Giuseppe Cornacchia, sul suo blog Nabanassar, ripropone l'ebook che nacque nel 2006 dalle "bacheche" di La costruzione del verso, cioè dalla rubrica pressochè settimanale (33 puntate) in cui Gianfranco Fabbri invitava e presentava poeti giovani (o meno giovani..) e/o esordienti. Dice Cornacchia: "Fu un punto alto della nostra -come nabanassar- esperienza comunitaria, probabilmente il piu’ idillico e aperto. Ne fu informato un prodotto che univa esperienze diverse nel segno del medium blog, riportando anche i commenti alle poesie, il tutto filtrato dalla competenza di Fabbri. L’e-book aveva una forma canonica: introduzione stilistica, singoli cappelli agli autori e i commenti dei lettori; ebbe un discreto riscontro, addirittura ne fu fatta una presentazione dal vivo a Forli’, sempre per idea e merito di Gianfranco Fabbri. Presentare un libro che non esiste su carta fu un’altra bella scommessa, in anticipo sui tempi". Un'esperienza interessante, e anche divertente, anche grazie a quella comunicazione che si stabiliva con chi leggeva attraverso i commenti, nell'ebook appunto giustamente riprodotti.
Gli autori presenti: Massimo Orgiazzi, Stefano Guglielmin, Massimo Sannelli, Luca Ariano, Matteo Fantuzzi, Salvatore Della Capa, Mimmo Cangiano, Matteo Zattoni, Tiziana Cera Rosco, Giuseppe Cornacchia, Fabiano Alborghetti, Vittorio Pergola, Adriano Padua, Filippo Amadei, Francesca Serragnoli, Giacomo Cerrai, Luca Frudà, Marco Ricci, Antonella Pizzo, Cristina Babino, Fabrizio Centofanti, Nicola Riva, Roberto Ceccarini, Giovanni Tuzet, Davide Nota, Daniele de Angelis, Sabrina Foschini, Danni Antonello, Christian Sinicco, Alessandro Ramberti, Paola Turroni, Gabriele Pepe, Sebastiano Aglieco. Prefazione analitica di Gianfranco Fabbri.
II foglio come luogo della sovversione e del bianco
Sovversivo è il foglio su cui la parola crede d'accamparsi; sovversiva è la parola attorno alla quale il foglio dispiega il suo bianco.
Un passo nella neve è sufficiente a scuotere la montagna.
La neve ignora la sabbia. Eppure in tutte e due è il deserto.
Glaciale il bianco alle sue vette.
Nero il sole della parola.
Il patto tra la carta e il vocabolo - tra il bianco e il nero — è l'accoppiamento di due sovversioni rivolte l'una contro l'altra, nel cuore stesso della loro unione: lo scrittore ne fa le spese.
S'accorda nell'apparenza soprattutto ciò che nell'interiorità si lacera. L'occhio coglie solo ciò che emerge.
L'evidenza è il terreno ideale su cui opera la sovversione.
Scrivi. E ignori tutti i conflitti che la penna solleva al suo passaggio: il libro è la posta in gioco di quei conflitti.
Forse sovversivo è quel libro che denuncia, dentro la scia d'un pensiero aggredito, la sovversione della parola nei confronti della pagina e della pagina nei confronti della parola, e l'una con l'altra confonde.
In questo senso, fare un libro vuole dire offrire un sostegno alle forze sovversive che attraversano il linguaggio e il silenzio, un sostegno che segna il ritmo delle loro riprese.
La sovversione è l'arma preferita dall'inconsueto ma anche dall'ordinario.
"Il rapporto con Dio", diceva, "è un rapporto indiretto con la sovversione".
Ogni parola pronunciata è sovversiva in rapporto alla parola taciuta. Talvolta la sovversione passa attraverso la scelta, attraverso l'arbitrarietà d'una scelta, la quale si presenta forse come una necessità ancora oscura.
Dio è sovversivo: e come ha potuto pensare che l'uomo non lo sarebbe diventato di fronte a Lui?
Dio ha creato l'uomo a immagine della Sua sovversione.
