Questa scelta di tredici poesie inedite (tranne una) di Maeba Sciutti, forse arbitraria come tutte le scelte, risponde innanzitutto all’esigenza del tutto personale ed egoistica di fare chiarezza a me stesso, estraendo alcuni testi dalla massa inquieta e caotica che avevo ricevuto. Sul caos nulla da eccepire. Leggevo giusto oggi alcune parole di Francis Bacon, uno dei geni della pittura del ‘900, a proposito del suo leggendario studio che somigliava a un fantastico immondezzaio: “mi sento a casa nel caos, perché il disordine suscita immagini”. Il che è anche un’ottima definizione dell’entropia, se vogliamo, cioè il disordine primigenio e creativo. E’ quello che succede nella poesia di Maeba: l’esigenza primaria di combattere il grado zero della comunicazione poetica, le cose che lei odia di più, il già detto, il banale, il trito, il lirismo di risulta, estraendo immagini e temi dal caos, impegnandosia trattare queste immagini e temi con una ricerca inesausta di moduli espressivi adeguati, porta a testi a forza centripeta, cioè capaci di portare il lettore “dentro”. Questa esigenza primaria si accompagna, nel caso di queste poesie, a quella altrettanto urgente di farsi una ragione poetica dell’essere donna e corpo di donna, della crudeltà dei rapporti e delle cicatrici che ne derivano, della “diversità” tra i generi, de “l’ansia femmina di toccare l’armonia”, così spesso frustrata. Trovo del tutto naturale e positivo che queste due spinte primarie, insieme a una giovinezza curiosa e indisciplinata possano portare con sé il rischio di una poesia “urgente”, a volte incontrollata. Accettare questo rischio calcolato vuol dire viceversa ammettere con soddisfazione che i testi di questa selezione – compatti per senso e significato, stilisticamente coerenti, con un’idea dentro, perfino modernamente lirici - sono frutto forse del caos, ma con ogni evidenza non del caso.
Dopo Thomas Kinsella (v. qui), continua la perlustrazione di Chiara De Luca nella poesia europea. E' la volta di Werner Lambersy, belga di nascita e parigino di adozione, uno dei principali poeti belgi di lingua francese, autore di una quarantina di opere poetiche in cui ha sviluppato una personale riflessione sul sè attraverso la scrittura e l'amore fisico e spirituale. Ringrazio Chiara per l'anteprima.
"La bellezza è l´ultimo ostacolo / da opporre alle dittature", scrive Werner Lambersy nella poesia di apertura del Diario, che funge da la iniziale e da dichiarazione di poetica al contempo. Perché la ricerca della bellezza è fine primario della poesia di Lambersy. E con bellezza s´intende qui l´intensità del sentire, sinonimo della verità della parola, con tutte le sue "esorbitanti promesse". Sia che essa descriva il dolore - "di cui so che ha / a che fare con la bellezza" -, la solitudine, l´assenza, la tristezza, sia che essa descriva la gioia, la pienezza per un istante raggiunta, la presenza.
"La libertà è lo spazio che lei [la bellezza] / esige per la sua ambasciata". Libertà dalla pericolosa leggerezza e ipocrisia di una società consacrata all´effimero, in cui si "uccidono vìolano / assassinano continenti"; in cui "un proiettile in testa / è l´argomento dei credenti"; in cui "La fame è l´arma anonima / delle multinazionali". Mentre la poesia "fugge su una navicella spaziale e / guarda il vuoto". Ma il vuoto qui non è sterile, è il luogo in cui ha origine la creazione, è entropia "che ci riporta a quel tutto / in se stesso risolto".
Così mentre "un miliardo di sordi / parlano al computer / a cinque miliardi di muti", mentre "surfiamo, scivoliamo" alla ricerca del momentaneo brivido che chiamiamo "emozione", sentendoci in tal modo dispensati dal pensare, il poeta tenta di restituire alla parola la pericolosa pienezza della sua valenza comunicativa, il potenziale incontrollato che la oppone al silenzio, dove confluisce un inesausto turbinare di voci senza suono.
