**** I poemetti "Sinossi dei licheni" e "Camera di condizionamento" scaricabili anche in versione ePub per tablet, smartphone ecc. ( QUI) e in Pdf
**** Ghérasim Luca, La fine del mondo, book-trailer di 19 pag, con estratti, QUI
Giovedì, 23 maggio 2013
Un piccolo ma significativo saggio di John Taylor s ulla poesia di Ghérasim Luca. John Taylor è uno scrittore, critico e traduttore americano che ha vissuto a lungo in Francia. E' autore di Paths to Contemporary French Literature, in tre volumi, e di Into the Heart of European Poetry, tutti pubblicati da Transaction. Ha inoltre scritto sette libri di narrativa, racconti e poesia, gli ultimi dei quali sono The Apocalypse Tapestries (Xenos Books), Now the Summer Came to Pass (Xenos Books), and If Night is Falling (Bitter Oleander Press). Il primo è stato tradotto in italiano da Marco Morello con il titolo Gli Arazzi dell'apocalisse (Hebenon). Taylor ha spesso tradotto importanti selezioni di poesia e prosa poetica dei principali autori francesi, ma ama cimentarsi anche con l'italiano. Qui su IE sue traduzioni di Lorenzo Calogero.
Il saggio è un'ottima occasione, per chi non lo conoscesse, per avvicinare il lavoro di Luca. Testi di G. Luca possono essere letti QUI, oltre che sul blog "Anfratture"
di A. Riponi, che ha curato e tradotto, in collaborazione con me e
R.R.Florit, "La fine del mondo", l'unica antologia di scritti di Luca attualmente pubblicata
in Italia (Ed. Joker).
Nella foto, una delle "cubomanie" di G.Luca ("Indocina", 1960, collage su legno) - clicca sull'immagine per ingrandire.
Ghérasim Luca, un serissimo gioco di parole
Molti di noi sentirono parlare per la prima
volta del poeta Ghérasim Luca (1913-1994) da Gilles Deleuze. Il defunto
filosofo francese affermava nel suo libro Dialogues (1977) che
il poco noto scrittore francese di origini rumene era niente di meno che
"un gran poeta tra i più grandi". Questa lode, provenendo da un
pensatore di tale valore, spinse nuovi lettori ad avvicinare la
provocatoria opera di Luca, che all'epoca era pubblicato in edizioni da
bibliofili a tiratura limitata. Più tardi, quando la prosa e la poesia
di Luca divennero più disponibili nei tardi anni '80 e nei successivi
'90 - in attraenti e scrupolosamente curati volumi (una decina nel
periodo) pubblicati dalle Edizioni José Corti - nessuno poté più
ignorare questo surrealista rumeno che si era stabilito definitivamente a
Parigi dal 1952 e aveva già adottato - con il suo libro Le Vampire passif (1945) - il francese come lingua letteraria.
Un écorché vif, come questi artisti
creativi e tormentati erano chiamati (erano stati "scorticati vivi"), Luca
impresse a fuoco il suo marchio sulla moderna poesia francese con i
mezzi di una feroce irriverenza, di una sfida intellettuale, una
originalità formale, così come, in particolare, con bizzarri giochi di
parole e polisemici "balbettii". I torvi, lascivi, ossessionati dalla
morte scritti di Luca disorientano, indignano, e inducono al riso; essi
possono anche sfidare o confondere, come nelle lettere, quotidiane e non
firmate, che egli una volta scrisse, e mandò realmente a un amico,
indirizzate a un fantomatico "Monsieur" - vedi Levée d’écrou
(2003) - scelto a caso. In breve, le poesie e i testi in prosa di Luca
sono tanto giocosi e illuminanti quanto essi sono bizzarri e
inquietanti.
