Louis-René des Forêts (1918-2000) è stato uno dei maggiori poeti francesi, forse il più appartato e singolare. Amico di Bonnefoy, di Celan, di Dupin, di Leiris, con i quali fondò nel 1967 la rivista L'Ephémère, ha pubblicato soltanto una decina di volumi, in cui però la ricerca e l'analisi della esperienza umana e della vita interiore hanno raggiunto valori altissimi, insieme a quelle sulla parola e il suo opposto, il silenzio. Pubblico qui le prime tre parti del poema "POESIE DI SAMUEL WOOD", alla cui traduzione si è impegnato Alfredo Riponi, autore anche dell'articolo di presentazione "Una voce che viene da fuori". Un lavoro che meriterebbe un editore. Un post non facile, che richiede un sincero impegno al lettore. Ma un degno modo di festeggiare il quattrocentesimo post di Imperfetta Ellisse.
Ascoltatelo rosicchiare piano, ammirate la sua pazienza Cerca a tentoni, ma cerca. Saprà mettere in ordine almeno, Sgomberare, pulire gli angoli e i recessi, L’ingombro della sua testa Dove gira a vuoto senza trovare la sua voce, Se non quando il vento soffia attraverso il bosco, E il mare tempestoso copre di schiuma le dighe, Quando la natura mette la lingua a dura prova E gli insegna armonie selvagge, Soavi a volte come il canto di un uccello, Che vengano da questo stesso uccello o dallo scorrere di un ruscello Si direbbe che bisogna accordare la propria voce a quella degli elementi Ma anche dire il contrario, è non dire niente. Le parole di cui ognuno usa e abusa fino al giorno della sua morte, Le si è mai viste agitare le foglie, animare una nuvola? Vana domanda, vano inseguimento di quel che al momento di afferrare Si lascia scappare per timore di corromperne la sostanza. Troppo belle queste immagini irrigidite nelle loro pose, Che si vorrebbero vedere svestite e frustate a sangue. Così si curva su un campo sterile Ne farà la sua tomba, come una bestia scava la sua tana.
*
Che senso dare al brutto sogno della madre puttana, Del padre centenario e del fratello disertore Ognuno trincerato in una solitudine amara, Che senso dare ai canoni riscossi, alle lettere senza risposta, Se non che si è tre volte colpevoli di sopravvivere, Rubando ai morti il loro dovuto, e giustificare l'eredità Profanando in sogno quella che fu la più cara. Ma una barca blu arenata nella neve, Il rintocco di cinque campane stonate e incrinate, Un treno lanciato a tutto vapore su un ponte di ferro, La facciata in fiamme di una fortezza che crolla, Di queste ossessioni notturne dalle forme così precise Niente lascia indovinare la provenienza e la chiave. Dicono tuttavia che l'angoscia non si addormenta mai, Che tutte le vie ci conducono al peggio Là dove crepitano le fiamme, dove suona a morto, A meno che abbiano meno senso di una pietra O che vogliano dire tutt’altro da quel che è Che bisogna tenere gli occhi aperti, tendere l'orecchio, Piuttosto che vivere a distanza chiusi nella propria paura. C'è anche questa donna seduta sul bordo di una finestra È sempre la stessa. Chi è dunque? Incapaci di rispondere al suo oscuro messaggio, Ci si strappa al sonno con un colpo di reni Per subito ritrovarla le notti seguenti In una postura simile sul bordo di un'altra finestra. Poi sopraggiungono le ombre senza volto, Riconoscibili al passo infinitamente leggero Sono bambini benedetti dal sognatore.
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È tempo ormai di osare fino al sole, Il fuoco del suo alcool purifica l'aria Lo si beve a lunghe sorsate per dimenticare Quella che di notte torna a lacerare il cuore E dire addio con la sua mano infantile, Una candela sospesa nell'aria Che spegne a malincuore Ma senza attardarsi oltre Che non la si veda scomparire.
