Ho passato le ultime tre ore a ripulire il blog da un mucchio di robaccia che ne impediva il funzionamento, come forse vi siete accorti. Un vero e proprio attacco. Non è ancora del tutto a posto, ma spero di sistemare le cose al più presto. Ringrazio chi ha provato comunque a passare da queste parti.
Il “sogno di lucciole” di Francesca Pellegrino: Niente di personale e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni
La poesia di Francesca Pellegrino, autrice di due interessanti raccolte liriche: Niente di personale (Roma, Cromografica Roma S.r.l., 2009) e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni (Patti, Kimerik, 2009), dà voce alle piccole-grandi cose che, anche in absentia, disegnano l’esistenza e i suoi contorni non sempre luminosi. I due titoli sembrano voler indirizzare il lettore fin da subito verso precisi tragitti interpretativi: il primo infatti pare sottolineare la distanza tra l’ “io” poetante e la messa in scena della scrittura, mentre il secondo pone in primo piano l’“io” e, attraverso un enunciato metaforico, denuncia l’appassire dei sogni non adeguatamente alimentati. Nell’universo semantico delineato dalla Pellegrino, almeno per quanto riguarda le intenzioni espresse nella titolazione, sembra aprirsi quindi uno iato tra la negazione della dimensione privata enunciata da Niente di personale e l’ammissione di una determinata condizione intima espressa da Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni.
L’Autrice vorrebbe i due titoli strettamente collegati, fino a leggersi in sequenza, come a proteggere la propria parola poetica da sospetti di autoripiegamento solipsistico. Così lo iato tra oggettività e soggettività si rivela solo superficiale, e non solo per la sequenzialità suggerita dalla stessa Autrice, ma anche per l’unitarietà tematica, in quanto in entrambe le sillogi la Pellegrino rivolge l’attenzione al proprio microcosmo domestico, alla propria fisicità e al suo mondo interiore per tracciare una sorta di bilancio esistenziale dalle tinte malinconiche. La scrittura riesce a farsi riflesso della segreta corrispondenza che si stabilisce tra la matericità del corpo e delle cose e l’universo emozionale, impastando la sua rappresentazione in felici soluzioni lessicali e retoriche, mentre la sintassi ne accompagna convincentemente il percorso, incagliandosi qua e là come a riprodurre il disagio del dire. L’attenzione si aggira in uno spazio che difficilmente si apre al “pubblico” (avviene, per esempio, in Dirtyng di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, p. 48), preferendo soffermarsi puntigliosamente su un orizzonte esclusivo e intimo, fino ad approssimarsi all’autorappresentazione e all’autoritratto (in Formiche, p. 43 e in Bianco, p. 51 di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, e in mi capita di non volermi sapere talvolta, p. 69 di Niente di personale ), non trascurando quella via negationis tanto felicemente esplorata da Eugenio Montale (in Scatole – le case che non sono, pp. 58-59, inNiente di personale).
Questa vivisezione impietosa della realtà immediata (esteriore e interiore) si affida soprattutto alla figura retorica della sineddoche, che si fa voce recitante del malessere esistenziale:
Ho gli occhi
come di lucciola assetata
rintocchi di luce che
non lascia ombra
e mi piglia una voce contralta
(Niente di personale, Ho sognato di dormire senza occhi, p. 25)
Sono occhi, mani, capelli, bocca, una trave, sedie, mobili e oggetti di uso quotidiano a governare la trama del discorso lirico, come a formare una tela narrativa ispessita da polvere, ruggine, sete, buio e silenzio, tutti lemmi che ricorrono tanto frequentemente nei versi da farsi parole-chiave di questo spazio poetico, dove tuttavia, insieme all’uso del correlativo oggettivo caro a Eliot, non mancano soluzioni parossistiche che allontanano il tragitto della scrittura da rischiosi cedimenti al patetico(La moglie del silenzio è sempre incinta, pp. 60-61, inDimentico sempre di dare l’acqua ai sogni). Accade anche che l’“io” lirico si pluralizzi in un “noi” per riflettere sulla condizione umana, consegnando l’amara conclusione a rappresentazioni icastiche e ironiche che, mentre rendono interessante il discorso poetico della Pellegrino, lo mettono anche al riparo da facili cedimenti a un pessimismo cosmico di memoria leopardiana:
Siamo quello che siamo
macerie di decenza.