Continua a leggere "John Taylor - Ghérasim Luca, un serissimo gioco di parole"
Venerdì, 17 maggio 2013
Vincenzo Gasparro - A che servono le rose - Ed. L'Arca Felice
Si sente, in questo libretto, una decisa aria meridionale, di un
messapico Sud profumato di basilico, illuminato di sole e velato di
senso della tragedia e di quella particolare nostalgia che colpisce
perfino chi non si è nemmeno allontanato da casa, o non ha voluto
allontanarsi, come in un vecchio film della Wertmuller. Già il testo
introduttivo della raccolta dà un'idea della cosa:
I' passate lu basilicole / come lu sole come lu sole. / I' passate pure la rose / come li cose come li cose. / I' passate la frasche de lore / come l'amore come l'amore. / I' passate a murtuscedde / come lu viende come lu viende.("E'
passato il basilico / come il sole come il sole. / E' passata pure la
rosa / come le cose come le cose. / E' passata la foglia d'alloro / come
l'amore come l'amore. / E' passata la piccola morte / come il vento
come il vento.").
Dunque, l'interrogativo del titolo (a che servono le rose) equivale, in
questa plaquette, a chiedersi a che cosa serva la poesia, specie al
centro di una parabola esistenziale, di quella impermanenza di cui
questo piccolo testo è metafora. Domanda che in realtà non va posta,
poiché, dice l'autore, "l'alito di Dio increspa l'acqua del lago /
ornato di bianco e brezza in questo giorno / felice. Ora non chiedermi
più a che servono le rose." E' la bellezza costitutiva e enigmatica
che, anche senza forse salvare il mondo come nell'auspicio del Principe
Myskin, è certo parte (o dovrebbe esserlo) della nostra vita. E
giustamente Vincenzo Di Oronzo, nella prefazione, afferma che nel lavoro
di Gasparro "gli archi di vento, le spirali di piante tra i trulli, i
sassi e i cerchi scritti con la calce, gli uccelli fermi nel bianco sono
gli emblemi della bellezza e della morte, le folgorazioni dell'enigma".
Se la poesia, come l'autore, occupa "una posizione periferica", è pure
vero che in essa "la marginalità / si traduce in confini,
nell'opportunità / di trovarsi a contatto con gli orizzonti /
dell'inespresso e con terre ancora non emerse". E' del tutto naturale
che tutto ciò si ancori saldamente a una tradizione lirica forte (basti
pensare a quel "ora non chiedermi più") in cui spirito dionisiaco e
apollineo fanno i conti tra loro, visione della natura e dei fatti e
necessità di collocarvisi al centro come identità e storia di sé
coesistono, insieme a un dualismo tra la bellezza stessa (compresa una
nuance erotica sottotraccia) e la morte, dando luogo a una riflessione
pacata ma mai placata. Dunque è proprio nei testi più intimamente
lirici, quelli che preferisco e che ho scelto, cioè quelli che come
forma e andamento si rivelano adatti come un adagietto, è in in questi
testi che più si concretizza questa idea che ogni azione, ogni evento
anche epifenomenico, ogni manifestazione di uno svolgersi della vita non
sono mai del tutto al di fuori di noi, estranei a noi, o muti davanti
alla nostra "regolarità dello sguardo" e al nostro pensiero. (g.c.)
Continua a leggere "Vincenzo Gasparro - A che servono le rose"
Venerdì, 10 maggio 2013
Pier Damiano Ori - Atti naturali - Carta Bianca, 2012
Certo ha ragione Alberto Bertoni quando scrive, a proposito di questo libro, di una medietas
intesa in senso assolutamente positivo, del lavoro morale di un
moralista (e anche qui scansando ogni sfumatura negativa del termine).
Lavoro di un uomo "comune" esercitato sulle cose e sugli uomini, a
partire da un "io" complessivamente impersonale, che duetta spesso con
un "tu" altrettanto impersonale, (penso per un etico appartarsi, per un
proclamarsi uguale tra gli ugual, per destino). Di uomini e cose,
potremmo titolare parafrasando Steinbeck. Uomini comuni o meno, da un
ignoto cavernicolo che scopriamo essere fondamentalmente uguale a noi,
fino a un personaggio storico come il conte Raimondo Montecuccoli, che
nella sezione "Quaderni del gelo" funge da protagonista e pretesto per
l'invenzione narrativa di una gelida giovinezza che forse è un modo per
parlare di sé. Cose o oggetti (e la differenza, direbbe Remo Bodei, è
sostanziale, e tutta affettiva), che non sono però totem o simboli,
semmai sono anch'essi manifestazioni del poeta, quasi come una quarta
persona singolare: una scarpa materializzazione di identità diverse,
quasi un'agnizione, un cappotto alter ego, contenitore/forma che è come
una copia "interamente in superficie" dell'io, l'ombra, insieme un
oggetto difficile da definire ed emblema delle cose che in fondo
rimangono inconoscibili, e forse ci irridono nel momento stesso in cui
ci danno da pensare. In breve, niente a mio avviso su cui poggiare una
correlazione, spingere il registro verso richiami emozionali o lirici.
