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Mercoledì, 31 dicembre 2008Ringrazio tutti coloro
Ringrazio tutti coloro che mi hanno mandato libri in lettura, testi, note, bozze di stampa, traduzioni, racconti. Li considero attestati di amicizia e stima. Un bel pò di pagine di materiali interessanti, molte delle quali ho già letto e a cui mi ripropongo di mettere mano in maniera più approfondita al più presto. Da quello che ho visto, non solo ultimamente ma anche negli oltre tre anni di vita del blog, la poesia non è morta, ma sta ancora continuando a scendere e a salir per l'altrui scale, nel senso che si intravedono pochi spunti di vera originalità rispetto a una tradizione [includendo in essa anche l'avanguardia storica e post] continuamente ripercorsa e rimasticata, a volte inconsapevolmente, ma poco messa in discussione. Ciò non toglie nulla tuttavia all'evidenza che ci sia un certo fervore creativo e molta passione da parte di molti, sia su carta che in internet: in mancanza di rivoluzioni, è la tanto bistrattata poesia lirica, anche mimetizzata da sguardo sul sociale e il territorio, che restituisce prove interessanti di sè e qualche emozione. Mentre manca forse una critica (se vogliamo usare questo termine) meno esibita (o che fa il verso a) e più "di lettura", di comprensione anche empatica del testo, di decifrazione del sistema metaforico e semantico dell'autore. E magari anche un pò più "cattiva", se questo contribuisse con un pò di umiltà a migliorare il lavoro di tutti.
Martedì, 30 dicembre 2008E' assolutamente indispensabile
E' assolutamente indispensabile rilanciare questo post su LPELS di Francesco Marotta, uno dei pochi che non vuole limitarsi ad essere un ottimo poeta. Non perchè sia il migliore dei post possibili sulla tragedia di Gaza, ma perchè da lì se volete potete incominciare, spengendo la TV che tanto non vi dice nulla, a risalire una ragnatela di link e farvi una opinione un pò più approfondita sull'argomento. Cominciate a usare Internet in maniera un pò più creativa, grazie. Sabato, 27 dicembre 2008Roberto Matarazzo illustra una mia poesia
la stagione crepa
senza fuochi,
senza distanza sufficiente
a disegnare altre prospettive
o costruire altari,
né vista abbastanza acuta
per nuove bianche vele,
o messaggeri.
Solo una timorosa invocazione
una pseudo preghiera
allontana i tramonti
nel loro ostinato mutismo,
nella menzogna di uno spettro variabile,
quell’incondizionato credere
di un incredulo pensiero.
La stagione crepa
come uno sguardo nel fondo della giara,
come lo stesso verbo credere tra i denti
la ripetizione di promesse
perde l’intimo suo suono
dell’ultima ora stanca,
nello svariare di ultimi colori.
Da un possibile senso del ritmo Poetico_Musicale che ho percepito in questa Lirica, vergata dall’Amico Poeta Giacomo Cerrai, una mia Metamorfosi in forma di Foglio Colorato in cui i Rossi, stemperati dai Gialli e da un tocco di Bleu_Oltremarino, danno vita ad una Astrazione Liquida in cui la Passione_Ideativa dell’Autore sfuma nella mia Passionalità_Ideatrice: ed è il Foglio, Foglio_Timbrico. (R. Matarazzo)
Il testo è stato pubblicato anche sul blog di Roberto Matarazzo, su Erodiade e su Libri e dintorni. Ringrazio di cuore Roberto per il suo ottimo lavoro artistico e la sua amicizia.
Scritto da G.Cerrai
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Tags: giacomo cerrai, roberto matarazzo
Mercoledì, 24 dicembre 2008Auguri di che?