Alla fine
c’è soltanto un unico sole
e ogni tanto qualche pianeta
qualche piccolo stupidissimo pianeta
che ci si illumina e
s’improvvisa stella. O poeta.
Del resto
anche Hitler suonava il violino.
(Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, Stars, p. 16)
Se le due raccolte condividono la stessa tensione semantica a sottoporre il reale (materiale e psichico) a una rigorosa e spietata analisi che trova il suo elemento soterico nella strategia retorica dell’ironia, a livello formale esse differiscono nello snodarsi lirico del linguaggio. In Niente di personale infatti la parola essenziale e quasi pietrificata di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni si apre e si distende in un discorso più ampio, tendente al prosastico, fino a sfiorare la poesia-racconto di cui fu maestro Cesare Pavese, mentre l’interesse per l’intelaiatura retorico-linguistica rimane sempre notevole. Numerose e felici, in entrambe le sillogi, le espressioni metaforiche, come frequenti s’incontrano i giuochi linguistici, da cui questa scrittura sembra a volte pericolosamente sedotta. Tante le trappole della scrittura e ancora più numerose e subdole quelle della poesia, che incanta con i suoi miraggi visivi, fonetici e narcissici, per condurre verso i poliedrici mondi possibili della rappresentazione lirica mediante percorsi stellari, ma spesso accidentati. Francesca Pellegrinoin queste due raccolte si fa viaggiatrice “randagia” e intelligente con “un sogno di lucciole/negli occhi scuri scuri” riflesso nei gironi del genere lirico, dimostrando notevole sensibilità lessicale e retorica nell’investire il linguaggio di quelle potenzialità simboliche idonee a renderlo rappresentazione convincente di una realtà popolata di “chiodi” e di “rintocchi di luce”, di “margherite acerbe” e di “buchi da abitare”. (Teresa Ferri)
Urbino, 24 settembre 2009
- altri articoli e poesie dell'autrice cliccando sul tag "teresa ferri"
- la mia lettura di "Ho dimenticato di dare l'acqua ai sogni" qui
Nata a Glasgow nel 1965, Kate Clanchy ha studiato ad Edimburgo e Oxford, città in cui oggi vive e lavora come insegnante, giornalista e scrittrice freelance. Ha vinto numerosi premi prestigiosi con diversi libri di poesia tra cui "Newborn", una raccolta dedicata ai temi della gravidanza, della nascita e della cura di un bambino. Il suo ultimo libro è la biografia "What Is She Doing Here?: A Refugee's Story", con cui ha vinto il Writer's Guild Best Book Award for 2008 e che è stato mandato in onda dalla BBC.
Lampione scultore,
scultore di cose mai vedute,
forse ridicolo,
ma pieno di buon umore.
Lampione scultore,
questa notte barili, barili
di vento.
Ubbriacatura completa:
sbattute sul casamento
della tenebra
alto diecimila piani senza lumi,
capitomboli sul selciato,
piruette nel fango,
esercizi di traballamento
sull'elastico sensibile.della pioggia.
Lampione scultore,
pel vicolo questa notte
pochissime cose;
un pisciatoio a tettoia
che tu inghiotti e ridai
con mutevole forma di donna,
un carretto abbandonato,
enorme uccello
con ali di ruote,
e un'ombra di cane
o meglio, un lungo cane d'ombra.
Benone scultore,
abbozzature
e deformatore;
eccoti un uomo filosofo,
mantello nero nero.
L'abbranchi? No.
Soltanto la testa.
Decapitazione superba,
e schiaffi e colpi di luce
sul torso che cammina lo stesso.
Poi gonnelle, gambuccie
e mani fugaci;
famiglie toccate,
mangiate,
digerite nell'enorme budello
del buio,
inseguite sull'angolo;
teste a triangolo,
ricopiate,
rimpastate,
segate sui muri;
padri seri, mamme gravi
trasformati in ridicoli fantocci,
e mezzi visi che se ne vanno,
e'occhi chiusi e riaperti
da lancette fulminee di luce.
Infine un ubbriaco:
nera linea spezzata di canti a sghimbescio.
Sosta della tua luce;
acutissima voglia rattenuta.
Quasi quasi...
No, no che passi
unica serietà della notte,
vagabonda pensosità della vita.
