A distanza di quasi due anni dalla loro pubblicazione presento qui alcuni testi tratti dal libro di Daniela Monreale "L'attracco sulla luna", Edizioni Il crocicchio 2006, nessuno dei quali credo sia apparso in rete, tranne forse Brixen. Dice della Monreale Gabriela Fantato, prefatrice del libro: "Quest'ultimo libro di Daniela Monreale è una sorta di canzoniere alla gioia, nato da un incontro amoroso che svela però come per la poetessa toscana l'amore non sia solo incontro con l'amato, bensì condizione originaria dell'umano che, svelando il senso antico e ancestrale della vita, condice a noi stessi e ci fa partecipi del mondo". La vita - prosegue Fantato - "per la poetessa, si svela a noi quando riusciamo a sentire che il nostro Essere più autentico è nel nostro "esser corpo", nel nostro abitare il mondo come corpo e venire modificati dall'incontro con la concretezza delle cose, avvertendo però l'infinito dentro le pieghe della vita stessa, che è come un fuoco che arde e ci sfugge se la interroghiamo solo con la ragione". La scelta che ho fatto riguarda appunto i testi che, a mio avviso, corrispondono più a questa "prossimità" con il mondo e le cose (comprese quelle cose che si chiamano parole) con cui l'esperienza, gli affetti, la memoria della gioia si legano, si specchiano e partecipano.
Già che siamo in tema, pubblico qui la recensione, per altro già nota, che scrisse Giovanni Boine all'uscita della prima edizione dei "Canti orfici" di Dino Campana (1914). L'articolo uscì nell'Agosto del 1915 sul giornale "La Riviera Ligure", su cui Boine teneva una rubrica intitolata, molto programmaticamente, "Plausi e botte", che ospitò letture anche di Sbarbaro e Rebora. La recensione ha sopratutto un valore documentale circa l'approccio critico e gli strumenti di indagine dell'epoca, che a tratti ci fanno sorridere, ma con cui Boine, sopratutto quando si affida meno allo psicologismo e più alla sua sensibilità personale, riesce a rinvenire qualche elemento di positività in un autore del tutto sconosciuto. Siamo lontani dal lavoro critico e di recupero, successivo di almeno trenta anni, di studiosi come Emilio Cecchi, Enrico Falqui (che cura la ristampa dei "Canti" del 1941 e il volume di inediti del 1942), ma anche Silvio Ramat e Domenico De Robertis, senza contare l'affettuosa attenzione che a Campana ha sempre dedicato Mario Luzi.
Ieri era il compleanno di Dino Campana. E' stato festeggiato a Marradi con uno spettacolo dell'attore toscano Carlo Monni, che ha letto poesie, tra cui La Chimera, cantato canzoni e raccontato aneddoti, tra cui quello, forse noto, in cui si riporta che Dino, conosciuta Sibilla Aleramo, fosse riuscito nell'impresa di portarla in un luogo ameno e appartato. Quivi la dolce fanciulla, con aria romantica, gli disse: "Io sono Sibilla...", al che Dino, slacciandosi i pantaloni, ribattè:"E io sono Dino Campana e questo è il mio batacchio!". Non posso attestare l'autenticità del fatto, e chi conosce Monni sa che ha una certa tendenza, da buon toscano, a "caricare" gli effetti. Tuttavia sappiamo che Campana, al di là dell'enorme valore poetico che rappresenta, non esitava a insaporire la sua poesia con temi o allusioni sessuali. Un esempio è la poesia "A una troia con gli occhi ferrigni", qui letta da par suo da Carmelo Bene.
Coi tuoi piccoli occhi bestiali
Mi guardi e taci e aspetti e poi ti stringi
E mi riguardi e taci. La tua carne
Goffa e pesante dorme intorpidita
Nei sogni primordiali. Prostituta….
Chi ti chiamò alla vita? D’onde vieni?
Dagli acri porti tirreni,
Dalle fiere cantanti di Toscana
O nelle sabbie ardenti voltolata
Fu la tua madre sotto gli scirocchi?
L’immensità t’impresse lo stupore
Nella faccia ferina di sfinge
L’alito brulicante della vita
Tragicamente come a lionessa
Ti disquassa la tua criniera nera
E tu guardi il sacrilego angelo biondo
Che non t’ama e non ami e che soffre
Di te e che stanco ti bacia.
