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Martedì, 29 maggio 2007
Ripropongo qui su Imperfetta Ellisse un importante articolo di Domenico Jervolino, già apparso sul n.2/2002 della rivista telematica di critica filosofica Kainòs (www.kainos.it), che presenta molti interessanti spunti di riflessione, anche e sopratutto, io credo, da un punto di vista poetico e critico. Perchè? Direi in primo luogo perchè nel rapporto che Jervolino stabilisce tra ermeneutica e interpretazione/traduzione (qui nel senso proprio di trasposizione da un sistema linguistico all'altro) si può ritrovare una strada percorribile con qualche vantaggio sia nell'atto di effettivamente tradurre nel senso pieno del termine, sia nel tentativo di comprendere (criticamente o come semplice lettore per quanto avveduto) un autore appartenente al nostro stesso ambito culturale. E quindi (e in secondo luogo) di superare, o meglio rendere culturalmente dinamica, quella doppia Babele (linguistica e di senso) a cui lo stesso Jervolino accenna (in effetti l'autore di riferimento di questo articolo è proprio George Steiner e il suo celebre "After Babel"). Dal punto di vista della critica (e della lettura) penso che possa essere condivisibile il processo descritto da Jervolino, citando Steiner: un atto di fiducia inziale nei confronti dell'opera, un accostarsi che paradossalmente può anche risolversi nella constatazione che non ne valeva la pena; un atto di "incursione e estrazione", con il quale si tenta di "aprire" l'opera per cavarne un significato, che poi porta a una "comprensione", ovvero "all'incorporazione dell'altro nel nostro mondo linguistico e culturale" e anche, direi, nel nostro sistema semantico. E' ovvio che nella traduzione, così come nella lettura critica, quella che si consegue è una serie di approssimazioni tendenzialmente perfettibili, o di tentativi di ricomposizione del senso altrui in un proprio senso, a maggior ragione per quanto riguarda la poesia, l'arte più decisamente connotativa e polisemica.
IL TESTO
Segnalo anche, sulla rivista Sinestesie - maggio 2004, il divertente racconto "La Traduzione" dello scrittore spagnolo Andrés Neuman, a cura di Andrea Perciaccante
Mercoledì, 23 maggio 2007
Alfonso Berardinelli, sul Corriere della sera di sabato 19 maggio, dice la sua (e quindi, l'ultima) in relazione ad un articolo del sabato precedente dedicato al libro "Il critico come intruso" che Emanuele Zinato ha scritto su di lui. In quell'articolo, di Paolo Di Stefano, appare una parola che Berardinelli definisce importante, "rompiscatole", riferitA naturalmente al lavoro del critico. Ma, dice Berardinelli, non vorrei passare per quello che non sono, io non ambisco a tanto, rompiscatole erano Fortini e Pasolini, rompiscatole è Arbasino. E comunque, non è una faccenda personale: "oggi infatti nell'opinione comune rompiscatole è l' intera (per quanto esigua) categoria dei critici". Rompiscatole, aggiunge, sono semmai gli autori di best sellers, che , secondo lui, "desertificano l' ambiente facendo fuori ogni altra fauna libraria. Creano fanatismi infondati. Alterano il comune senso delle proporzioni".
Continua a leggere "Il critico è un rompiscatole (?)"
Sabato, 19 maggio 2007
Dopo Jaroslav Mikolajewski, a cura di Lorenzo Pompeo, (v. qui) pubblico una selezioni di testi di K. Karasek, noto poeta polacco, tradotto anch'esso dall'amico Lorenzo, slavista collaboratore tra l'altro della bella e-zine eSamizdat nonchè poeta.
IL POETA SIEDE SULLA NUVOLA
A cura di Lorenzo Pompeo
Krzysztof Karasek nasce a Varsavia nel 19 febbraio del 1937. Ha studiato filosofia all’università di Varsavia e ha debuttato nel 1966 sul mensile “Poezja”; la sua prima raccolta, Godzina jastrzębi (“L’ora dell’astore”) del 1970, è seguita, nel 1972 da Drozd i inne wiersze (“Il tordo e altre poesie”) nel 1972, mentre i due volumetti sono successivamente confluiti nella raccolta Poezje del 1975. Da allora sono apparse varie raccolte e antologie. È stato redattore della rivista “Orientacja” dal 1967 al 1971 e dal 1972 ha diretto il settore della poesia nel periodico “Nowy wyraz” e ha condotto un programma di poesia alla radio. Saggista e traduttore dal tedesco (ha tradotto, tra gli altri, Gotfried Benn)
In Polonia, dove la sua barba bianca è assai nota ben oltre i circoli dei cultori del verso, la sua poesia venne associata, già negli anni ’70 alla generazione della “nowa fala”, ovvero ai poeti che si erano formati a seguito del trauma del ’68 polacco, quando alle manifestazioni studentesche represse brutalmente dalla polizia seguì un’infame campagna antisemita orchestrata dal regime. Manifesto di questa generazione fu il saggio Il mondo non rappresentato firmato nel ’71 dai poeti Zagajewski e Kornhauser. L’intento di questi poeti era quello di “demistificare” e “decostruire” la rappresentazione della realtà offerta dai mezzi di comunicazione di massa controllati dal regime (per inciso, anche i primi documentari di Kieślowski sono l’espressione della medesima esigenza).