E se la sovversione fosse solo lo scarto tra la cosa creata e la cosa scritta?
Uno stesso abisso separerebbe, allora, l'uomo dall'uomo e il libro dal libro.
("Divino o umano che sia", diceva, "'Io' è il teatro di ogni sovversione".
"Un'arte di vivere", diceva anche; "arte mossa dalla sovversione! Questo forse è il principio della sapienza. ")
da Il libro come luogo della sovversione e dei bianco - traduzione di Antonio Prete
Immagine dell'esilio
E se il muro fosse un foglio bianco? Muro di sostegno.
Scendiamo i gradini di una scala su cui poco prima, e non senza sforzo, ci eravamo inerpicati.
E se scrivere fosse questa discesa ancora impregnata, per noi, del ricordo della lenta salita che l'ha preceduta?
All'interno dell'edificio, non possiamo oltrepassare l'ultimo piano.
Una pagina di scrittura ha i suoi pianerottoli. I suoi margini sono all'esterno. Non sapremo riempire di parole il vuoto.
La mia dimora è distrutta; il mio libro, in cenere.
Rita Regina Florit, che ringrazio molto, ha avuto la cortesia di riproporre sul suo blog "Sottopelle", con un bel commento, un estratto del mio poemetto "Sinossi dei licheni", ebook di Clepsydra Edition. Trovate il post qui, l'ebook con vari commenti qui.
Quando si finisce di leggere un libro di poesia, trascurando il fatto che sia un'opera prima e come tale sia pregna di freschezza e umori fecondi e interessanti prospettive ecc., si cerca una nota di fondo persistente, che poi con ogni probabilità è la chiave di lettura del libro stesso. Nel caso del libro di Giovanni Catalano (Immaginate la ragazza, Lampi di stampa 2009) le note di fondo sono diverse. Vediamo... epifanie: la poesia si addensa intorno a nuclei epifanici (piccoli anzi piccolissimi eventi, lacerti di quotidianità, incontri ecc.) in cui qualcosa si manifesta, in modo molto laico naturalmente, niente a che vedere con nessuna manifestazione del sacro, ma piuttosto rivelazioni così come le intende Joyce nel suo Ritratto dell'artista da giovane. E spesso questa epifania è un amore, una ragazza e le interrelazioni con essa, fisiche e spirituali, cosa che ci riporta non casualmente al fatto che i poeti del dolce stil novo chiamassero epifania proprio il manifestarsi femminile, l'apparizione della donna. Questa percezione o nota di fondo non deve tuttavia dare l'idea in partenza che questo libro sia una raccolta rapsodica di impressioni o di occasioni, sebbene a tratti il crepuscolare si affacci brevemente. Sono semmai osservazioni di piccoli snodi o punti critici della vita in cui il poeta individua indizi di significato. Che queste epifanie siano poi evenienze del caso va quasi da sè, in un libro costellato di coincidenze, come nota Gianluca Chierici nella prefazione, ma questi casi non sono mai scambiati per destini anche quando li si chiama così, sono piuttosto intersezioni di traiettorie o collisioni di particelle di vita (mi rifaccio qui alla cultura scientifica di Catalano a cui giustamente fa riferimento Domenico Cipriano nella postfazione), che fissano un presente forse "un attimo in ritardo" e che a volte Giovanni, proprio come scienziato, osserva però un pò freddamente. epifenòmeni (e non solo per assonanza con epifanie!): di pari passo ma molto più interessanti per un poeta come Giovanni sono gli effetti collaterali, gli strascichi, le risultanze non immediate degli eventi ("quello che resta / sono, a volte, le cose / lasciate due a due / nei piatti / come posate"). Se volete rimanere al tema principale del libro potremmo chiamarle le conseguenze dell'amore, rubando il titolo a un bel film. E perfino quelli che potremmo definire "epifenomeni ipotetici", cioè quelli che l'immaginazione creativa del poeta scorge nella meccanica degli eventi ("avresti potuto / lasciar cadere un segnalibro / che quel giorno / avrei raccolto"). Anch'essi concorrono a comporre la griglia dell'osservabile, ma hanno la caratteristica poeticamente preziosissima