Una traduzione, che vuole essere un semplice omaggio a una grande poetessa, di cinque delle nove poesie in francese di Amelia Rosselli, contenute in Adolescence (exercises poétiques 1954-1961), già pubblicate in Primi scritti (Guanda 1980), ora in A.R., Le poesie, pref. di G. Giudici, Garzanti 1997 e 2007.
ora te ne vai dalla tavola dell'ospite
questo non finirà mai questa passeggiata
poetica e le grandi palme che ti guardano
da dietro un basso muro. La palma è alta
la casa-ufficio ancor più alta essa serve da sfondo
poi il fogliame le punge il tetto e ancora
il cielo che non dice mai niente di superfluo
perchè parla per allusioni. Gli uccelli puntuti
montano la guardia a coppie sono chiamati in missione
di quartiere in quartiere. E io casco dal sonno
non resisto più me ne vado. Come fare
se non vivere fino a morirne giovane?
(1954)
I colori i colori le vocali le vocali
comincio a penetrare nell'ammasso delle cose, ché
c'è oggi questa luce elettrica del sole
che denuda ogni pensiero delle mie cervella, e
svela del mio cuore anche i nervi diventati trasparenti
dove l'orribile piaga si mostra facilmente.
Da dove viene questo sole che risplendette nelle mie orecchie
da dove viene questa follia che si presenta da sé
sorridente lontana da antiche imbarcazioni
oziosa e pensosa sempre soggetta
alla morte che la tiene per le ali. Perchè sempre
ritornerai tu al deposito dei tuoi singhiozzi
la tua nera casa, i muri della tua prigione.
(1956)
Io recitavo addii cerebrali
tormentavo il mio povero cervello
piangevo di lacrime amare
tutto ciò per un branco di cervelli
Ah se fossi calma come il mare
quando fa fresco e le palme
s'aprono al falso vento che la terra
sopporta meglio della gamma
dei colori violenti del sole
che mi ferisce ch'io dorma o vegli.
(1957)
Perchè ho dovuto io svegliare il bambino
con delle risate così sonore
L'acqua cola rapida
lungo le grondaie, e
non c'è più un suono
nella casa. La
luce si spande sui
muri stanchi
e bruciano amare
sillabe negli angoli.
(1957
quando si è pronti a ricevere l'importanza della notte
prorompe il sangue. Tutte le sere erano una
serie di dimenticanze! Tutti gli uomini giocavano per terra e
la foresta era una serie di noie. Per terra la pietra si
difendeva. Difendeva l'entrata agli
specchi scintillanti! Se io gioco tra gli uomini
per terra bisogna che una sera d'una serie
di noie e dimenticanze mi riconduca alla pietra che dimentica!
Tutte le pietre per terra erano una
serie di noie, e la violenza mascherata d'un
uomo mascherato era anche essa stessa la stessa
serie di noie. Oh violenza non gioca che con
i miei utensili, la pietra e il ramo, la violenza carnale
e il gatto che non dimentica. Il parco, bello, crudo e
violento rosso e nero si levava all'alba
che non portava perciò nessun proposito
agli uomini viziati, la birra cola
la notte, e il generale dorme. La mia testa tra le mie mani
la tasca vuota, l'aereo si butta.
Ricevo dall'amico Gian Franco Fabbri e pubblico volentieri alcuni testi tratti da "Bucare la polvere" di Katia Zattoni
Non so se puoi dirmi
Non so se puoi dirmi
dove vanno a finire
le parole che pensiamo
e che non trovano fiato
per andare aldilà della bocca.
Forse tornano a essere lettere
- monadi imbozzolate
nelle cellule della mente -.
O forse stanno sospese
- anarchia di sillabe sciolte -
su losanghe di respiri in gola.
Di certo può essere virtù
non tentare di rianimarle
perché siano sciattume rinvoltolato
**
Le stelle brillano anche quando la notte è finita
Le stelle brillano anche
quando la notte è finita
e se non le vediamo
è per difetto di costruzione,
- errore di calcolo che
modella la nostra essenza -.
Adoriamo l’ovvio, consumiamo
l’usuale e non deviato,
film e biscotti della pubblicità;
seguiamo i consigli per gli acquisti,
evitando con cura l’intrigante,
il curioso movimento
laterale che sfiora appena i sensi.
