se c'e', e la natura e il mondo intesi anche in senso filosofico. L'altra e' relativa alla "circolarita' come dimensione non solo spaziale, ma anche temporale (...): alla concezione lineare del tempo ("si annulla il tempo nel punto geometrico / dov'era un attimo / dove non sara' piu'"), che conduce inevitabilmente al senso dello smarrimento e della perdita, se ne sostituisce progressivamente una circolare ("in un punto del cerchio / l'inizio e la fine si fanno coerenti"), che contiene in se', invece, il senso della continuita', del ritorno, della compiutezza" (Vettori).
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Sabato, 14 ottobre 2006
Non sappiamo chi sara' il Poeta, italiano o straniero, del terzo millennio. Ma chiunque si accingera' alla sua esegesi, dovra' fare a meno, temo, del supporto delle varianti, antico strumento della critica. Il perche' e' ormai ovvio ed e' legato alla trasformazione degli strumenti di scrittura, in un ciclo vitale che, non essendo giovanissimo, ho potuto sperimentare di persona, passando nel corso degli anni dallo scritto al dattiloscritto al digitoscritto (se mi passate il neologismo). Qualcosa per forza cambia quando si passa dal foglio a quadretti del liceo alla gloriosa Lettera 22 (che ho ancora) e poi alla stampa laser autoprodotta, e cambia non tanto nel prodotto finito, quanto nelle tracce che il prodotto finito lascia dietro di se'. Mi ritrovavo in questi giorni, leggendolo, nell'articolo di S.Guglielmin su L'Attenzione di Ottobre: "mi metto davanti al computer, in silenzio, libero da legami con il mondo. (...) qualcosa che frulla in testa. Frammenti, di solito, specie di calcoli mentali e corporali insieme(...). Di solito, in principio, esce poco e male: esce il mondo gia' parlato, escono le domande gia' sentite, le paure, le rabbie. Io pero' insisto, se insisto, altrimenti resta materiale inerte, forse per sempre. Ho un file dove raccolgo questo materiale: scarti spesso irrecuperabili. Se invece insisto, qualcosa esce, cioe' si da' una forma (...). Se capita, dico a me stesso: ecco la poesia. La stampo, la leggo, la correggo a penna, digito la variante, la ristampo, la ricorreggo...". Ho riflettuto spesso su questa esperienza comune a chiunque scriva per arte, e lo faccia usando un computer. Soprattutto questa sedimentazione degli spunti letterari, che prima trovavano ospitalita' in foglietti sparsi, o in taccuini, e che ora si affastellano in "un file". E questo file, da cui si presume si traggano gli spunti per lavorarli, a sua volta sepolto nel computer stesso, come se l'ispirazione fosse ancora dentro il calamaio, o nella penna, cioe' nello strumento. La questione e' che la varianza si smaterializza, diventa privatissima, persa in fondo a qualche hard disk. Le tracce si fanno labili, proprio perche' la materializzazione del prodotto diventa totale ed esclusiva, se avviene nella stampa; o nulla o digitale, se avviene sul web. E' ovvio: ai tempi del foglietto o della Lettera 22, del dattiloscritto su cui si andava a lavorare di penna, lo scarto rimaneva qualcosa di tangibile ed andava ad assumere una sua storicita', se necessario a memoria futura. E' ovvio che il testo finito e' il soddisfacimento ultimo di una esigenza creativa dell'autore, ma il computer non lascia tracce, se l'autore decide di tagliare e incollare, sovrascrivere, cancellare nella maniera brutale e irreversibile che il computer permette: il testo rimane cristallizzato, salvo revisioni future per forza di cose marginali, in una sua forma senza tempo, in un certo senso apolide e senza memoria, se e' l'autore a scegliere la via piu' facile, quella che il grande Stravinskji chiamava la "strategia del comfort". L'alternativa per l'autore e' tentare in qualche modo di consegnare alla memoria (non solo quella del computer) la filogenesi del testo, registrando su testi successivi i passaggi, le correzioni, i ripensamenti, in una specie di fondo manoscritti digitale, simile a quelli esistenti presso alcune Universita', che a mio avviso e' utile in prima istanza proprio all'autore medesimo. Nel caso di pubblicazione digitale l'alternativa potrebbe essere l'ipertesto, ovvero un testo con collegamenti interni in grado di rimandare alle varianze, all'insieme dell'opus creativo. Al di la' di quello che ci riserba il futuro, la questione e' tutt'altro che peregrina: ad esempio senza il rinvenimento di documenti tangibili non si sarebbe potuto pubblicare un'opera secondo me di grande importanza come Yellow di A.Porta. E su questa esigenza fu attivato un progetto, Digital Variants, presso il Dipartimento d'Italiano dell'Universita' di Edimburgo (http://www.selc.ed.ac.uk/italian/digitalvariants/home.htm), che ancora continua pur con qualche rallentamento (particolarmente interessante qui il lavoro su Valerio Magrellli e le varianti da lui fornite). Insomma, rimane a mio avviso fondamentale il tracciamento del divenire creativo della poesia, la fusione di talento e lavoro. Chissa' che poi non serva per studiare il Poeta che verra'.