Il Diario si presenta come una sola grande poesia straordinariamente coesa, i cui singoli componimenti possiedono una propria pregnanza che li rende a se stanti e indipendenti dal tutto, eppure sono al contempo collegati gli uni agli altri in un procedimento dialogico, spesso paradossale, che si nutre del silenzio per dargli voce, che "provvisoriamente" nega dio per collocarlo nel futuro, quale possibilità nascente dall´assenza di dogmi e dalla forza di fedi e ragioni. Dal rifiuto di accettare il Male come necessario.
Allo stesso modo il poeta, nell´intensa Lettera, si rivolge a un padre da sempre assente e distante, cui deve "di essere nato / dal nulla / insolvente per la vita". E lo fa senza cercare "di riconciliare / gli opposti inconciliabili", bensì forte della consapevolezza "che scrivendo a qualcuno / spesso si scrive a se stessi". Ed in questo risiedono la bellezza e lo spavento della poesia. (Chiara De Luca)
Sebbene d'estate i giornali scoprano regolarmente l'acqua calda (nel senso di pubblicare cose risapute), fa sempre un certo effetto rileggere che i nostri giovani (e parlo di quella che dovrebbe essere la crème de la crème, cioè gli studenti universitari) sono degli emeriti ignoranti. Tanto è vero che le nostre Università, disperate come mamme che scoprono che i loro piccini hanno preso il morbillo, tentano di metterci una pezza organizzando dei bei corsi di alfabetizzazione. I più urgenti dei quali, ma è ovvio, sono quelli di italiano, perchè "Una volta gli strafalcioni li scrivevano i poveracci, quelli che non avevano frequentato neppure le elementari. Ora i nomi storpiati, gli sfondoni di grammatica, gli errori di ortografia, la confusione nell’uso delle parole e la sintassi sballata sono diffusissimi tra le matricole e gli studenti universitari. Studenti che sono in difficoltà anche al momento di scrivere la tesi. La situazione è talmente grave che ora gli atenei corrono ai ripari...." (continua a leggere qui). La colpa di chi sarà? di Internet? della scuola? della TV? dei telefonini? dei genitori? delle macchie solari? Dovremmo indagare, ma come ho già detto nel post del 7 agosto scorso, tutto questo è da addebitare, molto più drammaticamente, a ciò che qualcuno ha definito con arguzia una "recessione culturale". Come sapete, si ha recessione quando il PIC (prodotto interno culturale) è progressivamente minore di quello degli anni precedenti oppure quando i livelli di attività culturale sono miseramente inferiori a quelli che si potrebbero produrre. L'Italia è da tempo in queste condizioni, di che stupirsi? Fa un certo effetto, detto per inciso, sentir parlare di corsi di alfabetizzazione, così simili a quelli che si fanno per gli extracomunitari in cerca di integrazione. L'italiano come lingua straniera, come seconda lingua degli italiani, dunque? Sembra di sì, ma purtroppo è come dire che uno è straniero di sè stesso, della propria identità culturale (e qui credetemi, il dialetto di cui cianciano i leghisti non c'entra niente). E ugualmente fa un certo effetto questa "democrazia" dell'ignoranza, per cui i giovani di tutte le condizioni parlano la stessa (povera) lingua. Che è però solo quella omologazione (al peggio) di cui parlava troppi anni fa passati invano Pasolini, così comoda per chi deve comandare davvero.
Dal punto di vista della poesia mettiamoci l'animo in pace. Intanto perchè si complica il fronte di quella "resistenza" di cui molti parlano, che è non solo politica, civile, culturale. Si tratta anche di tenere sgombri i canali di comunicazione, ma non ho le idee chiare su come. E poi che poesia dobbiamo aspettarci, ammesso che qualcuno la scriva, dalla prossima leva di "poeti giovani"? Apro una parentesi: personalmente, forse per questioni anagrafiche, sono abbastanza stufo di questo feticcio che molti sbandierano (e che torna sempre buono per farci sopra una bella antologia). Inutile come categoria, dannoso perchè se a volte individua il talento altre volte contrabbanda un lavoro immaturo o manierista. Ma per fortuna, come ho avuto modo di dire ad un giovane amico che mi chiedeva un'opinione sul suo lavoro, la giovinezza è un virus da cui si guarisce rapidamente.