E mentre predichiamo che
l’altro è diverso, abbiamo deciso
che chi muore scompare,
che la guerra è terapia chirurgica
dagli insoliti effetti collaterali.
Ma se chi muore scompare
forse più tardi tornerà, come
la luce delle stelle che brillano
anche quando la notte sarà finita.
°°
Primavera 2003, Baghdad
Nello sfondo incombente muro
- vago ostacolo all’insulto -
e giù in basso un uomo:
sulle gambe d’inutile padre
il figlio che oramai non è più.
Più in là poco rimane della casa,
ma è nitida vernice blu la scritta In vendita.
E' partito in Toscana proprio in questi giorni e si concluderà il 4 ottobre "Il mondo in verso", ciclo itinerante di esibizioni di poeti improvvisatori organizzato dall'Accademia dell'Ottava Rima (v. informazioni e programma qui). Per i "forestieri" (cioè i non toscani, ma la poesia improvvisata non riguarda solo la Toscana) e comunque per coloro che non avessero familiarità con la cosa aggiungo qualche elemento, probabilmente già noto. Cominciamo col ricordare che il nucleo essenziale di questo tipo di espressione è rappresentato dalla forma stilistica obbligata, che è quella dell'ottava o ottava rima o stanza, una strofa di otto endecasillabi a rima alternata (AB) per i primi sei e baciata (CC) per il distico finale (l'ottava denominata "toscana", con la sua eventuale variante "siciliana" che si differenzia per il solo fatto di avere una rima alternata (AB) fino in fondo). Si tratta di un metro con attestazioni risalenti al Duecento, usato dal Boccaccio (ad. es, nel Ninfale Fiesolano) e altri, ma portato alla sua massima espressione dai grandi poemi del Tasso e dell'Ariosto, che hanno sfruttato al massimo l'ampio respiro e la potenzialità narrativa dell'ottava. Sono queste caratteristiche, infatti, che ne hanno fatto poi un metro popolare, tanto da eclissare nelle espressioni non colte la terzina dantesca: la capacità cioè dell'ottava di raccontare, rivestendo la narrazione anche di epos, le storie o la Storia, i grandi fatti e gli episodi che hanno interessato una piccola comunità, oppure parti intere mandate a memoria della Gerusalemme liberata o dell'Orlando furioso. Raccontare anche in forma cantata, raccontare in famiglia intorno al fuoco o viaggiando da un borgo all'altro, svolgendo inoltre una rilevante funzione non solo di diffusione culturale ma anche di coscienza sociale e politica quando si affrontavano i temi del lavoro e delle lotte operarie e contadine. Anche senza scomodare vecchi schemi si può dire che non ostante il diffuso analfabetismo esisteva un buon grado di interazione tra cultura e popolo, veicolato oltre che dalla stampa popolare anche dalla oralità di alcuni che recitavano nelle aie e nelle osterie in cambio di un bicchiere di vino, cosa che, sia detto senza ironia, molti farebbero volentieri anche oggi.
Sulla struttura metrica dell'ottava si innestava e si innesta non solo una produzione letteraria vera e propria, ma anche, come si diceva, l'antica arte della improvvisazione ancora viva in Toscana e in altre parti dell'Italia Centrale. Improvvisazione che si svolge a partire da un tema, a volte proposto all'impronta dallo stesso pubblico, e che si sviluppa a braccio all'interno del modulo stilistico obbligato. Si tratta, per dirla in termini poeticamente aggiornati, di una sorta di slam, con la differenza sostanziale (e la conseguente maggiore difficoltà) che come ovvio nella improvvisazione ci vuole non solo dimestichezza con il modulo compositivo, ma anche velocità di ideazione ed esecuzione, aderenza al tema, brillantezza espressiva. Questo vale ancora di più se l'improvvisazione di svolge "a contrasto" (inutile dire che anche il contrasto ha antenati illustri, come Cielo d'Alcamo e Jacopone da Todi), ovvero una tenzone tra due poeti che si esprimono alternativamente (uno svolge la sua opinione nei primi quattro endecasillabi, l'altro gli risponde - appunto - per le rime), su temi politici o religiosi, amorosi o filosofici.