Semmai - come accenna Bertoni - gli uomini e le cose sottolineano una
disillusione, cinica o pietosa che sia, danno atto "in sé" di un
dilemma, confermano uno sguardo preciso del poeta, mostrano anche,
credo, una delusione rispetto alle misteriose interrelazioni
tra noi e gli oggetti che abbiamo caricato di senso fin dalla
preistoria, le cose, a pensarci bene, non hanno più nemmeno lo status
della "roba" di verghiana memoria. E perciò sotto certi aspetti i testi
sono "nudi", evitano - per quanto "sapienzali", sempre secondo Bertoni -
la sentenza, di essere apodittici, conclusivi. Richiamano anzi con un
certo imperio alla rilettura immediata, non perché oscuri, ma al
contrario perché variamente suggestivi. E dunque gli atti naturali del titolo credo non siano altro - per ossimoro - che la perdita di un diritto naturale, di uno ius, che
questi testi tentano di registrare, ed insieme la consapevolezza che la
vita stessa è un intrico di eventi, oggetti o "minimi soprassalti
individuali" (Bertoni) che ne costituiscono l'intima natura. Lo stesso
corpo, la "cosa" in cui abitiamo noi e la nostra coscienza, diventa il
limite invalicabile di questo diritto, quando si inceppa, quando
scopriamo, somma delusione, che "è breve...è fragile, o forse anche
forte ma preparato per la morte", come sperimenta l'Enrico protagonista
della sezione "Giornate dell'uomo attento", alter ego ispirato
all'autore dall'Henry dei "Dreams songs" dell'amato John Berryman (There sat down, once, a thing on Henry’s heart / só heavy, if he had a hundred years / & more...)
Un libro interessante, dunque, di una scrittura matura e consapevole,
un libro difficile da ridurre in brani, come invece si fa ingiustamente
qui in un blog, e la cosa è per me un altro indice di qualità, di una
struttura saldamente intrecciata, di un pensiero tutt'altro che debole o
minimale. In effetti questo libro è una raccolta di serialità poetiche,
che andrebbero perciò lette in un necessario ordine. Ma è' stato
inevitabile tralasciare intere sezioni, perchè ogni estrapolazione di
testi sarebbe stata pari ad una perdita di senso, come nel caso ad
esempio della citata sezione "Quaderni del gelo". Tuttavia non ho
motivo di dubitare che la selezione qui pubblicata sia più che
sufficiente a farsi un'idea dell'indubbio valore del libro. (g.c.)
Continua a leggere "Pier Damiano Ori - Atti naturali"
Venerdì, 3 maggio 2013
Nadia Agustoni - Il mondo nelle cose - LietoColle 2013
Un codice di paragone che cerca, nel linguaggio poetico, la spiegazione al complesso reale che si rimodula e si rimescola nella centrifuga metaforica del
compromesso con le cose appartenenti al mondo: nasce così l’ultimo lavoro di Nadia Agustoni, Il mondo nelle cose (LC 2013), come una tenuta forte dell’eterno collasso identitario di ciascuno di noi. In poesia, l’anima si sveste di paradigmi e incoerenze e cerca, nella parola
poetica, la garanzia, seppur frammentata, dell’incarnazione possibile del senso e della fortunosa avventura, leopardianamente intesa, come ‘terrestre e
celeste’. Agustoni è la plausibile viandante che sventra ogni agitazione emotiva che, la fretta e l’omertà del tempo sociale, riduce a impotenza, a
tormento. Si carica, con coraggiosa personalità, connessa ai personaggi della letteratura del settecento, Venerdì e Crusoe, di ideale e reale allacciandosi
al simbolismo che ha come massima aspirazione l’elevato, la bontà autentica, la ricerca della libertà. Nella parte iniziale del testo, infatti, l’autrice
mette in movimento le direzioni e le evocazioni di alcuni sentimenti e meditazioni appartenenti alle fonti letterarie che dal settecento arrivano al
primissimo novecento: la concezione estetico-etico-conoscitiva tende a limare la forma del Male/Buio baudelairiano scegliendo di risolverlo in un confronto
