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**** Ghérasim Luca, La fine del mondo, book-trailer di 19 pag, con estratti, QUI
Martedì, 30 novembre 2010
"Arte dello scarabocchio fatto con gomma e matita, la poesia ch e si
può fare e rifare (..,) mi ha sempre incuriosito", dice Lorenzo Mari.
Una curiosa dichiarazione di poetica, che presupporrebbe altre prese di
posizione, molto più radicali di quanto appaia dalla lettura di questo
libro, o altri mezzi di espressione. Ma se si sta alla scrittura poi
alla fine ci si rende conto, proprio come luì, che "per assumere
responsabilità e firmare con la x bisogna qui fermarsi un attimo,
prendere fiato e attraversare una minuta di silenzio". In altre
parole, una inquieta diffidenza nella parola (non in sè ma in quanto
immersa nella ormai canonica fluidità del mondo) deve prima o poi
fissarsi in una espressione, farsi magari carta. E diventare il quel
momento "definitiva". Si lascia al silenzio, alla riflessione interiore,
di fare la parte del foglio bianco mentale, della minuta su cui rimarranno, però ignote ai più, tutte le varianti immaginate.
Il
compromesso è (in Mari come in altri, ed è questo che mi interessa)
una poesia del provvisorio, del fenomenico, dell'incerto, evidenziata -
anche - da una scrittura che mima a volte il flusso attraverso le
associazioni o le isotopie (in un testo: scatto, erectus, sprazzi, ictus, ics, rictus) e che connota la difficoltà del vivere con un andamento scazonte, con concrezioni di senso in parole altrettanto "difficili" (trisma, glosse, prossemica, scialorrea, disforico, ecfrasi) e pertanto ugualmente (nell'immediato) indecifrabili. L'occasione non è quella montaliana, ma è in larga misura l'evenienza o
i suoi epifenomeni e la conseguente epifania (come, in certa misura ma
con differenza di stile, in Giovanni Catalano v. qui). L'osservazione
poi porta a riflessioni originali, come nel testo, qui presente, "L'uomo
che cade", in cui una storia dialogata (e, perchè no, recitabile) che
sta tra Newton e Magritte e che prende spunto, credo, da un evento ormai
infitto tragicamente nel nostro repertorio di immagini, si realizza in
una piccola operetta morale sul concetto di realtà e sur-realtà. In
altri casi è l'oggetto che assume una valenza simbolica, come in
"Passaggio" lo è il libro come testamento, l'opera come speranza di
passaggio, anzi meglio, di tragitto à rebours dell'autore in
marcia verso il "ponte maledetto" della morte. O le cose, gli oggetti
indifferenziati e innumerevoli che popolano la nostra vita, che in "A
fare maglia" costituiscono una specie di tela di Penelope senza
destinazione, ma anche ci circondano senza attenzione (e quindi senza
significazione, v. qui "Sermone di distrazione"). In altri casi ancora,
come in "Tell" in cui l'arciere tratteggia l'idea del
significato dell'atto, della sua coscienza, del suo controllo anche
amorevole che può essere senz'altro applicata allo stesso atto creativo e
artistico, la metafora si fa dichiarazione di poetica.
Tuttavia, di fronte a tutto questo, rimane l'inquietudine che si
diceva prima, riguardo a una scrittura "definitiva" che spesso l'artista
(in generale e anche Mari) percepisce come un limite e che a volte
lascia qualcosa di irresoluto o il dubbio che nelle catene delle parole,
delle associazioni, delle assonanze, dei significanti possibili sia
rimasto fuori qualcosa. Un'inquietudine, qui, a sua volta ragionata e
riflettuta. Così in "Necessità delle riconsiderazioni" Mari appronta un
testo che a me pare possa essere interpretato - anche - come
interessante metafora della scrittura come processo e giudizio che passa
definitivamente in giudicato e pertanto va attentamente considerato, e
tuttavia rimane aperto ("l'inganno del punto fermo") almeno per il
travaglio che è costato ("tutto il sudore addietro"). Aperto e fecondo,
perchè comunque bisogna (vedi "Nell'iperbato culla") "coltivare l'amore /
nella spezzatura, / nella riserva di voce", in altre parole dire "ciò
che non è stato / ancora detto".