È lei ancora sorridente in piedi Tra gli aster e le rose In piena luce nella sua grazia Fiera come lo fu sempre Non si fa vedere che in sogno Troppo bella per addormentare il dolore Con tanti falsi ritorni Che attestano la sua assenza.
No, è proprio qui, Che importa se il sonno ci inganna Occorre bruciarsi gli occhi, Sopportare questa dolce sofferenza, Sfinirsi, perdere anche la ragione, Distruggere quel che viene a distruggere L'apparizione meravigliosa Accolta così come si trema Alla vista di un viso afferrato dalla morte Nell'ultimo fasto del suo fiore.
È là per vegliare su di noi Che non dormiamo solo per vederla Quando per vergogna, per paura delle nostre lacrime, Di giorno non pensiamo che a fuggire fuori Non senza spiare anche là il suo ritorno Ed è nella ricerca di un falso rifugio Il nostro inebetirci sotto il sole che brucia.
Quel che il cuore riconosce, la ragione nega. Un sogno, ma c’è niente di più reale di un sogno? Occorre rassegnarsi a vivere senza sognare Che la bambina attratta verso i luoghi familiari Venga in questo giardino di rose, e ogni notte Torni a ricolmare la camera della sua fiamma candida Che ci tende come un'offerta e una preghiera?
Queste visioni erano soltanto un errore dell'oblio, Il loro fascino bruscamente interrotto c'insegna che Rivendicare il proprio bene non è possederlo. Finita è dunque quest'illusione mantenuta Non è dove credevamo di rivederla Né là dove non saremo più a lungo. Muto al fondo della terra Chi, salvo scambiarsi di ruolo, Potrebbe sentirci oramai Come al tempo degli amori felici Quando eravamo persone vive All'ascolto del minimo assenso sulle nostre labbra Ma liberi di parlare o di tacere?
Fingere di ignorare le leggi della natura, Reincarnare in sogno la forma abolita, Prestare al miraggio le virtù di un miracolo Non è questo dare scacco alla morte? Al più dubitare che ci separi, Che sia un fatto il fatto d’essere in nessun luogo.
Irreparabile frattura. Prendiamone atto. Eccoci nella desolazione per tutta la vita, La nostra memoria aperta come una ferita, È in lei che la vedremo ancora Ma prigioniera della sua immagine, reclusa In quest’oscurità divorante Dove, per legare la sua sventura alla nostra, Sognavamo d’ andare a perderci insieme Rotto ogni ormeggio, e felici forse Se il passo al di là fosse stato meno duro, Essere una sola cosa con lei nella morte Scelta come la forma perfetta del silenzio.
Unirsi al nulla, il nulla non genera nulla. Se occorre vivere attenti alle cose viventi, Temiamo piuttosto che il dispiacere non si plachi Così come s'indebolisce la memoria Smettere di soffrire smettendo di vederla Ricongiungerci nella notte favorevole agli incontri Sarebbe come impoverire il cuore Due volte devastato, e deserto.
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Écoutez-le qui grignote à petit bruit, admirez sa patience Il cherche, cherche à tâtons, mais cherche. Saura-t-il du moins mettre en ordre, Débarrasser, décrasser les coins et recoins De cette tête encombrée qui est la sienne Où il tourne en rond sans trouver sa voix, Sinon quand le vent souffle à travers bois, Que la mer roule fort, couvre d’écumes les digues, Quand la nature met la langue à sa rude école Et lui enseigne des harmonies sauvages, Suaves aussi parfois comme la flûte d’un oiseau, Qu’elles viennent de cet oiseau même ou du roulis d’un ruisseau Dirait-on qu’il faut accorder sa voix a celle des éléments Mais soit qu’on dise l’inverse, c’est les deux fois ne rien dire. Les mots dont chacun use et abuse jusqu’au jour de sa mort, Les a-t-on jamais vus agiter les feuilles, animer un nuage ? Vaine question, vaine la poursuite de ce qu’au moment de saisir On laisse échapper par crainte d’en corrompre la substance. Trop belles sont ces images engourdies dans leurs poses, Qu’on voudrait voir dévêtues et fouettées jusqu’au sang. Aussi se tient-il voûté sur un champ tout étroit Comme une bête creuse un trou, il en fera sa tombe.