con l’aspirazione di sapere che esiste l’altrove in cui le proiezioni dualistiche possono essere messe a fuoco e risolte. Uno sguardo all’esigenza di collocarsi dalla parte della verità, in modo chiaro e
autentico: l’autrice deposita, a livello letterario, l’interpretazione energica tra passato e presente soffermandosi nell’attualità nostalgica dell’eroico inteso come organicità della controparte salvifica. L’alter ego dell’io lirico diventa l’io narrante che si proietta in un’ideazione di noi stessi come
riflettori di esperienze di viaggio, di attese, di quotidianità. Nadia Agustoni avverte l’esigenza di coordinare le fragilità dei suoi personaggi per
rendersi mediatrice e intermediaria tra la poesia e la costruzione rocambolesca dell’inquietudine umana e della scelta morale resa fisica, personalizzata,
materia. Il mondo nelle cose fornisce al lettore elementi per discutere e ironizzare sul miracolo della cancellazione della presenza del declino: ogni lettore può identificarsi in una
minuscola particella del cosmo che si avvolge su se stessa e ruota intorno ad altre misure di paragone per sentirsi onnipresenti e per vedersi dal di fuori
nei modi temporali più prossimi alla propria conoscenza, alla propria individualità. Ecco, quindi, che si scandisce la frantumazione del presente che si
scontra e si fonda con il passato e poi si rende interminabile nel futuro. La poesia diventa monito, tentativo di persuasione, ardore di smembrare vendette
o solitudini destinate a colpire i deboli e i meno intrepidi. Corpo Nostro PPP è l’epilogo del vigore dell’intelletto e della spiritualità che esprime aperture di posizione, di dignità, di ripresa sociale. La visione poetica si
intreccia con la comunicazione della forma, dello stile che ha un netto slancio verso il plurilinguismo, perché l’autrice sa bene quanto si possa
rovesciare l’atroce dolore di tutta la vita. (rita pacilio)
Continua a leggere "Nadia Agustoni - Il mondo nelle cose, nota di Rita Pacilio"
Venerdì, 26 aprile 2013
Fortuna Della Porta - Metafisica dello zero - LietoColle 2012
Per riuscire a valicare l’architettura creativa del poeta bisogna premunirsi di uno spiccato spirito duttile e astuto; diventare una Penelope ermetica e
silenziosa che si lascia attraversare, con pacata follia e virtù amorosa, dagli innumerevoli versi come stratagemmi o corteggiatori che le balzano
incontro. Così come Ulisse che si svela ora uomo, ora luce sacra, la poesia di Fortuna Della Porta, nel suo ultimo lavoro per la collana Gral, LietoColle,
2012, arriva incarnazione densa del mito e reinventa il destino umano con la capacità di dare lettura del rovescio di una storia che ritorna per
le generazioni liberate dalla polvere del passato. Per noi, lettori/Penelopi, il linguaggio qui assume il ruolo epifanico di un’apparizione che non si
limita a suggerire verbalità fonetiche dei dialetti campani, ma traccia guizzi di sguardi snodati simili a esercizi asimmetrici in riferimento a memorie
infantili, a cadenze, a canti quasi corporali, come ballate rappresentate in una mimesi che sembrano ricordare Valéry e le sue ‘transitions’. Ci si trova
di fronte a una poesia che rimodula la trama stilistica: il significato trascende lo stesso atto poetico sormontando ogni rituale magico che rischia di
intaccare il reale e i rapporti interpersonali. Sono le lingue che formano i paesaggi intimi e gli spazi culturali su cui l’uomo ha prodotto le intenzioni
più ambigue e segmentate delle proprie esperienze. Le traduzioni linguistiche hanno tentato di oggettivare e omologare le diversità emozionali e pensanti
di numerosi individui che, nella lingua, avevano già scritto la propria sorte con tentativi, spesso maldestri, di conservarne, il quadro intellettuale.