Continua a leggere "Lorenzo Mari - Minuta di silenzio"
Giovedì, 25 novembre 2010
A
San Giuliano Terme, il paese dove ho passato parte della mia
adolescenza e giovinezza, prima di andare a vivere dieci
chilometri più in là, la piazza principale, quella che guarda il
settecentesco frontone delle Terme, è intitolata, con tanto di lapide e
fregi bronzei, a Percy Bisshe Shelley. Il poeta era in effetti un
frequentatore delle nostre zone, tra il 1818 e il 1822, anno del suo
naufragio nel Golfo di La Spezia. Eroe romantico per eccellenza, insieme
al suo sodale (per un pò) Lord Byron, laico, anticlericale, fautore
(non sempre con successo) dell'amore libero, morto giovane come si
conviene agli eroi (come Byron e Keats) e cremato (anche per ragioni
igieniche: il corpo fu ritrovato dopo dieci giorni) con un gran rogo
sulla spiaggia di Viareggio, in un estremo rito denso di simboli a cui
assistette lo stesso Byron, Shelley rappresenta a pieno la dicotomia tra
una vita anticonformista e scandalosa e un'arte classica, formale e a
tratti retorica che tuttavia contiene ancora grandi motivi di interesse e
che comunque ebbe una notevole influenza, pur con qualche ritardo,
sulla poesia inglese delle generazioni successive. Pubblico qui, in una
mia versione, la nota "Ode al vento di ponente", pubblicata a suo tempo
all'interno del "Prometeo liberato" (1820), anch'essa concepita e in
gran parte scritta in Toscana, "in un bosco che costeggia l'Arno presso
Firenze, e in un giorno in cui quel vento tempestoso, la cui
temperatura è a un tempo dolce e ravvivante, andava radunando quei
vapori che rovesciano giù le piogge autunnali. Esse cominciarono, come
avevo previsto, al tramonto con una violenta tempesta di grandine e
pioggia, scortata da quei magnifici tuoni e fulmini tipici delle regioni
cisalpine". Credo proprio, a leggere la descrizione di Shelley, che il
vento di ponente fosse piuttosto un bel libeccio nostrano. (g.c.)
Continua a leggere "Percy Bisshe Shelley - Ode al vento di ponente"
Lunedì, 22 novembre 2010
Le tre o quattro note che nel tempo ho dedicato al lavoro di Marina
Pizzi, sono state raccolte e ripubblicate su Poesia 2.0 qui e qui,
nell'ambito di una più ampia rassegna dell'autrice. Forse alcune delle
cose dette allora andrebbero meglio precisate o addirittura espunte,
in quanto in qualche modo pleonastiche. Nella sostanza, almeno per
quanto riguarda quei testi, rimango della stessa opinione, con
la consapevolezza tuttavia che ce ne sarebbero di cose da aggiungere su
una poetessa che è sempre stata in progress e molto ha puntato sulle potenzialità plastiche della lingua, sulla sua capacità di dire come parole (in senso saussuriano), al di là del senso comune di una langue per quanto così particolare e tipica come quella poetica. In altre parole sulla elasticità creativa
e di invenzione del linguaggio, in modalità che spesso molto
accentuano, allargano, affiancano il senso già noto. E molto ha
puntato anche, a volte con qualche sonora delusione o sconfitta, sulla
poesia come cuneo per spezzare il ceppo coriaceo del dolore. Facendone
partecipe il lettore, anzi costringendolo a diventarne spettatore,
spettatore attivo in quanto necessitato ad impadronirsi per quanto
possibile di un sistema simbolico e metaforico articolato e complesso,
non certo immediato ma che alla distanza restituisce una gamma
espressiva di alto livello artistico.
Venerdì, 19 novembre 2010
La poesia vive, anche, di echi. Ovvero di quegli agganci che non solo ti fanno dire "ecco, questo mi ricorda Saba", ma allo steso tempo arricchiscono quello che stai leggendo, ampliandone il significato. Questo ovviamente non sempre, ma sicuramente quando ciò che stai leggendo attinge artisticamente a una tradizione che non sia "preventivamente uccisa e mummificata", secondo le parole del grande triestino.
E' proprio di lui che sto parlando. Nell'ultimo articolo pubblicato su IE uno dei testi proposti mi aveva richiamato decisamente alla mente una delle poesie di Umberto Saba che amo di più. Si tratta di "Ulisse", contenuta nella plaquette Mediterranee pubblicata nel 1946, e poi ricompresa nel Canzoniere (Torino, 1957), una delle "ultime tra le mie ultime cose" (ma come sappiamo non furono davvero le ultime della carriera di Saba).
Una poesia "facile", se si vuole, e arcinota. Ma anche, a mio avviso, una poesia perfetta.
Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d'onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d'alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l'alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
Continua a leggere "Umberto Saba - Ulisse"
Sabato, 13 novembre 2010
Vorrei con questo post portare un piccolo contributo alla conoscenza di un poeta, un poeta italiano, per quanto di nazionalità croata. Un poeta
notevole, dico subito, anzi per molti versi extraordinario, e uno dei libri più intelligenti, densi e generosi di suoni e suggestioni in cui mi sia
imbattuto negli ultimi tempi.