Tuttavia in Karasek la dimensione dell’impegno non è mai stata prevalente. Ciò che condivide la sua poesia con quella della generazione della “Nowa fala” è, semmai, una certa inquietudine e un disagio, uniti a una grande diffidenza nei confronti del mondo, minacciato dal non senso, sia nella dimensione pubblica che in quella privata, come appare evidente anche dal titolo della sua raccolta del 1979 Prywatna historia ludzkości (“Storia privata dell’umanità”). Grazie anche a una profonda e ricca vena metafisica, la poesia di Karasek non ha affatto risentito delle trasformazioni politiche e sociali che il suo paese ha attraversato negli ultimi due decenni.
I TESTI
Martedì, 15 maggio 2007
Rosa Salvia, lucana di origine, vive a Roma dove insegna Storia e Filosofia in un liceo. Ha pubblicato due romanzi brevi, "La parabola di Elsa" e "Fermagli", e il lungo racconto "Nihada", finalista al Premio Nazionale di Narrativa Voci di Donne, nonchè le sillogi poetiche "Intermittenze" e " Luce e polvere", fra i vincitori di concorsi indetti dalla rivista letteraria "Orizzonti". E' fra i vincitori della prima edizione del Premio Nazionale di Poesia Isabellla Morra 2006.
La selezione di testi qui pubblicata è tratta da "Le parole del mare"" edito da LietoColle, Faloppio 2007.
Domenica, 13 maggio 2007
La storica libreria Feltrinelli di Pisa, la prima in Italia fondata da Giangiacomo Feltrinelli esattamente mezzo secolo fa, sarà una delle location della rassegna studio di poesia contemporanea internazionale POETICA 2007 (1-2 giugno), quest'anno dedicata alla poesia portoghese, con il titolo "Il passo atlantico" (il programma è scaricabile qui) Saranno presenti i principali poeti lusitani (Tamen, Cruz, Mendonca, De Brito, Moniz, Almeida, Fernan-Vello) che si confronteranno con poeti e critici nostrani (Zeichen, Rondoni, Galaverni, Pontiggia, Berardinelli, Calandrone, Pianzola, Veracini, Carpi, Cammilliti). Nell'attesa direi propongo una poesia appunto di Pedro Tamen, proprio quella che da il titolo alla nota antologia di poesia portoghese contemporanea "Inchiostro nero che danza sulla carta", edita da Mondadori se non sbaglio nel 2002.
L’inchiostro nero che danza sulla carta garantisce l’eternità di chi impugna l’oggetto ballerino e freddo (credevo un tempo, o semplicemente fingevo di presumere). L’inchiostro di qualunque colore e la carta o ferro dove si iscriva passano volatili come le dita piene d’intenzioni e come il suono del cuculo tre volte ripetuto. Al silenzio che segue nessuno forse risponde, poiché non sa che c’è stato un suono, una verità, un prima. Pedro Tamen (trad. Giulia Lanciani)
Martedì, 8 maggio 2007
Enrico Cerquiglini, sul suo blog "Tra nebbia e fango", ha dato il via al suo progetto di antologia poetica on-line, di cui (e lo ringrazio) faccio parte anch'io. Un'antologia per sua natura felicemente partigiana perchè basata sul personale apprezzamento del curatore, ovvero sul riconoscimento che in fondo, al di là di tutte le opzioni critiche, quello che conta in poesia è che la poesia stessa abbia un valore in primis per il lettore. Ecco cosa ne dice Enrico: Questa Antologiablog non ha pretese di rappresentare il panorama poetico italiano contemporaneo ma semplicemente di presentare delle voci poetiche che apprezzo e che, in qualche modo, pur nella diversità di stili e di tematiche, rappresentano possibili linee di sviluppo della poesia di questo inizio millennio. In questo florilegio non c’è alcuna volontà di essere esaustivo. Potrebbe, questo sì, essere l’abbozzo di un’antologia da fare, da ampliare e da sviluppare nel tempo.