(L'illustrazione e' una sezione dattiloscritta con correzioni, risalente al 1962, di "Stings" di Sylvia Plath - Copyright 1982, by Smith College and the Estate of Sylvia Plath)
Giovedì, 5 ottobre 2006
Qualche giorno fa Davide Nota ha pubblicato sul suo blog una breve considerazione intitolata "L'ossessione della sobrieta'", contro certo conformismo in poesia, in cui affermava tra l'altro: "Non si parli mai di politica (potresti infastidire il tuo interlocutore), ne' di teologia (coi tempi che corrono...), non ci si lasci scappare (per carita'!) ne' vocaboli grossolani, ne' tanto meno eruditi (potresti essere percepito come un poeta di cattivo gusto...).Per farla breve: prendi una qualsiasi conversazione d'occasione tra due persone dabbene, che conoscano le buone maniere e che magari abbiano anche studiato quel tanto che non guasti l'amabilita' della conversazione, riportala spezzettata in versi dimessi e casuali e sarai un poeta!". Questo mi ha fatto rammentare un testo che ho scritto nel 2001, poco piu' di un divertissement, naturalmente...Eccolo di seguito.
Continua a leggere "Che tutto si riduca"
E' uscito il numero di Ottobre de L'Attenzione. E' il n. 1, dopo il n. 0 di cui abbiamo dato notizia qualche giorno fa. Sono presenti scritti e poesie, oltre che dei fondatori, di Fichera, Ponso, Guglielmin. Scalabrino traduce Ghjacumu Thiers . Editoriale di Orgiazzi.
Domenica, 1 ottobre 2006
Ho dovuto cambiare l'indirizzo email del blog (che trovate nella barra laterale) perche' quello vecchio era stato preso di mira dai cosiddetti spammers. In ogni modo, siccome come dice l'amico Gianfranco Fabbri non si finisce mai di imparare, colgo l'occasione per ripassare un po' di "storia" del fenomeno, anche perche' e' divertente. La "voce" sottoriportata e' tratta da Wikipedia, benemerita iniziativa che ringrazio.
Lo Spam e' un tipo di carne in scatola (Spam -> Spiced Ham) della Hormel Foods Corporation entrato a far parte del folklore.e' stato in passato il pretesto per il soggetto di uno sketch del gruppo comico inglese dei Monty Python, molto conosciuto e amato. In particolare, nella fortunata serie "Monty Python's Flying Circus" una coppia di coniugi (il marito interpretato da Eric Idle e la moglie da Graham Chapman) entra in un bar e chiede alla cameriera (Terry Jones) il menu, nel quale l'elenco delle pietanze presenta continuamente "spam": "uova e spam", "uova pancetta e spam", "uova pancetta salsiccia e spam", "spam uova spam spam pancetta e spam" e cosi' via, sempre piu' insistentemente...La moglie pero' non desidera affatto lo spam, e pur insistendo non riesce nell'intento. Nel frattempo da un tavolo alle spalle della coppia, occupato da un gruppo di vichinghi con tanto di elmi cornuti, iniziano a cantare "spam, spam, spam..." in modo sempre piu' forte e fastidioso, fino al culmine del finale dove il canto prende il sopravvento su tutto, con un ritornello che suona pressappoco cosi': SPAM SPAM SPAM SPAM SPAM SPAM SPAM SPAM Wonderful SPAM, marvelous SPAAAM! Lo sketch - di umorismo tutto britannico - riflette le politiche di razionamento militare della seconda guerra mondiale, quando lo Spam era uno dei pochi cibi sempre disponibili. La reiterazione ossessiva della parola nella canzone ha poi portato all'uso dello stesso termine per indicare le e-mail commerciali non richieste.
In fondo e' quello che succede tutti i giorni in TV, dove ci viene ossessivamente presentato il paradosso "io sto dicendo la verita'" che e' l'esatto contrario di quello di Eubulide di Mileto ("io sto mentendo") ma che e' ugualmente autoreferenziale e quindi, secondo Aristotele, da cassare...percio' la soluzione e' spengere la TV (e cambiare indirizzo email) e leggere qualche libro. Chi volesse vedere lo sketch dei Monty Python puo' farlo qui. Buon divertimento.
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