Ultimamente mi è capitato spesso di ricevere voci da quella area che appartiene più al tempo che allo spazio, che potremmo azzardatamente definire
austroungarica, o mitteleuropea, una enclave linguistica italiana che di certo non è separata dal mondo, ma che per qualche ragione mantiene un
rapporto fecondo con una tradizione nostra, come se, per fare un esempio, un poeta grandissimo come Saba appartenesse più a quella area che a questa,
dove un pò s'è perso. Lo dico perché in questo libro di Mauro Sambi si rintracciano così tanti echi che è del tutto naturale definirlo
in primis un canzoniere, non solo perché in effetti lo è, ma anche perché ci riporta col pensiero, in tanti momenti, al grande triestino, come pure ad
altre voci del Novecento nostrano, Sereni, Zanzotto, e il sempre presente Montale, senza tuttavia che questi rimandi
mai si trasferiscano in manierismi. Se la questione di una poesia italiana per così dire extra territoriale è di per sè interessante, va però detto che
nel caso di Sambi il fatto che sia nato a Pola è abbastanza marginale, avendo egli studiato e lavorando oggi in Italia. In altre parole, anche qui,
come in altri casi, non si tratta certo di una poesia "di confine", dato che non presenta tracce di una osmosi tra due mondi, ma è saldamente rivolta
all'Italia, a una tradizione feconda e faconda guardata in faccia, non in cagnesco come fanno tanti poeti, e contemporaneamente tenuta in abile equilibrio.
Il libro (L'alloro di Pound, Ed. Edit Fiume, 2009, collana Altre lettere italiane) raccoglie la produzione di un quindicennio (dal
1994 al 2009) ed è preceduto da una bella prefazione, ampia, colta e articolata, di Gabriella Musetti. Produzione che non è solo poetica, ma anche
traduttiva, come dimostra la versione, secondo me molto buona, di undici sonetti shakespeariani e uno di John Donne che fanno da spartiacque tra le due
parti principali dell'opera, oltre a quelle di altri importanti autori.
Traggo alcuni passi significativi dalla ottima prefazione di Gabriella Musetti: "Una osservazione va subito fatta, per sgombrare il
campo da ogni possibile equivoco: la poesia di Sambi non è una poesia intellettualistica, che mira a una precisione chirurgica del dato linguistico e
si misura con la tradizione al puro fine speculativo o di agone. È una poesia che nasce da urgenze intime, sofferte, laceranti, ha una sua carica
eversiva più o meno scoperta, e trova una sua esposizione di parole dentro una forma scelta con cura come luogo di incontro/confronto/scontro con la
tradizione con cui dialoga costantemente. Forse proprio la cultura e la professione scientifica che Sambi esercita nella vita lo portano a un rigore
attento nelle scelte dell’espressione poetica, come traduzione perseguita da un codice del vissuto profondo a un codice dell’espressione verbale,
sapendo bene che ogni traduzione, benché accurata, è sempre imperfetta". In questa poesia, aggiunge Musetti "la domanda di senso è sottesa a molti
versi, esplicita, a volte, oppure appena celata, si intravede a mezza via tra le parole, una domanda che in-terroga la natura e anche marginalmente il
mito (Endimione, la luna, Albireo – stella doppia nel braccio più lungo del Cigno, le costellazioni), cercando di ripescare nella tradizione
collegamenti e fili che hanno percorso il tempo. È una interrogazione pacata ma non per questo meno profonda. Una interrogazione che mette in campo
diversi luoghi del sapere, cerca “uno scarto dell’occhio” che apra a una visione inedita. Anche l’errore è un luogo fecondo dove può accadere la
percezione immediata che travalica, mentre la ripetizione dell’errore è già consuetudine".
Di sè, del suo lavoro Sambi scrive: “La mia è una poesia del limite, in primo luogo del limite tra tempo e annullamento del tempo. Per questo mo-tivo
la mia è ininterrottamente poesia d’amore. Perché l’amore è il primo strumento, forse l’unico, che porta a sfiorare il confine tra tempo e non-tempo,
ma contemporaneamente ne sancisce l’invalicabilità. L’amore si manifesta per epifanie. Si sfiora il limite. Ma un definitivo passar oltre non è dato –
quelle illuminazioni, o vertiginose ascensioni, possono segnare una vita, ma non fanno una vita. Una poesia del limite ha bisogno di gabbie canoniche.