di essere "suggeritori" di chi scrive e di chi legge, di rientrare in quella area connotativa più tipicamente poetica. Non ci dimentichiamo infatti che di poesia si tratta, cioè una cosa in cui l'esperienza, tutta, anche quella scientifica, alla fine deve essere ricompresa. indeterminismo: Catalano, in una nota a commento del suo stesso lavoro, fa espresso riferimento al principio di indeterminazione di Heisenberg, in un certo senso linea programmatica del libro. "L’esistenza ha lasciato il posto alla probabilità, passato e futuro sono ugualmente incogniti, mondi possibili e paralleli che si realizzano nella nostra labile memoria e nei sogni, nei libri, negli altri. Il presente invece è privo di durata, la scrittura non riesce a coglierlo, la poesia lo insegue ma giunge sempre un attimo in ritardo". Per fortuna la poesia moderna si è accorta indipendentemente da Heisenberg della incapacità di determinare la realtà e soprattutto della difficoltà di osservarla senza modificarla nella nostra percezione e senza esserne in qualche modo osservati. Così che la poesia del novecento è - di fatto e in maniera non programmatica - la poesia della illeggibilità del mondo e delle necessità di riscriverlo, e il lavoro di Giovanni si iscrive a pieno titolo in questa tradizione, compresi certi suoi tratti minimalisti e la voglia di frantumare la realtà in particelle più semplici, più "digeribili", perchè a volte l'ineffabile, l'indicibile è tale che non resta che dirlo nella maniera più semplice possibile, rinunciando un pò alla funzione poetica del linguaggio ("ma tu sei ovunque: / tra i capelli, sulle ciglia, / sotto il bianco delle unghie / e, sai, non posso non amarti") a favore di quella narrativa. Una semplicità, in qualche punto così disarmante da farsi epifenomeno verbale, con cui tuttavia in molti bei testi (soprattutto nella sezione "Il fabbricante di lenti", per me la migliore) Catalano attinge livelli di lirismo disilluso e malinconico, disvela qualche legame segreto, trova metaforicamente soluzione a qualche aporia del vivere, riesce a suonare quella che Paul Auster chiamava la musica del caso.
Una noticina, già apparsa in rete e ora ripubblicata con qualche variante sul sito di Lietocolle (*), per la cortesia di A.M. Farabbi, che ringrazio. Che la poesia sia un'arte inutile non è certo un'idea mia, se ne trovano tracce ovunque, dall'abusato Wilde allo stesso Halmay del post precedente. Ma resta il fatto che essa sia stupendamente inutile, molto più di quanto si possa dire di altre arti. E' in virtù di questo stupor che il tentativo di avvicinarsi anche minimamente a una buona definizione di poesia è anch'esso stupendamente inutile, e per questo altrettanto irrinunciabile.
(*) sul sito gli interessanti punti di vista anche di E. Grasso, F. Ferraresso, I. Mugnaini, L. Argentino e altri)
La poesia, ludus, otium, arte stupendamente inutile, come ho scritto altrove... Quasi nessun poeta si è sottratto alla sfida di dare qualche definizione, seppur minima, di poesia, dare una "sua" definizione, inevitabilmente riflesso e specchio del "suo" mondo. Se questa definizione è per forza di cose unilaterale quanto una dichiarazione di guerra, per qualsiasi lettore appena un pò attrezzato basterebbe forse leggere con qualche attenzione i testi di quel poeta per farsi un'idea più intima di quello che l'artista vuole dire, idea che quasi invariabilmente non coincide con la dichiarazione del poeta stesso, poiché essa è quasi sempre una riflessione a posteriori su quello che ha scritto. Insomma, la identificazione di qualsiasi poetica andrebbe lasciata ai critici, se ne esistono ancora. E poi: quale poesia? (continua a leggere qui)
Oltre la finestra farneticazioni sul tavolo amori
la luce tonchiosa in vecchie bomboniere.
La morte progenitrice lasciò aperto,
le sveglie ticchettano dietro la porta sugli armadi.
Vorresti sentirti ancora oltre questa porta?