Della Porta è una voce narrante del venturo dell’umanità e, del suo presente, ne denuncia i moderni individualismi e le stereotipate convenzioni. Attinge
alle esperienze assimilate per creare un’altra inevitabile quotidianità: considera la poesia ‘seme’, ‘costruzione’, ‘matrice che permette il cambiamento
possibile’ conservando il pensiero e il ‘modo di esistere’ del passato. Il mutamento sociale è nell’atteggiamento del tempo che passa inesorabile, quindi,
che non può svanire senza aver lasciato in noi la traccia della passione vitale verso l’estetica del frammento, della conoscenza, dell’accumularsi dei
saperi che ci consentono di sfuggire ai miseri limiti della materialità e della superficialità. (rita pacilio)
Continua a leggere "Fortuna Della Porta - Metafisica dello zero, nota di Rita Pacilio"
Venerdì, 19 aprile 2013
Il fascino dis creto della rilettura consiste essenzialmente, al di là
degli apparati critici o delle ragioni intellettuali, nel chiedersi -
davvero - perchè qualcosa ci piace. Ciò è tanto più vero oggi, quando le
reti "socievoli" (chiamarle sociali mi pare eccessivo) cercano di
costringerti a un semplice click su di un bottone. Sintesi che poi non
porta a niente, come quella di chi pretende di fare politica apponendo
on line un "si" alle idee di altri.
Devo ammettere che di tanto in tanto le riletture hanno per me una
necessità disintossicante, di tutto il leggere (di poesia) troppo e
spesso male. A questo scopo una poesia come quella che trascrivo qui
sotto funziona egregiamente.
Franco Fortini - Il seme (da Questo muro, 1973)
Caduti i cartocci giù
le foglie luccicano come piccioni
della magnolia altissima. Sotto i cedri
dove la luce del pomeriggio è fitta
vedo l'erba crudele acida profonda
e l'interrogazione ritorna
ai colpi di vento si curva
si divide ritorna ma dicono i merli di no
camminando o fermi.
Mio padre
s'inteneriva sulla propria morte
udendo l'allegretto della Settima.
Negli angoli dove c'è a marzo maceria
con gran pianti i bambini seppellirono
gli uccelli caduti di nido. Ma nulla
sa più di noi e discorre da sola
coi suoi corni e le trombe la musica
tra questi muri sudati.
In luogo di lui ci sono io
o mio figlio o nessuno.
Tutti i fiori non sono che scene ironiche.
Ormai la piaga non si chiuderà.
Con tale vergogna scenderò
i seminterrati delle cliniche
e con rancore.
Non è ancora luglio
non ancora scaldato asciutto assoluto
il seme.
Continua a leggere "Riletture 2 - Franco Fortini, Il seme"
Venerdì, 12 aprile 2013
Tre poesie di Lorenzo Calogero, poeta tanto grande quanto oggi sco nosciuto ai più, nella duplice versione inglese e francese ad opera di John Taylor e Valérie Brantôme,
che a mio avviso hanno ben interpretato, anche in qualche caso
superando i limiti insiti in ogni traduzione, l'intima e dolorosa
liricità dell'autore. Spero vivamente che questo interessante
esperimento possa avere un seguito.
Lorenzo Calogero è un altro dei grandi poeti italiani in cui si è
incarnata insieme una esistenza difficile e quella strana parabola - che
si è consumata soprattutto dopo la sua morte - di indifferenza,
notorietà disperatamente inseguita e di nuovo dimenticanza. Nato nel
1910, aveva infatti atteso fino al 1956 che qualcuno si accorgesse della
sua arte, Leonardo Sinisgalli, che sarà suo amico fino alla morte e che
gli scriverà la prefazione a "Come in dittici", pubblicato in
quell'anno, sempre a sue spese come i precedenti. Muore nel 1961, (v. il
resto della biografia QUI)
ed è solo l'anno dopo che scoppia il "caso" Calogero, quando personaggi
come Giorgio Caproni e Eugenio Montale scrivono articoli di vivo
apprezzamento, a seguito della pubblicazione presso l'editore Lerici,
nella collana "Poeti europei", del primo volume della vasta opera
poetica di Calogero. Il secondo volume seguirà, sempre presso Lerici,
nel 1966. Poi l'editore, che avrebbe dovuto pubblicare un altro tomo,
chiude le attività. Comincia così, salvo sporadiche e parziali
pubblicazioni, la parabola discendente del "caso" Calogero. Rimane da
essere esplorata, studiata e sperabilmente pubblicata ancora una
sterminata produzione di poesie, scritti vari, lettere contenuta nel
vasto archivio dell'autore. (g.c.)