*
Quel sens donner au mauvais rêve de la mère putain, Du père centenaire et du frère déserteur Comme retranchés chacun dans une solitude amère, Lequel aux fermages touchés, aux lettres sans réponses, Sinon qu’on est trois fois coupables de survivre, Volant aux morts leur dû, et pour justifier l’héritage Profanant en songe celle qui fut la plus chère. Mais une barque bleue enlisée dans la neige, Le chalut de cinq cloches déréglées et fêlées, Un train roulant à toute vapeur sur un pont de fer, La façade en feu d’une forteresse qui s’effondre, De ces obsessions nocturnes aux formes si précises Rien ne laisse deviner la provenance et la clé. Elles disent pourtant que jamais l’angoisse ne s’endort, Que toutes les voies nous précipitent vers le pire Là où ronflent les flammes, où sonne le glas, À moins qu’elles n’aient pas plus de sens qu’une pierre Ou qu’elles veuillent dire tout autre chose qui est Qu’il faut tenir les yeux ouverts, tendre l’oreille Au lieu de vivre à distance enfermé dans sa peur. Il y a aussi cette femme assise sur le rebord d’une fenêtre Et c’est toujours la même. Qui donc est-elle ? Faute de savoir que répondre à son message obscur, On s’arrache d’un coup de rein au sommeil Mais pour la retrouver sitôt les nuits suivantes En pareille posture sur l’appui d’une autre fenêtre. Puis viennent les ombres qui n’on pas de visage, Reconnaissables à leur démarche infiniment légère Ceux-là sont des enfants bénis par le rêveur.
*
Il n’est que temps de remonter au soleil, Le feu de son alcool purifie l’air On le boit à long traits pour oublier celle Revenue la nuit déchirer le cœur Dire adieu de sa main enfantine, Une chandelle parfois tenue en l’air Qu’elle souffle comme à regret Mais sans s’attarder davantage Ni qu’on la voie disparaître.
C’est elle encore souriant debout Parmi les asters et les roses Dans la pleine lumière de sa grâce Fière comme elle fut toujours Elle ne se fait voir qu’en rêve Trop belle pour endormir la douleur Avec tant de faux retours Qui attestent son absence.
Non, elle est là et bien là, Qu’importe si le sommeil nous abuse Il faut se brûler les yeux, Endurer cette douce souffrance, Ébranler, perdre même la raison, Détruire ce qui viendrait à détruire L’apparition merveilleuse Accueillie comme on tremble À la vue d’un visage saisi par la mort Dans le dernier éclat de sa fleur.
Elle est là pour veiller sur nous Qui ne dormons que pour la voir Quand par honte, par peur de nos larmes Nous ne songeons le jour qu’à fuir dehors Non sans guetter là aussi son retour Et c’est en quête d’un mauvais refuge Nous abrutir sous le soleil qui brûle.
Ce que le cœur reconnaît, la raison le nie. Un rêve, mais est-il rien de plus réel qu’un rêve ? Faut-il se résigner à vivre sans rêver Que l’enfant aimantée vers ses lieux familiers Vient dans ce jardin de roses, et chaque nuit Revient emplir la chambre de sa flamme candide Qu’elle nous tend comme une offrande et une prière ?
Ces visions n’étaient qu’une erreur de l’oubli, Leur charme sèchement rompu nous enseignent que Revendiquer son bien n’est pas l’avoir. Fini donc, fini ce leurre entretenu Elle n’est pas où nous croyions la voir Ni là où nous ne serons pas davantage. Muets tout au fond de la terre Qui, sauf à donner le change, Pourrait désormais nous entendre Comme au temps des amours heureuses Où nous étions de vivantes personnes À l’écoute du moindre aveu sur nos lèvres Mais libres de parler ou de se taire ?
Feindre d’ignorer les lois de la nature, Réincarner en songe la forme abolie, Prêter au mirage les vertus d’un miracle Est-ce pour autant faire échec à la mort ? Tout au plus douter qu’elle nous sépare, Que soit un fait le fait de n’être nulle part.