Vorresti essere terribilmente vivo?!
Tuo figlio nei vestiti quieti del nonno
piange già, scalcia dietro il muro sottilissimo,
la lampadina ammicca attraverso il presepio rotto.
Dalla darsena di Bubeneč a lungo echeggia
la sirena delle navi nel limpido, gigantesco mattino.
(da Orribile fulgore, 1991)
FALENA
Di notte, quando ci mettiamo in marcia per la caccia
(con volti estranei,
con occhi, bocche di grandi falene),
quando con le mani, che non sono più nostre,
tocchiamo i ricordi,
sentiamo chiaramente la nostra preda notturna.
Ci adescano le voci in lontananza alla stazione,
ci adescano le luci, il lampo del biacco nell’erba
ancora sembriamo minuziosamente un sogno
perlomeno a noi stessi.
Macchie grandi, belle, scarlatte
ci fiammeggiano sulle ali
su campi d’orzo, di girasoli e rape.
FULGORE
a Jiří Brabec
Fulgore giugnolino, catinelle, biciclette.
Un diamante di mosconi
in cortile tagliava lastre d’aria –
mio nonno con in mano l’orologio
e le lancette gattonavano da sé...
Farnetica in me
la ritrosia di quell’attimo.
Come se ticchettassi nelle sue bonarie mani,
di me stesso figlio e padre,
mentre dalla bocca della pompa
oltre il cancello tra le peonie continua a spruzzare una
[tiepida felicità.
Farnetica in me, ticchetta incessante,
come se fossi orecchio alla polvere del mio corpo
e in lontananza oltre il cancello
sbadiglia lo spazio come una belva.
Oggi, 14 luglio 2009, l'unico post che dobbiamo pubblicare nei nostri blog è questo, perchè è giorno di sciopero contro il DDL Alfano sulle intercettazioni e sulle limitazioni che esso pone anche alle pubblicazioni informative in rete. Una questione che ci riguarda tutti, perchè anche se ci occupiamo "solo" di poesia, come intellettuali e cittadini siamo tutti coinvolti.
Adesione all'appello di Diritto alla Rete contro il DDL Alfano che imbavaglia la Internet italiana.
La solitudine non è compagna del poeta, appartiene a ogni uomo e la fortuna sta nel diverso grado di consapevolezza che si ha della propria singolarità. Dario Bellezza non è stato fortunato, ha sentito la solitudine così intensamente da renderla indistinguibile dalla sua stessa carne.
Allorché il male non è riconoscibile in un oggetto esterno ma abita il corpo (corpo-mente o corpo-oggetto che sia) diventa impossibile trovare un nemico diverso da se stessi e, quel qualcuno da maledire o combattere di cui l'uomo cerca storicamente l'esistenza per placare i propri conati di aggressività implicita, viene a coincidere drammaticamente con il proprio Io. Allora il teatro quotidiano diventa la lotta fra l'amore estenuante per la vita e la consapevolezza di averne nel corpo, nel cuore, nella mente, la propria fine. Questa condizione non è eccezionale, ancora una volta ciò che fa la differenza è la comprensione. Dario Bellezza sa di essere il proprio avversario, di portarlo nel corpo come un male inguaribile. Impossibile ipotizzare un dramma più grande e infatti il poeta tracima, sviene, si rialza, barcolla ma resta sempre sull'orlo pericoloso della dissolvenza. Anche quando grida la rabbia verso “altri moribondi normali”, contro le “segrete immense rivalse della invidia poetica”, quando dice l'indicibile per l'uomo civilizzato e “contabile” che ha ancora qualcosa da perdere e cerca nella mediazione la sua salvezza personale, paradossalmente il lettore sente che Dario Bellezza può farlo perché non ha nessun futuro da barattare, perché ha raggiunto il culmine della sincerità nelculmine della disperazione (e forse il lettore-uomo medio non eroico pensa, con intima indignazione, che effettivamente il culmine della sincerità può esserci solo nel culmine della disperazione quando questa è intesa nel suo modo più pieno, più concreto e fatale: assoluta mancanza di speranza, assoluta assenza, certezza del non futuro).