Le tue schiere di luce
presentano le armi
sino in fondo al vicolo.
Domani all'alba
l'ultima pisciata di giallo
sul lampionaio impettito,
l'ultima smorfia sotto
gli scappellotti del sole
vilissimo illuminatore
di cose,
contro te, lampione scultore,
creatore di mondi originali
di forme.
da Ponti sull'oceano - 1914
(...) quanto Folgore ha di meglio, una vena leggera di impressionista fantastico che è anche il trait d'union con la vocazione dì parodista e favolista. Queste.qualità divengono più evidenti e consapevoli nelle due raccolte successive, dove sono i suoi testi migliori. Strumento tecnico fondamentale già di Ponti sull'Oceano è l'uso ad oltranza, anche teorizzato dal poeta, della sintassi nominale, con quasi completa abolizione del verbo (anche all'infinito). Ma è difficile condividere l'accostamento fatto da De Maria, su questa base, a Ungaretti e addirittura a Benn: in Folgore, fuori di ogni espressionismo come di una vera ricerca dell'essenzialità lirica (tant'è vero che prevale pur sempre la tecnica elencatoria), la sintassi nominale veicola un senso alacre della varietà ritmica e della libertà associativa e soprattutto un impressionismo pago di sé e quasi ilare che, nei momenti più prosciugati e geometrici, può far pensare - come ha ben notato Jacobbi - al Bontempelli de Il purosangue. (Pier Vincenzo Mengaldo)
note biobibliografiche: (v. qui)
altri testi in rete: (v. qui)
nell'illustrazione: caricatura di Luciano Folgore di Ivo Pannaggi
Puntuali come la morte, a distanza di un anno circa ( v. qui, e un anno prima ancora ci aveva provato anche Prodi v. qui), alcuni volonterosi del PDL (Pecorella, Costa, Alfano, Carlucci e altri) ci riprovano a mettere una mordacchia alla stampa a mezzo internet, sottoponendola a severe restrizioni e attribuzioni di responsabilità. Per capire meglio potete leggere questo articolo di Guido Scorza, esperto di Internet e Presidente dell'Istituto per le politiche dell'Innovazione.
Abbiamo ritrovato la neve, qui mangiava frutta secca.
Non le importava altro che lasciare che il giorno si adempisse.
I nostri passi scivolosi ricordavano altri passi.
L’inverno. Era questo, dapprima, l’inverno, puro prigionero dell’imperfetto.
Chi aspettava segni per avviarsi viveva in questa neve.
Laggiù.
* * *
Perché il mondo è così coperto dal bianco che inganna,
da quello che dà pace.
Fortunato sei tu, pieno giorno dell’uomo o del grande albero,
tu che sai non confonderli.
* * *
Ed eccolo, piena corteccia, reso muto, orfano del suo fogliame.
Entra nel suo silenzio che gli attimi delle città ignorano.
Che dire al fondista che lo sfiora, alle sue racchette che segnano la cadenza?
Lui lascia correre. Un altro tempo, che si stira o che urta,
lavora alle sue radici
* * *
Ciò che lei ama sempre disorienta le mie mani.
Il posto rimane libero per queste luci nascenti di vento, per il corso
di una gioia d’abilità superstite. Nessun testimone fuggirà
dal paese parallelo.
Un giorno si sarà chiuso secondo l’epistola dell’inverno.
* * *
Per Gilles Antonowicz, l’amico
della mia prima infanzia
La mia nascita allora è come quella di un amico della neve
che viene verso di me dai giorni servitori dell’infanzia,
la mia morte è questa lacrima d’alambicco come quella di un amico
della neve che si assenta ancora per degli anni,
quando davanti a noi camminano le lettere verso il loro raduno,
il genio di dicembre in cuore.
* * *
È bello, questo schiocco di ali intraviste nella lentezza
del bosco.
Nessuna foglia piegherà il cielo.
Nessun calcolo avrà il suo cammino di ronda in questi luoghi.
Un pò di terra ricoperta
occupa tutta la storia.
* * *
Prendo questa parola che gela sul viso.
Taglio l’angolo del tempo.
Là, porto il mio grido.
Quando la notte erede torna a passi felpati,
rimango sempre lo stesso bambino rannicchiato.
* * *
Hanno rubato l’ombra e la bianchezza dell’ombra.
Ora, sono divenuti corvi che rasentano il campo.