Irréparable cassure. Prenons-en acte. Nous voilà désolés la vie durant, Notre mémoire ouverte comme une blessure, C’est en elle que nous la verrons encore Mais captive de son image, mais recluse Dans cette obscurité dévorante Où, pour lier son infortune à la nôtre, Nous rêvions d’aller nous perdre ensemble Toute amarre tranchée, et joyeux peut-être Si le pas eût été moins dur à franchir, Ne faire qu’un avec elle dans la mort Choisie comme la forme parfaite du silence.
À s’unir au rien, le rien n’engendre rien. S’il faut vivre éveillé aux choses vivantes, Craignons plutôt que le chagrin ne s’apaise De même que vient à faiblir la mémoire Cesser de souffrir en cessant de la voir Nous rejoindre la nuit favorable aux rencontres Serait comme laisser le cœur s’appauvrir Par deux fois dévasté, et désert.
Una voce che viene da fuori
«A un certo grado di esuberanza, il linguaggio è
insieme fattore di emancipazione e di apertura verso l'esterno, in che si
distingue dal silenzio falso che non è all'occorrenza che una forma tacita di
sottomissione alla fatalità. Tuttavia, comunque la si affronti, la partita è
persa, ma tale è la natura umana che l'istinto di vita prevale sulla ragione.
D’altra parte, il sentimento di liberazione che si prova ad allineare frasi fa
sì che ci dimentichiamo di renderci intelligibili a noi stessi e agli altri, da
allora c’è come una nebbia nella quale è impossibile ritrovare la propria
strada. Tuttavia, è meglio smarrirsi ancora piuttosto che rimanere ad aspettare
sul posto una mano caritatevole, venuta non si sa da dove. Se questa profusione
verbale ha un senso, è di attenuare il tormento dell'essere sulla sua fine, al
quale anche un discorso vaneggiante sembra preferibile alla passività del
non-dire.» 1
“È lei ancora sorridente in piedi\ Tra gli aster e le rose\ In piena luce nella sua grazia”
La
poetica di Louis-René
des Forêts è riassunta alla perfezione da questo brano tratto dalla sua ultima
opera narrativa. Viviamo nella luce del sole, ma avvolti dalle
tenebre dello spazio. Le parole sono queste tenebre in cui ci confiniamo per
trovare una conferma all’essere. Non
un “divenire cosciente”, ma smarrimento nella parola e sprofondamento nelle
tenebre, magnetismo della terra al quale è impossibile sfuggire.
«La luce è la trasformazione di una condizione di
confusione e di non consapevolezza (sonno, sogno, errare) nella versione sonora
di questa stessa, immutata condizione. Questa figura è la metafora di un
divenire suono, non di un divenire cosciente.» 2
“Combattimento incessante tra il sogno e la
ragionevolezza del giorno”, scrive Blanchot in uno dei suoi ultimi testi
dedicato alle “Poesie di Samuel Wood”. Blanchot troverà un parallelo tra la
figura evanescente del sogno evocata nella poesia e l’effigie riprodotta sulla
parete della sua stanza ad Eze di quella che fu chiamata “l’Inconnue de la
Seine”, la sconosciuta della Senna, il cui sorriso “faceva pensare fosse
annegata in un istante di suprema felicità”. Figure del sogno, che appaiono e
scompaiono, da una finestra all’altra.
«L’arte poetica ha senso solo se insegna a spezzare la
fascinazione delle immagini, per riaprire all’immaginazione il suo libero
sentiero verso il sogno, che le offre, come verità assoluta, il suo
‘infrangibile nocciolo di notte’. » 3
“Che sia un fatto il fatto d’essere in nessun
luogo”.
Il
nostro luogo è ovunque e in nessun luogo. Mallarmé scrive "rien n'a eu
lieu que le lieu" (niente ha avuto luogo oltre il luogo).“Lieu
sans lieu” che Foucault con Blanchot chiama ‘La pensée du dehors’, il pensiero del fuori, uno spazio fuori
dalla soggettività, dall’ “interiorità soggettiva”.