Auguro a tutti quelli che passano da queste parti...che cosa? Cosa dovrei augurare, seriamente? E' una domanda che mi pongo tutte le volte che si entra nel vortice delle feste, di certo uno dei periodi dell'anno che più mi inquietano, in cui le contraddizioni, a chi vuol vederle, diventano drammatiche. Quella dell'àugure è una professione morta. L'augurio è una specie di preghiera per conto terzi che rivolgiamo a Dio (o agli dei), di fronte all'oscurità del futuro (un fantasma a mani vuote, dice Hugo) e alla inanità dei nostri sforzi per penetrarlo. O forse, meglio, è la speranza (sia essa l'ultima dea di Foscolo o l'ameno inganno di cui parla Leopardi) di imbroccare la strada giusta tra tutti i bivi che il caso o Dio o gli dei ci pongono davanti. Potremmo allora fare una scelta meno rituale e meccanica di quella che si fa augurando Buon Natale al vicino di casa. Augurarci (o sperare) ad esempio che la crisi sia solo una favola per bambini cattivi, che ci sia lavoro per tutti, che la classe politica emendi sè stessa, che i giovani possano metter su casa, che la parola precario possa riferirsi solo all'equilibrio dei funamboli, che i malfattori paghino il fio, che i poveri vengano ristorati, che le donne diventino davvero libere, che chi vuole scegliersi una vita, una fede, un sesso, una maniera di vivere e di morire possa liberamente farlo. Ecco, vi (ci) auguro questo e altro. Se poi preferite semplicemente essere felici, qualsiasi cosa questo voglia dire per voi, vi auguro che ciò comprenda anche qualcuna delle cose di cui sopra.
Venerdì, 19 dicembre 2008O tempora o mores
Se il potere logora chi non ce l'ha, secondo un aforisma attribuito a uno degli ultimi "highlanders", Giulio Andreotti, mi sembra che sia anche vero che il potere corrompe chi ce l'ha, chiunque esso sia, in una sorta di caduta delle difese immunitarie dell'etica politica (se mai esse siano esistite). La questione morale in questi giorni rispunta come i funghi chiodini da un ceppo marcio, dappertutto. Questione annosa, che nella memoria collettiva si fa risalire al pronunciamento di Enrico Berlinguer (v. qui), anni '80, ma che è vecchia quanto la creazione dell'idea di Stato (per esempio, brogli elettorali, compravendita di voti e commercio di favori erano la regola nella Roma repubblicana e prima ancora in Grecia). La corruzione è di sistema, ma non nel senso autoassolutorio (e mozartiano: "così fan tutti") di Bettino Craxi. E' cioè sistematica, almeno in Italia, perchè i partiti non concorrono più, come dice la Costituzione, alla vita pubblica del Paese, ma se ne sono semplicemente appropriati, costruendo un meccanismo a prova di bomba che nemmeno Berlinguer, dall'oasi in un certo senso felice dell'opposizione di allora, poteva immaginare. Da una parte il progressivo smantellamento dei poteri di bilanciamento (informazione, magistratura, organi di controllo delle amministrazioni locali) dall'altra la blindatura della politica stessa, a cui si accede per cooptazione e fedeltà (abolizione delle preferenze, liste bloccate, diktat, attività parlamentare ridicola e minimale). Non c'è da stupirsi se alle ultime elezioni in Abruzzo poco meno della metà degli elettori sono restati a casa. Avranno pensato: che ci andiamo a fare? Il problema è che con questo sistema che tu ci vada o no è irrilevante, almeno dal punto di vista della selezione della classe politica. Per assurdo potrebbe bastare che andassero a votare solo i politici e le loro famiglie. Sì, lo so, è un discorso qualunquista, pessimista, disfattista, moralista e qualche altro -ista. Ma il fatto è, tornando a Mozart, che non c'è più nessun Ferrando o Guglielmo disposto a giurare sull'onestà della propria Fiordiligi o Dorabella, sapendo poi come va a finire. Ora sembra (notizia di ieri) che si sia sputtanato anche il Premio Nobel, per una questioncella che in Italia, con il pelo sullo stomaco che abbiamo, farebbe morire dal ridere (viaggi in Cina gratis, ma vogliamo scherzare? che volete che sia, ricordate quando Craxi, sempre lui, si portò in visita ufficiale in Cina decine e decine di amici e parenti a spese dello stato? Battuta di Andreotti, all'epoca ministro degli Esteri: "Sono stato in Cina con Craxi e i suoi cari..."). Eh sì, signora mia, non c'è più religione...