Ed io li vedo, sotto i loro fremiti neri, quando volteggiano
al sole, più inanellati di quanto si possa pensare.
* * *
Uomo sette volte perduto, quando ti capiterà di chiedere
la tua strada alla montagna, di fare tua la storia di una stella del Pastore
che svanisce fra le tue mani per incantarti ?
Inventa i tuoi tordi. Ormeggia i tuoi soli
La ragione sassosa del Drac
è più nuda di tutte le tue seti.
* * *
Felici i bambini di neve che si sono fatti pupazzi.
Nell’angolo morto delle luci, si fischiano l’un l’altro
per un ramo ove si disegna un braccio,
due sassi grossi per vedere coi loro soli occhi,
una corteccia che si farà cappello.
Nella schiarita di qualche parola,
li mettete allo scoperto, figlioli prodighi
che non vogliono più andarsene,
finchè il giorno non si sìa sciolto tutto sulle loro mani.
Allora, e senza aspettare, conoscendo già tutto
del tempo incolto o sconnesso,
firmano il momento stravagante
che li ha messi al mondo.
* * *
Solo,
quella potrebbe essere la pietra da condividere.
Il soffio
senza ritorno del vento,
il primo alloggio del sole
in cima,
a vestire di rosa la montagna.
Oppure solo,
la transparenza di un passo perduto e ritrovato
tutto bianco sul nero
come una vocale intermittente.
Aspetto quell’alba
aggiunta alla pietra,
estesa ad ognuno,
universale.
Aspetto quest’albero,
gemello del fuoco,
che sogna sul guanciale in prestito
dal giorno sepolto della mia nascita.
* * *
Degli uccelli svegliano I rami,
si fanno un battesimo delle loro linfe
come se, avendo smarrito il cammino del ritorno,
ci incontrassimo per la prima volta.
Sino agli estremi,
andiamo in questo stupore
* * *
Ancora, qualche altro minuto, la notte amica
mischierà la neve al nostro fiato.
Per dire che, esattamente, di ciò che non so ?
Perché sempre, mi porta nella sua bottega per mostrarmi
i suoi arnesi dimenticati : la pelle-tamburo che risuona del mondo,
le parole d’ordine nelle loro migrazioni di luce, i frantumi di specchio
che si spazientiscono di fronte al firmamento, briciole di pane
per affamare l’idea della morte, il corpo di un lume che brucia,
brucia ancora.
* * *
I quaderni tremano contro il bianco della scrittura.
Conoscono la stagione che non si annuncia.
Posti su un lembo di neve, tornano di colpo al loro
umore di bivacco.
È così che li preferisco, con la paura che si posa
più leggera sul paese muto delle cose.
I miei quaderni hanno gallerie sotterranee dal nord al sud,
dall’est all’ovest. Sotto il sole che filtra, canta il loro ritornello a spirale
che ogni volta di nuovo impariamo.
L’attimo panico si è messo in stato di allarme,
l’uomo che un minuto prima regnava sui suoi pensieri
si sgualcisce nel disordine degli abeti.
Per lui, la condizione di un insetto sconvolto.
E la poca frutta secca non potrà farci nulla.
Più tardi.
Al tavolo di pietra, un guanto posato talvolta basta
per trovare di nuovo il cielo.
* * *
E la valanga.
La valanga era il nome di una cavalla che se ne torna
a casa di galoppo.
* * *
La neve è detta.
La neve non riprenderà nulla.
Vi ha soltanto cambiato di posto.
Ove la doppia vita del mondo si trattiene infossata,
scivola ora sull’uomo,
sospesa sul tetto della sua casa.
Sarà scaltro colui che la vedrà passato l’inverno,
proseguendo in sè la sua vita,
mattino di luna piena che sta per sorgere.
Credo che questo articolo, con la sua piccola selezione di testi, possa offrire un giusto contraltare al post "Corporea - Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese", pubblicato il 7 settembre scorso (g.c.)
Il corpo segreto chiama il lettore a soffermarsi su una tematica che, pur essendo esposta alle esperienze di ciascun individuo, rimane relegata alla sfera del personale. Quasi inesistente come pensiero pubblico, archetipo condiviso, il corpo maschile riprende, in questa antologia edita da Lietocolle, quell'attenzione che solo la Grecia classica riuscì a dargli pienamente. Prima che assumesse, nel pensiero artistico e quotidiano, un ruolo subordinato alla fisicità femminile. L'antologia curata da Luigi Cannillo invita l'uomo a riflettere sulla sua corporeità, a graziare il proprio fisico con uno sguardo consapevole e rispettoso.