Ma si diceva, che poesia dobbiamo aspettarci? Forse nessuna, visto che i giovani sembra che abbiano dismesso l'uso della scrittura. Ma da un punto di vista semiserio, tra quelli denunciati il problema non è tanto l'ortografia e forse nemmeno la sintassi perchè, messo da parte un purismo fuori luogo, potremmo sempre farla passare per poesia di avanguardia o di rottura, più orientata sul significante che sul significato, tanto per dire, o sull'uso icastico delle parole. Anche la confusione sull'utilizzo delle parole può avere inaspettati risvolti, svelando nuove similitudini o metafore che mai avevamo osato immaginare e che invece erano proprio lì dietro l'angolo. Ma sì, cerchiamo di essere ottimisti. Però questo andrebbe pure bene se contemporaneamente non ci fosse anche un progressivo impoverimento lessicale, la sempre maggiore difficoltà a trovare due parole diverse per dire la stessa cosa, o perfino due parole simili da confondere allegramente, o più di un aggettivo che descriva qualcosa magari non banalmente, o ancora la quasi impossibilità di uscire dal luogo comune (il quant'altro, il piuttosto che, l'assolutamente, l'attimino, il devastante ecc.) e così via. Insomma, detto altrimenti, il progressivo e proporzionale "ingrigimento" della tavolozza linguistica. Temo che in queste condizioni l'ispirazione non basterà.
Non più noi se dobbiamo vivere di nuovo; potremmo
diventare foche, ci tratteremmo meglio:
capaci di gingillarsi, capaci di lanciarsi come siluri,
a perfetto nostro agio nei nostri tre elementi,
scoglio, acqua e cielo - se l'uomo potesse trattenere la sua mano...
Traversiamo il porto pagaiando, macchie e chiazze e membrane di petrolio,
tanto più azzurre dell'acqua, le crediamo cielo.
La creatura potrebbe affrontare il creatore in questa veste,
pescatori di pesci non di uomini. Un qualche agosto,
la foca tranquilla potrebbe dire, "Non m'è riuscito dormire
la scorsa notte; di colpo sapevo scrivere il mio nome..."
Allora tutte le foche, come noi preternaturali,
si orienterebbero, farebbero rotta per il Nord - il loro porto
ghiaccio verde in una terra verde mai erba.
Seals
If we must live again, not us; we might
go into seals, we'd handle ourselves better:
able to dawdle, able to torpedo,
all too at home in our three elements;
ledge, water and heaven - if man could restrain his hand...
We flipper the harbor, blots and patches and oilslik,
so much bluer than water, we think it sky.
Creature could face creator in this suit,
fishers of fish not men. Some other August,
the easy seal might say, "I could not sleep
last night; suddenly I could write my name..."
Then all seals, preternatural like us,
would take direction, head north - their haven
green ice in greeland never grass.
Un testo di Ugo Magnanti, poeta già presente su Imperfetta Ellisse (v. qui), in questa occasione in versione non solo post futurista, come dice lui, ma anche esplicitamente dannunziana e - lasciatemi aggiungere - un pò rompicollo.
Il testo è stato scritto e recitato, insieme ad altri, "in occasione di una performance di poesia [da lui] ideata e curata, "Icaro e Dedalo: Ditirambi No Turbogas", svoltasi domenica 21 giugno 2009, solstizio d'Estate, presso l'aviosuperficie Arma di Nettuno, a sostegno della protesta contro la costruzione della pericolosa centrale termoelettrica Turbogas di Aprilia. Insieme ad Ugo Magnanti, altri due poeti, Vitaldo Conte e Marcella Boccia, hanno dato vita a un evento d'arte, offrendo la propria poesia sul campo di atterraggio dell'aviosuperficie, dopo essere stati paracadutati con un lancio tandem.
Un reading venuto dal cielo, letteralmente, e che si è proposto di attirare l'attenzione sulle ragioni di tale dissenso presso la più ampia cittadinanza possibile, coniugando per la prima volta non solo in chiave simbolica la poesia e il volo, uno dei topos più affascinanti della letteratura.