Martedì, 16 dicembre 2008Nika Turbina - Quattro inediti, con una nota di F.Federici
Su alcuni inediti di Nika Turbina Federico Federici Gli ultimi testi in Sono pesi queste mie poesie non appartengono al primo lavoro già edito di Nika Turbina, Quaderno di appunti. Pesciolino d’oro, scritto tra l’Italia e Yalta nel 1985, in concomitanza della visita a Venezia per la consegna del Leone d’oro, chiude una breve sequenza di inediti, ispirati a quel viaggio che toccò molte città. In essi, accanto all’apparente marginalità delle occasioni (un motivetto italiano che risuona nella trattoria da Gino, la calura dei pavimenti assolati, i gatti randagi e i corvi al Colosseo), è la consueta febbre d’Universo, latente nelle cose, stretta nell’accostamento lieve di due versi, che non fa rumore: «Nudi i piedi sulla sabbia, / le tracce rimangono lontano». Non è a caso che proprio Pesciolino d’oro, che ribalta in qualche modo lo schema classico dell’omonima fiaba russa, chiuda la sequenza: il ritorno a casa ristabilisce forse il sofferto primato della vita sulla pur breve fortuna del sogno. Per gli ultimi tre testi inseriti nel libretto invece, posteriori al 1990, una datazione più precisa non è possibile. Nika Turbina non era solita indicare luogo e data della prima stesura, forse per abitudine a una forma di istintiva oralità che, sin dall’infanzia, aveva accompagnato le sue creazioni, quando toccava alla madre il compito di riportare su carta le parole. Il periodo in cui sono stati scritti, però, è certamente quello che ha inizio col suo trasferimento a Mosca, per continuare gli studi presso l’Istituto di Cinematografia e l’Istituto di Cultura. Risulta al momento difficile tracciare un percorso chiaro e organico della sua poetica in età matura, ma ritengo che, in quello che sinora ho tradotto dall’archivio, siano già individuabili alcune linee, il cui spessore e la cui rilevanza andranno valutati e confermati a lavoro ultimato. I temi a lei cari sin dai primi esperimenti poetici continuano ad agire: l’isolamento, l’infanzia persa o tradita, l’alterna fiducia nel potere salvifico della parola «Mi hanno tormentata le parole nuove. [...] / Mi sono vantata a lungo / di quella che ho scordato», il dialogo con una figura lontana o assente in cui s’incarna disperata la cura per gli affetti più vulnerabili «Mamma, mamma, una culla in seta / rossa come frangia sopra gli occhi». Accanto ad essi affiora occasionalmente una connotazione più civile, che rivela radicato amore e senso di appartenenza per la propria terra: «Sciogliere / le briglie all’anima, / scaldare le persone / con la forza oscura / di un amore grande. / La patria / che amo ardentemente». Il linguaggio si carica di immagini, a volte delicate e nitide come nelle poesie d’infanzia, a volte articolate, quasi indistricabili «Scricchiola qualcosa in questo mondo finto. / La vita scola rapida nei tubi. /...Come un rivoletto d'acqua, / esagerando, / cade dal balcone / vanta d’aver fatto lui da testimone / alla storia della “Creazione”…», cariche di un’ansia e di un vigore nuovi, in cui lascia la parola solo un margine tagliente alla rassegnazione: «Passar / davanti alla bugia su un cavallo, / fare un nodo alla criniera. /Ai bambini dar la gioia / sorridendo alle sventure». A tratti, ma con maggior frequenza che in passato, si trovano poesie ridotte al nucleo di una fiaba, in un’atmosfera tra epos e mito. Un testo, La rana zarina, ripete il gioco felice di Pesciolino d’oro, adattando e