“...Ora lo sento il tempo distante da me che vivo
fuori del tempo e nessuno mi ha in simpatia,
neppure quando grido che in Italia si può
essere, o ironia di una citazione!, solo
ideologici o arcadici. Sempre al servizio
di qualche re buffone, arlecchino dalle cento
piaghe...”
In occasione dell'uscita della traduzione francese di “Dopo tutto anche tu”, il volume di poesie dettate per telefono da Alda Merini all'amico poeta e psichiatra Angelo Guarnieri (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2003), Nathalie Riera mi ha inviato questa nota di lettura, che ho provveduto a tradurre (Après tout même toi, Editions Oxybia, 2009, a cura di Patricia Dao). Da notare che questa edizione è a quanto pare il primo lavoro della Merini tradotto in Francia.
Rimando inoltre volentieri al post apparso su "Terres de femmes", il blog di Angèle Paoli (v. qui)
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L’incontro (im)possibile tra il poeta (ma anche) psichiatra Angelo Guarnieri e la poetessa (ma anche) internata psichiatrica per circa quindici anni Alda Merini. Questi due esseri, ciascuno su una riva della vita, fanno delle parole un fiume che li bagna e li nutre.
Là dove altri propongono delle opere io non pretendo altro che mostrare il moi spirito.
La vita è bruciare domande.
Io non concepisco opere che siano distaccate dalla vita.
- Antonin Artaud, L’Ombilic des Limbes
La pace è così piccola, Alda Merini, si ignora veramente ciò che è necessario per placarsi. Saggezza di bruciare ogni domanda, ma allegria quando si crede che la follia è un profondo legame d’amore. L’arte dell’amore.
Figlia dell’abbandono, ma con insieme la felice certezza d’essere stata profondamente amata, e la crudeltà di essere stata assassinata.
Je sais que l’on meurt/Lo so che si muore.
Mais que la mort vienne/Ma che la morte venga
de la main qui te devait des caresses,/dalla mano che ti doveva carezze,
mais que l’amour cache l’étreinte mortelle,/ma che l’amore nasconda l’abbraccio mortale,
Dieu résous-moi cette énigme !/Dio risolvimi questo enigma !
(p.64)
Leggervi, Alda Merini, è domandarsi : la poesia interessa al poeta ? Non è essa, alla stregua dello spirito, perfino al di fuori di ciò che chiamiamo poesia ?
Sperimentarvi, Alda Merini, è subito riandare verso Artaud, a quello che lui stesso « pensava » del pensiero e della poesia, a conoscere tutti i mezzi necessari per liberarli da ciò che essi stessi si infliggono. E poi, assentire quando Artaud scrive : non è l’uomo ma il mondo che è diventato anormale.
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C’è la lotta e c’è il gusto per la vita, c’è quello che bisogna raggiungere di sè e quello che è inarrivabile. Ci sono i fallimenti per dirci la precarietà di ogni cosa. C’è ciò che si logora, ciò che bisogna sopportare. Ci sono i cordogli, c’è il canto che trema, penetrazione, palpitazione, la voce che ama chi si compiange, il vivente sul bordo di cià che si cancella di ciò che ritorna di ciò che non è mai scomparso.
E poi, c’è questa storia, tra lei e lui, Alda Merini e Angelo Guarnieri. Questa amicizia, tenera e solida, che dura fin dal 1995.
Una relazione tra persone che si telefonano e si parlano con piacere, che imparano a conoscersi e a tollerarsi, che si scambiano doni, che ridono quando è divertente e si compatiscono e si preoccupano quando le cose della vita virano verso il loro lato oscuro…(dalla Prefazione di Angelo Guarnieri)
Intuirvi, Angelo Guarnieri, in questa amicizia vera, in questo tempo della vostra relazione in cui l’amore è artigianato.
(Nathalie Riera)
***
Ensevelie
dans l’amour de tous,
je n’ai plus un souffle de jeunesse.
Je voudrais escalader des montagnes énormes,
embrasser les murs de ma maison,
me sentir sale pleine de boue.
Pourtant ici chaque jour
ils prennent soin de moi.