La consapevolezza nasce attraverso percorsi eterogenei: talvolta per confronto, ovvero incontro-scontro con il femminile, altro ma, al tempo stesso, riconosciuto, senza vergogna, parte imprescindibile e intima. In altri casi come dimensione di un movimento emotivo o erotico. Il movimento può stendersi dalla mente al corpo o dal fisico alla consapevolezza, ma l'esito è comunque lo stesso: riportare all'unità la persona.
La cultura consolidata nei secoli ha schematizzato l'essere umano in un ruolo sessualmente dipendente, fortemente limitativo nei confronti delle capacità organizzative, espansive e di crescita personale. Legando le esperienze a pochi ambiti socialmente approvati, la crescita della persona è stata frenata rispetto a quanto sarebbe stato possibile se ciascun essere umano fosse stato pensato senza ruoli prestabiliti e attesi. Così la figurazione maschile prevede tuttora un dominio della ratio e una sottostima dell'importanza corporea (mentre si può asserire l'opposto sulle aspettative legate all'essere donna).
“Il corpo segreto – Corpo ed Eros nella poesia maschile” (Lietocolle, 2008) ha diversi meriti: invita a pensare l'essere umano nella sua totalità; espande le dinamiche mentali dominanti accendendo i riflettori sulla fisicità di genere e chiama a cimentarsi su questo tema poeti (Fabio Pusterla, Franco Buffoni, Tomaso Kemeny, Elio Pecora solo per citarne alcuni) con voci artistiche fuori dal comune. (maeba sciutti)
Ricevo dall'amico Mario Fresa e pubblico volentieri
LE VOCI DEGLI ACCORDI Versi di note tra le forme del tempo
Armonie di suoni e parole, profumi, gusti, percezioni tattili e immagini "intorno" alla PIETRA, archetipo di valenze portanti lungo la storia dell'Uomo.
Concerto multisensoriale a cura di Gabriella Perugini: liuto rinascimentale, Gabriella Perugini; voce narrante: Mauro Crosetti. Interventi artistico-pittorici: Vinicio Perugia e Francesco Preverino.
Poesie, sul tema della pietra, di Pablo Neruda, Walt Whitman, Garcia Lorca, Giuseppe Ungaretti, Elio Pecora, M.L. Spaziani, K. Kavafis, Adriano Spatola, Mario Fresa e altri selezionate da Ferdinando Albertazzi.
Torino, Mausoleo della Bela Rosin 12 settembre 2009, ore 20.30
Il programma, che da solo vale una piccola antologia, è scaricabile da qui.
Inedita in rete, una selezione tratta da "Corporea - Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese", gentilmente inviatami da Loredana Magazzeni, una delle curatrici del volume. Poesia femminile e femminista, in cui il corpo, fin nelle sue evidenze fisiologiche, emerge prepotentemente non solo come terreno di riappropriazione, coscienza, identità, ma anche come terreno confinario, fronte, baluardo. O luogo in cui perfino la parola poetica assume una densità di carne. Se c'è il rischio insito, come avvertono appunto le curatrici, di una visione riduttiva e storicizzata di questo tipo di poesia (e forse anche, aggiungo, del subire questo corpo come limite poetico, del non riuscire a recuperarlo come luogo, anche, di gioia) è anche vero purtroppo che la storia non insegna niente, come dimostrano i fatti di violenza che leggiamo tutti i giorni sui giornali. Ma c'è anche la distruttiva rivoluzione (o effettiva controriforma) culturale che si compie sul corpo delle donne attraverso una sistematica riduzione ad oggetto operata dai mezzi di informazione di massa, come testimonia egregiamente il bel documentario "Il corpo delle donne" (v. qui) di Lorella Zanardo. (g.c.)