trasformando in chiave personale il contenuto originario della fiaba «Lascia che sia io / il tuo passato, / non bruciare quella pelle ora / che sfilo di dosso»; un altro sembra disegnare la figura di una Penelope di oggi, in una misteriosa atmosfera carica di attesa, durata anni o giorni, dell’amico/amante che si è allontanato e sta per ritornare «Srotolo il gomitolo – / da tempo non lo lavoravo io per te». Oggi la lettura di tutti questi versi suscita in alcuni meraviglia, sconforto o sospetto in altri, presi più da un’ansia di morbosa indagine biografica, che da un interesse vero per la poesia, cui tutto pur si riconduce. Si dovrebbe prendere allora diversamente in considerazione chi li ha scritti: Nika Turbina. Come è indicato nella nota fornita dalla famiglia, e come si può intuire anche da fonti non ufficiali, rintracciabili su articoli sparsi e in rete, Nika trascorse l’ultima parte della propria vita lontano dall’interesse generale, quello stesso interesse in seguito più volte suscitato dalle tragiche circostanze della sua fine, dopo un’infanzia di rapidi successi e di promesse. I testi sono allora stati spesso preferiti in qualità di indizi di un malessere tutto personale, che l’ha condotta sino all’ultima fatalità, in quella notte in maggio. Non è certo il primo caso in cui episodi della vita di uno scrittore vengono riletti o esasperati a posteriori, per giustificare, quasi profeticamente, il legame tra scrittura e vita. Si tratta per lo più di cose di poco conto, buone per un trafiletto in riviste o quotidiani, in cui la retorica della bimba, che scrive meraviglie e recita indossando l’orologio dei Puffi, o quella affine della donna, che si getta, all’apice della disperazione, da una finestra, dopo avere spesso invocato il vuoto «In piedi sui confini: / solo un passo ancora, / avanti! Verso l’immortalità», hanno ancora una certa suggestione sull’ingenua sensibilità di molti. A mio modo di vedere, invece, la questione sui testi e la vita di Nika Turbina, va inserita in un contesto più ampio, nel quale la ricostruzione (перестройка) di quegli anni non può essere completamente tralasciata. Chiunque viva in società o, con metodo e coraggio, tenti di sottrarsi ad essa, è prima di tutto venuto in contatto con qualcosa che lo ha segnato nel profondo, qualcosa da cui si è sentito definitivamente respinto o attratto. In questo senso, la portata degli eventi che investirono l’Unione Sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta, la progressiva frantumazione di quel tessuto connettivo unico, in un territorio così vasto ed eterogeneo, non può avere inciso su spiriti sensibili toccandoli soltanto nella vocazione artistica. L’apertura ad Occidente, il contatto con la sua economia, il suo spirito poetico, hanno certamente disegnato gli spazi di un’altra quotidianità, posto in vivo le coordinate di un’altra cultura possibile, le sue istanze e le sue forme, procedendo dalle periferie sino al cuore centrale di Mosca, Leningrado, travolgendo la rete/gabbia di certezze cui si trovava ancorato l’individuo. Qualcosa era già penetrato nei primi anni Ottanta, in cui esperienze diverse, ancora più o meno isolate o individuali, avevano iniziato a confrontarsi con la rinuncia, tipicamente occidentale, del poeta a farsi depositario unico dei codici di una coscienza condivisa. È a questo punto che l’estenuante scavo del verso, alla ricerca del suo ultimo strato significante, diviene per molti indagine rischiosa sul nervo stesso