« L’assimilazione del soggetto allo spazio (come la
corda di un violino) non è veramente il risultato di uno scambio analogico, ma
di un’appropriazione radicale che implica di fatto la perdita, la sparizione
del soggetto in quanto tale. » 4
“L’ingombro della sua testa \ Dove gira a vuoto
senza trovare la sua voce”
Il
pensiero dell’Essere, il Cogito, ha il suo demone ingannatore che lo riduce
all’essere del pensiero, la sua follia latente nella perdita dell’identità.
Perché il soggetto può pensare fin che si vuole le cose e i corpi, ma andare
oltre, e cercare se stesso, è perdersi dietro le cose.
« Quest’ultimo perde l’individualità di una voce
particolare per diventare né più né meno la voce delle cose, come se il punto di
vista centrale fosse stato spostato dall’io alle cose esteriori.
Contemporaneamente queste ultime perdono la loro solidità e diventano vuote e
vulnerabili come lo siamo noi stessi. » 5
“L'essere ed il linguaggio condividono lo stesso destino”
Le
cose non sono mai raggiunte dalla scrittura, dalle parole, sono superate dalla
“realtà” dell’immaginario. Questo essere sempre sfuggente, inarrivabile, del
linguaggio, scrive Foucault, è “il percorso di uno spazio vano e fondamentale
che traccia di giorno in giorno il testo della letteratura”. La nostra
avventura è il pensare, dal grembo materno è un mettersi in ascolto, ascoltare
le voci di fuori che ci daranno origine, e struttureranno il nostro inconscio.
L’esercizio del pensiero sarà dunque un pensarsi attraverso l’altro, le voci di
fuori, una liberazione finale da se stessi.
« Questa perdita dell’autonomia del soggetto e della
capacità di recupero del mondo naturale viene nondimeno trattata come se fosse
un avvenimento positivo, come un passaggio dall’oscurità alla luce. Sarebbe
errato interpretare questa luce come la chiarezza di una conoscenza di sé. » 6
“Se il passo al di là fosse stato meno duro”.
“Lucidità
di colui che cerca la propria voce e la trova solo in ciò che eccede la lingua,
i rumori della natura per esempio”, scrive Richard Millet in prefazione all’opera
poetica di Des Forêts. Un’opera votata al silenzio e scritta nel segno
dell’infanzia, di un tempo che è già la fine del tempo, un tempo perduto che è
già un incamminarsi verso la morte.
« Tutte le parole sono adulte. Solo lo spazio dove
echeggiano, spazio infinitamente vuoto come un giardino dove, molto tempo dopo
che sono scomparse, continuerebbero a risuonare le grida gioiose dei bambini, le
riconduce verso la morte incessante dove sembrano sempre nascere. » 7
“Unirsi al nulla, il nulla non genera
nulla. \ Se occorre vivere attenti alle cose viventi.”
1 Louis-René des Forêts, Pas à pas jusqu’au dernier, Mercure de France 2001
2
4 5 6 Paul de Man, Allegorie della lettura, Einaudi 1997
Louis-René
des Forêtsnasce a Parigi il 28 gennaio 1918. Pubblica
il suo primo romanzo, Les Mendiants, nel 1943. Nel
1946, pubblicazione di LeBavard. Nel 1960, Louis-René des Forêtspubblica La Chambre des enfants (La stanza dei bambini,
Quodlibet 1996), Prix des Critiques. Nel 1967, fonda la rivista L'Éphémère, con Yves Bonnefoy,
André de Bouchet, Paul Celan, Jacques Dupin, Michel Leiris e Gaétan Picon, e pubblica il poemaLes Mégères de la mer; nel 1969 Voix et détours de la fiction,
ripubblicato nel 1985 da Fata Morgana; nel 1986 Poèmes de Samuel Wood,
ripubblicato da Fata Morgana nel 1988; nel 1987 Le Malheur au Lido,
nel 1993 Face à l'Immémorablee nel 1997 Ostinato. Louis-René
des Forêtsè morto a Parigi il 30 dicembre 2000. Nel
2001 pubblicazione postuma di Pas à pas jusqu'au dernier.