Questo libro nasce dal piacere condiviso di colmare una lacuna. In Italia tutto il corpus di testi di donne in lingua inglese dell’ultimo quarantennio è stato tradotto in minima parte e le poche eccezioni sono per lo più esaurite e introvabili da tempo. Siamo invece convinte dell’importanza di non perdere il valore di una riflessione collettiva di grandi proporzioni scaturita dalla riscoperta del corpo in ambito femminile e femminista. Paradossalmente, proprio l’uso politico del corpo come grimaldello per scardinare la visione del mondo e il linguaggio tradizionalmente conformati sull’ottica maschile ne ha legato le sorti all’effimera fortuna del movimento, facendo sì che oggi in buona parte della cultura dominante la semplice menzione del corpo rimandi a qualcosa di percepito fastidiosamente come risentito e superato.
Contrastare il rischio che questi testi vengano archiviati come vecchi senza che mai sia stata concessa loro circolazione è dunque il nostro obiettivo. Essi infatti esprimono la differenza femminile non tanto e non solo per combattere il mondo tradizionale, quanto per arricchirlo. I criteri di selezione applicati sono stati la qualità poetica e il grado di implicazione corporea. Abbiamo privilegiato autrici viventi e testi non ancora editi, tranne quando la loro rilevanza ha richiesto delle eccezioni alla regola. (nota editoriale)
Involucro di pelle
Dorothy Molloy
In un involucro di pelle
in una scatola di osso
vivo. Braccia,
gambe, dita, alluci,
caviglie, spalle,
gomiti dotati di snodi. I piccoli
badili della clavicola.
Il cingolato della mia
colonna. Le ampie scodelle
dei miei fianchi.
In un involucro di pelle,
in una scatola di osso
vivo. Interminabili matasse
di capelli spinte attraverso
l’epidermide. Una fornitura
di unghie centenaria si acquatta
nelle punte delle dita
e sotto i cuscinetti
degli alluci.
Si celano tamburi nella voluta
dell’orecchio; un ponte
mi attraversa il naso.
Il mio ventre un’officina,
un impianto che ricicla,
un cumulo di concime organico.
La pelvi un recinto,
un terreno di coltura
un vivaio.
Le spugne dei polmoni,
la pompa del cuore, il battito a polso
collo
e tempia.
Sola nella mia grotta
vado alla ricerca, accendendo fiammiferi
mentre procedo. Graffiti
di sangue ed escrementi brillano
sulle mie pareti paleolitiche.
Se la lingua è una maschera, maschera di una maschera è la lingua straniera (1). Dioniso, il dio straniero, pone la sua maschera sul volto di Orfeo, significando che egli è scelto come suo doppio. Il dio straniero la pone sul volto del poeta perché Orfeo è colui che in modo innato si pone in relazione con l’incomprensibilità della lingua a partire dal suo stesso gergo, inesplicabile anche al latore. Il poeta è chi per pura necessità di relazione cerca lo straniero perché egli stesso è straniero; lo cerca per via del bisogno dato dal suo nascere e vivere in un corpo il cui linguaggio non gli appartiene del tutto perché il suo gergo, come il limbo, è luogo aperto e illimitatamente esclusivo. Il poeta riproduce per imitazione la lingua che lo circonda, e all’infinito il proprio gergo. Così come Dioniso, il dio straniero, riproduce, al di là del tempo lineare, l’atto di smembrarsi e di smembrare, e fermando il tempo nella circolarità della ripetizione si sdoppia all’infinito nei due ruoli di vittima e carnefice. È lo stesso Dioniso che nelle Baccanti di Euripide narra di come il potere allucinatorio del suo sdoppiamento avesse fiaccato in mille modi Penteo. Narra di questa sua importante prerogativa, lo sdoppiamento: mentre la vittima subisce la sua efferatezza egli può mantenersi mite, forse compartecipe. Mentre Bacco sfrenato, infuria, Dioniso comprende la pena, perché la osserva. Come se l’istinto già mostrasse la sua deriva nell’inutilità – il tempo paralizza la visione –, il poeta, come Dioniso bambino, si guarda allo specchio, come un estraneo, si vede mutare e ne scrive, giusto un attimo prima dell’ennesimo titanico smembramento.