della vita, irritato, scarnificato, provocato al continuo conflitto di parola e corpo, sino al punto in cui né la scrittura ha più strumenti o forza per arginare il corpo, né il corpo riesce a farsi più carico della parola e si frantuma insieme al testo in un unico atto di in-comprensione. Nella notte tra il 6 e il 7 maggio del 2001, ad appena ventisette anni, Boris Ryžyj, geofisico e poeta, si impicca nella sua abitazione di Ekaterinburg, con un gesto inaspettato, ma, si scoprirà, meticolosamente studiato e preparato. L’11 maggio 2002 la tragica fine di Nika Turbina a Mosca, con il volo da una finestra del suo appartamento: ultimo, disperato tentativo di abdicare la vita o disgraziata coincidenza, l’equilibrio perso malamente sedendo al davanzale, attratta da quel vuoto come da bambina? (1) In entrambi i casi si tratta di personaggi, per circostanze diverse, già sottratti all’attenzione collettiva, ai quali mal si adatta la dialettica del genio, che, in un impeto tragico, accede al mito figurandosi la morte, tanto più in una società che andava trasformandosi in senso opposto, rinunciando alla figura del poeta-titano di chiara matrice novecentesca. Non si può parlare allora strettamente di letteratura-vita come causa-effetto, come se da ultima la vita aspirasse a una mimesi del testo (o viceversa). Tracciare una demarcazione netta, sostenere le ragioni della letteratura a fronte di quelle della vita, affidando all’una il compito di spiegare l’altra, è un approccio persino troppo superficiale, arbitrario, fitto di implicazioni più ideologiche che reali. E maggiore è il talento con cui ci si confronta, più vana è la pretesa. (1)La famiglia racconta di una ragazza che stava superando ansie e insicurezze, che immaginava ancora il suo futuro. Bisogna ricordare che, a seguito del tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997, Nika Turbina era stata sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le avevano permesso di tornare, pur con qualche difficoltà, a camminare, lasciandole però problemi alla schiena.
Continua a leggere "Nika Turbina - Quattro inediti, con una nota di F.Federici" Martedì, 9 dicembre 2008Jane Kenyon - Cinque poesie
Riprendo dopo circa tre anni un’autrice del tutto inedita in Italia, Jane Kenyon, che può essere ascritta a quella linea intimista e confessionale, categoria sotto molti aspetti generica e discutibile a cui appartengono autrici come Sylvia Plath e Anne Sexton. Una poesia di piccole occasioni, minimalista, in cui la natura, gli alberi, gli animali sono spesso presenti, e in cui costantemente serpeggia, anche quando non è nominata, la malinconia e la depressione, protagonista qui della prima poesia. Pubblico, in una mia traduzione, cinque testi provenienti da raccolte diverse. Trovate altre poesie e note bio-bibliografiche nei post precedenti qui e qui
Briefly It Enters, and Briefly Speaks
I am the maker, the lover, and the keeper. . . .
When the young girl who starves
I am food on the prisoner's plate. . . .
I am water rushing to the wellhead,
I am the patient gardener
I am the stone step,
I am the heart contracted by joy. . .
I am there in the basket of fruit
I am the musk rose opening
I am the one whose love
Entra, e in breve parla
Sono l’artefice, l’amante, il guardiano...
Quando la giovinetta affamata
Sono cibo nel piatto del prigioniero...
Sono acqua che scorre veloce alla sorgente,
Sono il paziente giardiniere
Sono il gradino di pietra,
Sono il cuore contratto dalla gioia...