Et lentement ça m’éteint.
(p.63)
Sepolta
dentro l’amore di tutti,
non ho piu un respiro di giovinezza.
Vorrei scalare montagne enormi,
Baciare i muri della mia casa,
sentimi sporca di fango.
Eppure qui ogni giorno
hanno cura di me.
E questo lentamente mi spegne.
***
Tu ne m’aimeras jamais/Non mi amerai mai
ha detto un giorno Salvatore Quasimodo ad Alda Merini
Parce que tu aimes le monde entier/Perché ami il mondo intero…
Come si fa ad esprimere un dolore di vivere che si sente immenso e ingiusto? Come si fa a dire l'indicibile, - eterno dilemma del poeta - ?
Si scava il mezzo artistico di cui si dispone, in questo caso la lingua, lo si sfibra, lo si porta ai suoi stessi confini, lo si spoglia ed espropria del suo senso volgare, lo si accusa di essere inetto e incapace a dire, per poi rivestirlo con un significato nuovo e a tratti alieno come se fosse stato tradotto in una lingua ai più sconosciuta. Per dire vedete, la realtà delle cose è così..così....che non ci sono parole comuni per descriverla.
In questo agire artistico di Marina Pizzi non c'è niente di "ricercato" (sebbene col tempo anche lei abbia acquisito una sua speciale "maniera"). Nel senso che non c'è "experimentum", avanguardia o comunque la si voglia chiamare. Se piace a chi piace la poesia "di ricerca" (qualsiasi cosa ciò voglia dire) è per un fatto puramente circostanziale, di superficiale affiliazione. Il fare poetico di Marina ha radici molto più profonde della mera ricerca intellettuale, è mosso piuttosto da una condizione esistenziale - se non vogliamo dire psicologica - che trova nel linguaggio un limite, una insufficienza e, per quanto possibile, una salvezza, qualcosa che non è solo strumento espressivo, ma anche parte integrante del sé, identità, estensione del corpo e dell'anima sofferenti. In ragione di questo è chiaro come sia preminente, per dirla con Jakobson, la funzione emotiva, anche rispetto a quella poetica (da non confordersi, come sappiamo, con la poeticità di questi versi, indiscutibile). E' in questa funzione che Marina rinviene (e, certo, anche seleziona, lima, ecc.) le "sue" parole, i suoi personali nessi metaforici, scardina il rapporto naturale tra parole e cose, mette in crisi la relazione dei segni, recupera quella dei suoni. Impone il suo codice. E' per queste ragioni che, in altra sede, parlavo di una certa "prevaricazione nei confronti del lettore, a cui il poeta non lascia spazi di manovra (o di interpretazione, in senso attoriale del termine)". Il lettore deve, in altre parole, farsi parte diligente, imparare la lingua, come se sbarcasse sui moli di Ellis Island. Ma del resto è quello che faceva, se posso azzardare, anche Amelia Rosselli.
Tuttavia qui, forse più che altrove, il disegno di fondo, la filigrana, sono chiari. L'assenza, o anche la manchevolezza, di qualcuno, qualcuno che era "Michelangelo del corpo", che si innamorava di fragili peculiarità "ai bordi del mondo intero", "predone" e evanescente come un Puck shakespeariano per colei che si sente "mela da morso senza alcun fato", colei che "in nome di dio" lo chiama, per quanto "con la bestemmia in regola". Ma, di certo, questo non è un canzoniere d'amore, per quanto esso possa essere dolorosamente complicato, perchè l'amore, o la relazione interpersonale o con il mondo, le sue dinamiche invariabilmente diventano parametri della realtà circostante, elementi di misura della efficacia del linguaggio, della sua capacità di significare, di rendere, come dicevo all'inizio, appena più dicibile l'indicibile. Forse questo è il tratto originale del lavoro di Marina Pizzi.
Mi sembra in ogni modo importante rimandare, per un'idea più complessiva sul lavoro di Marina Pizzi, a quanto ho già scritto su di lei, nell'ordine qui, qui e qui
Marina Pizzi, L'inchino del predone, Ed. Blu di Prussia, 2009
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