Roberto Matarazzo, che ha amicalmente illustrato la mia plaquette "Camera di condizionamento operante", aggiunge questa nota a margine sul suo lavoro, pubblicata anche su Erodiade, Libri e dintorni ecc. Lo ringrazio di cuore.
Presentare un lavoro sinergico svolto con l’amico Giacomo Cerrai non mi è semplice.
La plaquette, Camera di condizionamento operante, Edizioni L’Arca
Felice di Salerno, introduzione, coltissima, di Mario Fresa, e con mio
pensiero visivo oltre che con ulteriore figura in bianconero, ha
eleganza e leggerezza, poesia alta e ideatività sorprendente.
Quando G. Cerrai mi propose di contribuire al suo lavoro rimasi
piacevolmente colpito dallo stesso invito: da non critico amo, da
sempre, fantasticare nei dintorni del sentire e del successivo rendere
in metamorfosi idee e contenuti di Autori in cui credo.
Ho coniato un termine che non trova riscontro in alcun buon
dizionario corrente atto a definire, per quanto le definizioni mi
stiano strette, l’artista che si cimenta con questo genere di lavoro,
ovvero il biblioiconico.
Specifico che sia rendere i testi della mia biblioteca sorta di
unicum mediante applicazione di specifici fogli colorati, ex libris,
appositamente realizzati per i singoli volumi, sia lavorare su
possibili copertine di libri e/o figure interne agli stessi testi, per
me ha il medesimo sapore ancestrale dell’avvertire in profondità il
senso delle metamorfosi.
Il biblioiconico, in altri termini, è figura di artista in eterna
disponibilità a carpire possibili segreti legati all’Autore e rendere
questi misteri in forme grafiche e/o timbriche elaborate con passione e
rispetto, certo non riducendo l’insieme a mera illustrazione di opera
d’arte, mi annoierebbe e non mi intrigherebbe, ma, bensì, a lettura
sinestetica, iconica/aniconica, dell’opera e resa della stessa sotto
linguaggio altro.
Leggere in anteprima i versi non facili di Giacomo Cerrai,
catturarli nel mio immaginario, darne una doppia suite di resa, una in
bianco nero, l’altra in colori, è stata sfida che mi ha molto stimolato
sul piano delle idee e del fare, del resto le sfide semplici non
conducono che al nulla più assoluto! Ricordo sempre quando lavorai alla
resa iconica dell’Ulisse di James Joyce, metamorfosi novecentesca
dell’Odissea di Omero, a sua volta metamorfosi (in)certa di poemi
perduti tra il Mediterraneo e i deserti del Medio_Oriente, e alla
relativa difficoltà del voler rendere in colori la estrema qualità
letteraria del volume (mitica edizione Mondatori collana Medusa) e alla
gioia infinita di averne data reinterpretazione originale e non
retorica, segni evidenti di aver assimilato la vera lezione Joyciana
che mai ha copiato Omero per averlo realmente compreso negli stimoli
ideativi.
Dunque l’essere Biblioiconico o, meglio, porsi da, e nei riguardi
dell’Amico ha voluto dire per il me artista prima sentire in profondità
il senso poetico dei versi amicali, poi la sottile introspezione che
trasforma i versi stessi in segni e figure, poi la resa su fogli di
questa ultima metamorfosi, per poi percepire l’insieme e leggere nei
colori i versi, vedere nei versi i colori.
Grazie, Giacomo, per avermi coinvolto in questo lavoro emozionante, immaginifico.
(v. qui i Fogli di Finnegans Wake di R. Matarazzo)