In quest’ottica la poesia è fatta di quattro elementi: la gabbia; lo scarto (sempre calcolato) dalla gabbia; la musica, che può confermare o invalidare
la gabbia; il significato/senso, che può convalidare o contrastare gabbia, scarto e musica. Tento sempre (sempre di più...) di volgere il gioco di
forme canoniche e scarti dal canone, di convalide e contrasti, alla massima semantizzazione della gabbia: la gabbia deve farsi significante al massimo
grado possibile. [...] Amore, poi, consente di lasciare nel vago distinzioni del tipo filia/eros/agape.” Aggiunge Musetti: "In queste parole, al di
là del contenuto, si esprime una consapevolezza del fare poesia che nasce, evidentemente, da una lunga frequentazione dei testi poetici della
contemporaneità e del passato, ma anche da una meditazione-interiorizzazione delle modalità dell’espressione poetica e degli autori, una ricerca
continua che interroga gli strumenti, il lessico, le forme, i ritmi, i metri, il linguaggio, nella scelta quasi “scientifica”, nel senso di razionale,
calibrata per ottenere il meglio, delle potenzialità della parola poetica, una strada che parte dal dato soggettivo – mai scartato – per raggiungere
una “dicibilità” generale. (...) L’esperienza è frutto dell’attimo e della persistenza, il movimento veloce di ciò che è vicino e l’apparente stasi
dello sfondo, quasi un immutabile fondale scenico su cui si muovono, a differenti velocità, le vicende quotidiane e le memorie. Ma anche questo è falso
dualismo, illusione ottica. L’adeguamento della forma, a volte, stringe e costringe la passione prima, che pure si avverte urgente sotto le formule. È
una scelta di adeguamento non superflua ma, sebbene rigorosa e addirittura extraordinaria, porta il limite della materia prima ribollente in una forma
lucidamente e spericolatamente ancorata alla tradizione come scelta etica di parola, immette tradizione e sperimentazione in una scelta stilistica che
ha profondi ancoraggi."
Ho poco da aggiungere a quanto sopra, tranne che sottolineare ancora la ricchezza dei richiami culturali e stilistici e delle sonorità di questa poesia,
nonchè la straordinaria persistenza che rimane dopo la lettura, non solo di queste associazioni ma anche dellle idee e dalle riflessioni che ne
scaturiscono.
Pubblico qui una selezione di testi, con l'avvertenza che il libro è più articolato (due parti, dieci sezioni) e coerente di quanto possa apparire da
questo semplice post. E che ogni scelta è, per sua natura, arbitraria.
Continua a leggere "Mauro Sambi - L'alloro di Pound"
Lunedì, 8 novembre 2010
Dovevo fare un post per ieri. Avevo deciso di scegliere un/una
autore/autrice che tempo fa mi aveva mandato qualcosa di suo. Non so ora
che impressione ne avessi avuto, inizialmente, forse mi era sembrato/a
interessante, sotto qualche aspetto. Ma qualcosa è andato storto. Non è
andato a fuoco il computer, non mi è saltato lo scanner, nè il mio blog è
stato oggetto di un attacco virale. Niente di tutto questo.
Semplicemente mi si è inceppata una certa disposizione d'animo, che ho
sempre avuta e che è una via di mezzo tra un certo ottimismo (quello del
bicchiere mezzo pieno, che è volontaristico) e la buona educazione. Mi
sono messo a riflettere se un simile atteggiamento avesse ancora diritto
di cittadinanza in un mondo (impoetico) come questo. Ah, la buona
educazione, che fregatura! In altre parole, mi sono (metaforicamente)
guardato allo specchio e mi sono chiesto: ma questa roba ti piace
davvero? Domanda cruciale, se si pensa che come diceva un noto filosofo,
si parla sempre di poetica ma molto raramente di estetica, qualcosa
che in fondo prende le distanze dall'etica, cioè dal comportamento. Si
potrebbe quindi dire, semplificando brutalmente e azzardando parecchio,
che l'estetica è maleducata, anzi deve essere maleducata. Almeno nel senso che - proprio come la buona poesia - non educa ma indica, se la vuoi vedere, una possibilità di bellezza. Tutto torna.
Continua a leggere "Maalox 1"
Martedì, 2 novembre 2010
È una parola arcaica e ricca di energia , quella di Margherita Rimi. Una parola spesso ruvida, che si incide e affonda anche nel prevalente verso breve o brevissimo, che trova qui una piena giustificazione nello scandirsi faticoso e senza automatismi letterari della sua pronuncia: «Dalla trasparenza /delle mie ossa /guardo /il mio bacino /Salgo /sui miei piedi /intitolati a me». Ed è una parola che arriva subito, che comunica con forza perché dice cose essenziali, nella sobria concisione estrema dei suoi modi. (..). (dalla nota introduttiva di Maurizio Cucchi)
Continua a leggere "Margherita Rimi - da La cura degli assenti"
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