Sono là, nel cesto di frutta
Sono la rosa muschiata che s’apre
Sono colei il cui amore
Continua a leggere "Jane Kenyon - Cinque poesie" Venerdì, 5 dicembre 2008Salvatore Della Capa - Interno, esterno
Credo di partire da una posizione di leggero vantaggio nel parlare di "Interno, esterno" di Salvatore Della Capa. Per due ragioni: la prima è che Salvatore è già stato presente su questo blog nel 2006 in due diversi post e quindi non è per me uno sconosciuto; la seconda è che alcuni dei testi che pubblicai (v. qui e qui) sono stampati ora in questo libro. E' inevitabile quindi che per prima cosa saltino agli occhi (almeno a me) alcune varianti tra quei testi e questi pubblicati in questo libro. Per quanto sia un pò troppo presto per dedicarsi allo studio filologico del lavoro di Salvatore, bisogna almeno dire che, quasi con certezza, esse sono opera dell'editore (e in questo caso editor) Gian Franco Fabbri. Un lavoro teso essenzialmente alla leggerezza del verso, alla limatura di certi spigoli. Non è il caso di dilungarsi, ma rilevo la cosa perchè mi interessa ribadire che l'editing è operazione necessaria tanto più per i poeti che, essendo le persone con la più alta autostima, giudicano intoccabili anche le congiunzioni da loro scritte. Per quanto ne so, Fabbri ha però avuto la fortuna, con la sua piccola casa editrice, di avere a che fare sempre con autori intelligenti, e della Capa è tra questi. Ma vediamo il libro, brevemente.
E' lo stesso Fabbri che suggerisce (v. qui), più incisivamente di quanto a mio avviso faccia il prefatore Guido Monti, una possibile lettura del libro di Salvatore, orientata sulla violenza che permea i testi, anche quando il dettato è sintatticamente "quieto". Una "bestia" sotterranea e presente, a volte "sensuale" nell'accezione piena del termine (e quindi animale), che agisce ed è agita all'interno e all'esterno di sè, violenza osservata, subita, qualche volta eticamente compassionata. Ma è anche, va rilevato, una violenza nello stesso tempo continua e rapsodica, presente e frammen/taria/tata come una cluster bomb. Non elevata a simbolo o metafora (nella sezione "parabellum" avevo invece intravisto a suo tempo -cito- "l'inizio perfino di un poemetto intensamente civile"), si coagula in testi tassello vaghissimamente eliotiani, stilisticamente limpidi, "quieti" appunto o "passivi" come nota Fabbri, in una sorta di antologia di momenti o, se vogliamo, in una poetica della latenza, o della coabitazione, in cui si rischia di parlare di violenza come qualcosa che "si sa", cioè quella violenza che più che esperire, grazie a Dio, come intellettuali e poeti percepiamo e soffriamo nondimeno e la denunciamo moralmente. In un certo senso, è quando l'esperienza si fa più personale che il registro cambia, come si avverte leggendo, in chiusa al libro, la bella oasi lirica di "Eleonora", dove anche in gesti quotidiani il dolore si cancella per qualche momento in versi luminosi. Solo qualche momento: l'autore ripristina l'allerta, i suoi "sensi da felino", e ansia, paura, sangue sono le parole che ci colpiscono dall'ultimo brano del libro. Salvatore Della Capa, "Interno, esterno", Ed. L'Arcolaio, collana I Germogli, 2008
Continua a leggere "Salvatore Della Capa - Interno, esterno" Martedì, 2 dicembre 2008Teresa Ferri - Tre fogli(e) di novembre
Teresa Ferri è già stata ospite su Imperfetta Ellisse. Trovate altri suoi testi e la nota bio-bibliografica qui. Poesia lirica nel senso più pieno del termine, nasconde nel richiamo alla natura, nell'accostamento anche impersonale ad essa, una inquietudine che va oltre la facile metafora della caducità delle foglie, dell'autunno della vita e così via. Se la vita è "algebrica", ovvero per definizione (e antica memoria scolastica) difficile, è pur sempre possibile interpretarla poeticamente, con un verso leggero e arioso, come non aliena a un ordine più complessivo delle cose e al loro ciclo compiuto e ineluttabile.
Croce nel sole
in eterno.
Novembre
di tartufi
questo novembre
che grifagno ride
Muschio già pronto pel presepe
fiorisce
Algebrica la vita
A terra
Solo dalla terra sale un profumo,
A terra.
(Pagina 1 di 1, in totale 9 notizie)
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