Tutto il contenuto del presente post è soggetto a proprietà letteraria dei rispettivi autori
« Si faire entendre une voix venue d'ailleurs
Inaccessible au temps et à l'usure
Se révèle non moins illusoire qu'un rêve
Il y a pourtant en elle quelque chose qui dure
Même après que s'en est perdu le sens
Son timbre vibre encore au loin comme un orage
Dont on ne sait s'il se rapproche ou s'en va »
Louis-René des Forêts, Poèmes de Samuel Wood, Fata Morgana, 1988, page 44.
"Trop belles sont ces images engourdies dans leurs poses,
Qu’on voudrait voir dévêtues et fouettées jusqu’au sang."
Uno dei tuoi post più belli, Giacomo.
Un grandissimo autore, da leggere e rileggere nell'ossessione di capire e farsi capire, nell'ansia di scoprire e farsi scoprire .
ho letto tutto con attenzione e me ne faccio portavoce presso l'editore che rappresento...magari da cosa nasce ...rosa. Grazie, un lavoro importante, che merita una lettura accorta.fernanda
Ringrazio Rita Florit e Giacomo Cerrai per la collaborazione alla revisione della traduzione. Aiuto sempre prezioso ed essenziale.
Louis-René des Forêts è un autore “inclassable” delle lettere francesi. In italiano è stato tradotto fino ad oggi soltanto « La stanza dei bambini » (Quodlibet). Il libro contiene il racconto “Una memoria demenziale”, un racconto perfetto nel suo incedere analitico. Le stesse “Poesie di Samuel Wood” sono forse un mancato racconto. Un racconto in versi dunque. Importanti saggi sono stati dedicati all’opera di Louis-René des Forêts da Blanchot, Bonnefoy, Jabès, Bernard Pingaud, Jean Roudaut, Richard Millet.
… complimenti a Giacomo per il quattrocentesimo post di IE.
Il tuo lavoro Alfredo è sempre avvincente sia nelle scelte che per l’accuratezza e la passione nel ricercare instancabilmente, un perfetto coesistere di poesia e filosofia
Davvero un bel modo di festeggiare la ricorrenza Giacomo.. perciò lunga vita all'Ellisse .
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Licenza Creative Commons salvo diversa indicazione
« Si faire entendre une voix venue d'ailleurs
Inaccessible au temps et à l'usure
Se révèle non moins illusoire qu'un rêve
Il y a pourtant en elle quelque chose qui dure
Même après que s'en est perdu le sens
Son timbre vibre encore au loin comme un orage
Dont on ne sait s'il se rapproche ou s'en va »
Louis-René des Forêts, Poèmes de Samuel Wood, Fata Morgana, 1988, page 44.
Qu’on voudrait voir dévêtues et fouettées jusqu’au sang."
Uno dei tuoi post più belli, Giacomo.
Un grandissimo autore, da leggere e rileggere nell'ossessione di capire e farsi capire, nell'ansia di scoprire e farsi scoprire .
Grazie,
Giovanni
et merci aussi à Angèle pour sa précieuse note
Louis-René des Forêts è un autore “inclassable” delle lettere francesi. In italiano è stato tradotto fino ad oggi soltanto « La stanza dei bambini » (Quodlibet). Il libro contiene il racconto “Una memoria demenziale”, un racconto perfetto nel suo incedere analitico. Le stesse “Poesie di Samuel Wood” sono forse un mancato racconto. Un racconto in versi dunque. Importanti saggi sono stati dedicati all’opera di Louis-René des Forêts da Blanchot, Bonnefoy, Jabès, Bernard Pingaud, Jean Roudaut, Richard Millet.
… complimenti a Giacomo per il quattrocentesimo post di IE.
Davvero un bel modo di festeggiare la ricorrenza Giacomo.. perciò lunga vita all'Ellisse
.
rita
ciao
poesia altissima
c.