Domenica, 6 maggio 2007
Ho incontrato Angèle Paoli per caso. Non l’ho incontrata, come mi sarebbe piaciuto, in qualche insenatura granitica della Corsica occidentale, ritta su uno scoglio a contemplare il “suo” Mediterraneo, o in uno dei boschi dell’isola dove i turisti non vanno mai. Mi sono imbattuto in lei nella rete virtuale, così va il mondo oggi, ed è già una fortuna ed insieme una vertigine pensare a quante persone di valore che forse potresti incontrare ci sono al mondo. Mi ha mandato la notizia della traduzione in francese di un autore che avevo ospitato qui su Imperfetta Ellisse, io sono andato a vedere il suo blog, Terres de femmes (v. link a lato), e ho scoperto uno dei siti più intriganti, culturalmente complesso e multiforme, in cui mi sia imbattuto da un bel po’ di tempo a questa parte.
Angèle è anche una poetessa di notevole raffinatezza, come ci si può rendere conto leggendo anche solo le due poesie qui presenti, fatte di vento e mare e terra, leggere e trasparenti e insieme concrete come una filigrana, percorse da un lungo sospiro malinconico, legate a un “terroir” come un buon vino. Territorio che tuttavia non ci è alieno, anzi ci suona familiare, perché, al di là della lingua francese, in Corsica agisce, sia in maniera palese che più sottilmente sotterranea, una cultura antichissima che, esattamente come la Sardegna, è anche nostra, a noi prossima. E d’altra parte in queste poesie c’è anche, credo, un respiro più universale, perché al fondo si richiamano a simboli, come l’insularità, a radici, come il mare stesso, comuni a tutti i popoli. Chissà, forse è per questo che leggendole mi sono tornate alla mente cose lontanissime e diverse, come Derek Walcott (“L’occhio affamato divora la marina per un tozzo / di vela. / L’orizzonte la percorre all’infinito. / L’azione nutre la frenesia...), oppure, non solo geograficamente distante, Umberto Saba (“In fondo all’Adriatico selvaggio / si apriva un porto alla tua infanzia. Navi / verso lontano partivano...”). Lo so, può sembrare azzardato. Ma la poesia non è anche un risuonare di echi misteriosi?
LE POESIE
Mercoledì, 2 maggio 2007
Torno a pubblicare, dopo un anno e mezzo (v. qui), alcuni testi di Gabriella Garofalo, che recentemente ha conseguito un eccellente secondo posto nella sezione ‘silloge inedita’ del Premio nazionale di Poesia Astrolabio 2006. Delle considerazioni che feci brevemente all’epoca posso oggi sottoscriverne la gran parte, perché Gabriella mantiene una solida unità stilistica, una sperimentata fedeltà a canoni linguistici e formali entro i quali evidentemente si trova a suo agio e riesce ad esprimere a pieno la sua poetica. Parlai allora, e confermo, innanzitutto di una apparente durezza o chiusura di questa poesia rispetto alla lettura, o forse è meglio parlare di ritrosia, dovuta alla rottura di certi legami sintattici, a un lavoro di sottrazione o riduzione dei connettivi linguistici, a un cercato antilirismo. Tutto questo porta ad una condensazione del verso e a componimenti relativamente brevi di notevole impatto poetico ma capaci anche, come in “Ma la luce del mattino...”, che è la mia preferita tra queste, di dipingere quadri fortemente evocativi: Questa condensazione a volte comporta una sintesi a livello dei significati complessivi che dà alla poesia un tono, rafforzato anche da continui accenni ai colori che non possono non avere richiami simbolici, anche un po’ oracolare, che può ricordare certe sentenze di libri sapienziali come l’I Qing (v. ad esempio la chiusa del testo citato:”…luna ha già deciso, leva per conto suo / detesta facili esibizioni- / lascia perdere.”; ma anche, nel primo testo: “…ma l’amante è guardingo, / se aspro di luna invade / cerca di non bruciarti sguardo…”). Anche certe ricorrenze (la luce, la luna, l’anima, il cielo), gli imperativi esortativi, un tempo verbale presente che ha una fissità certamente astorica concorrono a dare un’impressione di poesia di meditazione, di indefessa riflessione quasi quotidiana (tutte le poesie hanno una data), sia intima che condivisa (quasi tutte hanno un destinatario), sul divenire della vita. I TESTI
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