A due anni dalle "Poesie vomitate contro la Turbogas", la poesia ha tentato di esprimere ancora, con le modalità della performance, la ferma disapprovazione nei confronti di una politica energetica sbagliata, e nociva per la salute, che non riguarda soltanto questo territorio, ma l'intero Paese.
I tre poeti-Icari sono scesi dal cielo guidati da tre paracadutisti-Dedali dell'associazione sportiva "Crazy Fly", in un'azione poetica di ascendenza futurista che si è realizzata come discesa metaforica di ispirazione civile, e come gesto progressivo proprio in quanto contestatario rispetto a un'industria energetica passatista, nell'intento di declinare in termini ecologici l'idea di volo, una delle icone del Futurismo, di cui proprio quest'anno ricorre il centenario".
Qualche giorno di rallentamento, se non proprio di ferie. Ne approfitto per scrivere qualcosa, per qualche ripensamento, anche su cosa e come scrivere. E anche per leggere: per associazione di idee con l'esame di dialetto della Lega (boutade, provocazione, fraintendimento?) sto rileggendo qualcosa di Albino Pierro, di Noventa, di Loi, di Pasolini. Grande poesia, inevitabilmente legata al versante lirico dell'esistenza. Bella anche quando tradotta in italiano, spesso dagli stessi autori, coinvolgente, vivissima. Fa parte del nostro bagaglio culturale, e insieme ad esso sta cadendo in disuso. Non è certo il dialetto a cui pensa la Lega, forse nella stessa misura in cui l'italiano della poesia non è l'italiano della politica, dei telegiornali o semplicemente di chi ci passa accanto per strada. Che fare, che sta succedendo? Forse è una mia ignoranza, ma chi c'è dopo Loi, l'ultimo dei sopravvissuti? E la poesia dialettale o locale o di territorio, ha ancora una ragion d'essere, nicchia nella nicchia della poesia italiana? E la poesia italiana, non rischia essa stessa di diventare un'arte espressa in uno dei dialetti del mondo, di questo mondo globalizzato anche culturalmente? In che termini, se necessario, deve essere approntata la sua "resistenza", in questo caso non solo politica ma anche linguistica? E ancora, in che modi deve sprovincializzarsi, deve aprirsi allo scambio con altre culture, così da acquisire nuove armi per questa resistenza? E con quali modalità questa resistenza, se ci sarà, dovrà fare i conti con l'evidenza di una vera "recessione culturale", così come qualcuno l'ha definita? Lo so, troppe domande tutte insieme. Ma sarei felice, e lo accoglierei volentieri, se qualcuno volesse esprimere il suo pensiero in merito. Buone vacanze a tutti.
P.S. Se nel frattempo avete qualche curiosità, potete spulciare l'Archivio generale del blog (v. link a lato). Sono sicuro che riuscirete a trovare qualcosa di interessante.
Nell'estate del 1958, dopo un decennio circa di lunghissimi soggiorni estivi, W. H. Auden abbandona l'isola di Ischia. Il suo piccolo paradiso italiano cominciava a risentire troppo del primo turismo di massa conseguente al boom economico, con i suoi effetti collaterali: folla, auto, motorette che invadevano le stradette dell'isola. Si veniva a interrompere così un lungo rapporto anche generoso con il Sud italiano e con la sua gente. Questa poesia, ricca di riferimenti mitologici e culturali (le Erinni, Mozart, Goethe e il Grand Tour ecc.), rappresenta il commiato definitivo del poeta, in partenza verso un villaggio austriaco, verso altre genti e altri climi. Il testo, che può essere letto anche come un acuto trattatello di antropologia culturale, è dedicato a Carlo Izzo, che ne è anche il traduttore. Izzo, uno degli anglisti più eminenti del Novecento italiano, era fautore della teoria etica o "umile" della traduzione letteraria, in cui ci si deve porre in maniera quasi invisibile e mai invasiva al servizio dell'autore e del suo testo, come spiega nel suo libro "Responsabilità del traduttore, ovvero esercizio d'umiltà", del 1966.
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