Comunico che solo in serata sono stati risolti sul server che ospita Imperfetta Ellisse problemi hardware che hanno comportato l'interruzione dell'accesso al blog per tutta la giornata. Tutto ora sembra essere a posto. Saluti
Una poesia/racconto di Heather McHugh, ironica e autoironica, di ambientazione italiana, sulla poesia, su come a volte stranamente si manifesti e su altre cose. Da sottolineare la dedica a Fabio Doplicher (1938-2003), poeta triestino di valore forse più noto all'estero che in patria. Sarei poi curioso di conoscere il nome del politico citato. Se qualcuno lo conosce me lo faccia sapere...
QUELLO CHE LUI PENSO'
per Fabio Doplicher
Avevamo un incarico da svolgere in Italia
e, pieni del senso di
noi stessi (il nostro essere
Poeti Americani) andammo
da Roma a Fano, incontrammo
il sindaco, filosofeggiammo
su un paio di faccende (cosa vuol dire
cheap date, ci chiesero; cosa vuol dire
flat drink). Fra gli intellettuali italiani
riuscivamo a riconoscere i nostri corrispettivi:
l'accademico, l'apologeta,
l'arrogante, l'erotico,
lo sfrontato e il loquace - e c'era un
politico locale (il conservatore), in completo
grigio d'ordinanza, che come un bravo cicerone
con ritmo misurato e voce piatta ci narrava
le storie e i monumenti che sfrecciavano dietro i finestrini del
furgoncino a nolo.
Di tutti, lui era il più politico e il meno poetico,
a quanto pareva. Uno degli ultimi giorni a Roma
(quando erano rimasti solo tre Bardi del Nuovo Mondo)
trovai un libro di poesie che questo
uomo non simpatico aveva scritto: era lì
nella camera (che lui aveva raccomandato) della pensione;
forse era stato lasciato lì dal
villeggiante tedesco (c'era un pullman carico di quelli?)
per il quale erano state scritte la dedica e la data di un mese prima.
Neanch'io sapevo leggere l'italiano, perciò rimisi il libro
nell'oscurità dell'armadio. Noi ultimi Americani
dovevamo partire il giorno dopo. Per la serata d'addio allora
il nostro ospite scelse una trattoria a gestione familiare, dove
rimanemmo
seduti a chiacchierare, seduti a sgranocchiare,
finché, consapevoli che era la nostra ultima
grande occasione di essere poetici, di lasciare
un segno, uno di noi disse
"Cos'è la poesia?
La frutta e la verdura e
il mercato di Campo de' Fiori, o
la statua che si trova lì?" Essendo io
la loquace, scovai la risposta
all'istante, senza doverci pensare: "In realtà
tutt'e due, è tutt'e due", mi affrettai a dire. Ma
era facile. Era facilissimo a dirsi. Quanto seguì
mi insegnò qualcosa sulla difficoltà,
poiché il nostro sottovalutato ospite prese la parola,
tutt'a un tratto, in un crescendo di passione, e disse:
La statua raffigura Giordano Bruno
portato al rogo sulla pubblica piazza
per un crimine commesso contro
l'autorità, sarebbe a dire
la Chiesa. Il suo reato era credere
che l'universo non gira attorno
all'uomo: Dio non è
un punto fisso né un governo centrale, ma qualcosa che
si riversa a onde attraverso tutte le cose. Tutte le cose
si muovono. "Se Dio non è l'anima in sé, allora è
l'anima dell'anima del mondo". Era questa
la sua eresia. Il giorno che lo portarono
a morire, temevano potesse
fomentare la folla (era un uomo famoso
per la sua eloquenza). Perciò i suoi aguzzini
gli misero sul volto
una maschera di ferro, così
non poteva parlare. Ecco come
è morto: senza una parola, davanti
a tutti.
E la poesia -
(tutti noi
avevamo posato le forchette a quel punto, per ascoltare
l'uomo in grigio; e lui riprese
piano) -
poesia è quello che
lui pensò, ma che non disse
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- da "West of your cities - nuova antologia della poesia americana"
a cura di Mark Strand e Damiano Abeni, Minimum Fax 2003 - trad. Damiano Abeni. Il testo originale è contenuto in New Poems (1987-1993)
Heather McHugh è nata a San Diego nel 1948. Ha pubblicato numerosi libri di poesie, ottenendo svariati riconoscimenti. Insegna al Warren Wilson College e alla State University di Washington. Dal 2000 è membro dell'Accademia Americana di Arti e Scienze
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