Pupara sono e faccio teatrino con due soli pupi, lei e lei, lei si chiama vita, e lei si chiama morte (2),dichiara Jolanda Insana: c’è lei, vita che smembra; e lei morte che è smembrata, lei che compie e lei che è compiuta. Ma quando avviene che compenetrazione succede la vita muore addirittura di piacere (3). Un piacere sospetto che ha a che fare con l’autoerotismo della scrittura. Tuttavia se ciò che genera la poesia è un’illuminazione, in quanto illuminazione essa èlieta e rende così intensa la vita da somigliare al solo tripudio concesso al non iniziato, l’amplesso (4). Qui l’illuminazione è intesa come la libertà somma che la persona incontra al limitare dell’utilizzo consapevole degli strumenti umani, del corpo, zona limitrofa immediatamente a ridosso del confine tra terra straniera e terra nativa di cui dubbiamente ci si riconosce autoctoni. L’equivoco sta nel forzare una definizione riguardo il potenziale della carica sufficiente alla comprensione del confine, come sovrastruttura fittizia di un sistema lineare, ma cedevole. Wafaa Lamrani si esprime con una chiarezza lancinante al riguardo: ecco perché l’ottavo giorno è mio, dice: di modo che la lettera di quel giorno mi possa impregnare a partorire dei gemelli (5). Evidentemente l’ottavo giorno ha un genoma ermafrodito. Il cui processo generativo, la poetessa, rivela in modo inequivocabile, avviene per sdoppiamento: prima di iniziare ho chiarito con tono di sfida,ho annunciato che io e l’età siamo state separate sull’orlo dell’alienazione che io e il tempo siamo stati per sempre due volte (6). Una simile condizione rende impossibile la linearità, una misurazione unitaria del tempo, un sentimento univoco delle cose. L’iniziazione si basa sulla ripetizione dell’azione originaria del dio cui il rito si rivolge, è la ripetizione dell’evento inaudito, il cui potenziale irrisolto grava sull’umanità in modo universale, ponendo la necessità di un atto liberatorio che si basi sul ripetersi di questa azione nel tempo, questo movimento sdoppio, che fa convergere l’origine del culto nell’iniziato, conferisce al tempo un suo carattere presunto ma credibile, di circolarità. Il poeta, nei panni di Orfeo, come s’è visto, incarna a pieno titolo il ruolo di iniziato al culto dionisiaco, perché, ne sia o non ne sia consapevole, percorre concentricamente lo stesso atto misterico di smembrasi e di smembrare,più volte, se è necessario fino alla fine e nell’ambito dell’esistenza che le sue età scandiscono linearmente. Non in assenza di questa perversione temporale che comprende linearità e concentricità in una commistione che in questa sede non può che essere indagata poeticamente, non in assenza del mondo, ma nel suo intestino fenomeno, che è la quotidianità. Qui non altrove, i misteri si compiono. Con la stessa obbedienza che una funzione corporale richiede. Qui nasce la poesia. Questa sospensione, scrive Iole Toini, ci consegna a un dopo invisibile, nel segno della bocca che pronuncia l’altra cosa, (…) In questo luogo la memoria è futura, conta l’esatta distanza fra il corpo e la sua assenza (7). Forse questa ripetizione è ciò che certa psicologia chiama coazione a ripetere o è quel barlume d’individualità che tenta un compimento, tutt’altro che oscuro anche se per molti versi inconsapevole: la salute. Salute come afflato all’integrità. Integrità come capacità atta al contenimento del doppio. Un doppio che è il corpo sensibile e l’occhio che lo guarda, uno sguardo introiettato che assume per assurdo, potere seminale, e diventa identità della parola poetica. Il resto perde. Non può che soccombere a questo piacere. Quando le due: vita e morte, compenetrano che cosa sono il nome, il verbo, l’identità? Né il divieto annulla né l’imperativo plasma né il nome contiene (8) ein ciòil livello di devianza è tale e tanto che si finisce per parlare dell’anima come di una cosa nostra (9).
(1) Giudici G., Il male dei creditori, cit. Cortellessa A., La fisica del senso, Fazi Editore 2006, p. 164
(2) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 17
(3) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 17
(4) Zolla E., I mistici dell’occidente I, Adelphi 2003, p. 24
(5) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 168
(6) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 165
(7) Iole Toini, Spaccasangue, Le voci della luna, Sasso Marconi 2009, p. 45
(8) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 168
(9) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 25
I versi delle poetesse citate in questo ambito sono parafrasati per favorirne la lettura. I testi originali cui si fa riferimento sono riportati di seguito:
Jolanda Insana http://tattichesiamesi.blogspot.com/2009/08/lei-e-lei-jolanda-insana.html
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