Ella ha anche un corpo, un corpo violento
. . .Ella ha anche un corpo, un corpo violento
nella luce della chiarità fantastica
nella chiara lievità dei sentieri che subirono
altri occhi, in questa chiara densità della luna
che per tutti ebbe vita e calore.
Io non ti sapevo cosí erma,
sulla rupe di una città fantastica,
come ella ti amò un giorno.
Io non sapevo di una tiepida veste
cosí arduo, arido il calore
il calore tiepido di tutti i tuoi occhi
che si sparsero dalla palpebra
alla mano nel calore beato di una delusa,
disillusa tua poesia,
e un viso era tenero o una tenera spoglia.
da Quaderni di Villa Nuccia, Poesie, p. 160 She also has a Body, a Violent Body
. . .She also has a body, a violent body
in the light of the fantastic clarity
in the clear lightness of the paths that other eyes
followed, in this clear density of a moon
possessing life and warmth for everyone.
I didn’t know you were so alone,
on the cliff of a fantastic city,
how much she loved you one day.
I didn’t know that in a half-warm coat
the heat could be so arid, arduous
the half-warm heat of all your eyes
strewn from your eyelid
onto your hand in the blessed heat of your
disappointed, disillusioned poetry,
and your face was tender or tender spoils. Elle, a aussi un corps, un corps violent
Elle, a aussi un corps, un corps violent
dans la lumière de la clarté fantastique
dans la claire légèreté de sentiers qui subirent
d’autres yeux, dans cette claire densité de la lune
qui eut pour chacun vie et chaleur.
Je ne te savais pas si solitaire,
sur le roc d’une cité fantastique,
comme elle t’aima elle, un jour.
Je ne sentais pas d’un vêtement tiède
à quel point ardue, aride fut la chaleur
la chaleur tiède de chacun de tes yeux
courant de la paupière
à la main, dans la chaleur bienheureuse d’une poésie tienne,
déçue, désenchantée,
et tendre était ce visage ou tendre sa dépouille.
***
Continua a leggere "Lorenzo Calogero - Tre poesie in doppia traduzione"
Giovedì, 4 aprile 2013
In questi versi di Giuseppe Samperi (che abbiamo già incontrato QUI) persiste ancora, soprattutto in quelli da "Isolandomi di inchiostro", la scrittura o la sua forma o il suo antico emblema,
l'inchiostro, nel senso metaforico di cui avevo già parlato
precedentemente. Aggiungerei, rispetto a quello che avevo detto, che
sembra che Samperi
ami pensare di attraversare la vita versando inchiostro. Il che
peraltro sarebbe già una bella professione di fede. Quindi è naturale
che lui si "tinga" di poesia, che la parola tracciata sia lenitiva come
sciroppo per la tosse, l'inchiostro è cercato, scorre in tubature,
l'inchiostro isola più di quanto possa esserlo
già un isolano. Il tutto sempre in bilico, per dirla con Jakobson, tra
metafora e metonimia (o forse la sineddoche), in breve tra l'ampliamento
del senso per assonanze e somiglianze e la tentazione di fare
dell'emblema (in questo caso l'inchiostro) un totem, una parte per il
tutto. Non so quanto perseguibile ancora, ma fatto salvo quanto avevo
già detto a proposito de "Il miliardesimo maratoneta", comprese le
qualità intrinseche di questa scrittura, a cominciare da suggestione,
sintesi e leggerezza.
Negli altri
testi, quelli tratti da "Vocativi filiali" il discorso è un po' diverso,
trattandosi di poesie differenti per forma e contenuto. La struttura è
più compatta e di diverso peso, la versificazione più canonica e forse
un po' più spigolosa, l'apostrofe (a differenza degli altri brani in cui
scrittura e inchiostro sono immagini di una estensione del sé, di una
ruminazione) è rivolta all'esterno, a un "tu", sia esso la madre o
altri, la poetica è quella di una insistita negazione, una negatività in cui la carta trascolora, gli idiomi tornano oscuri, il segno prende
il sopravvento sul suono, sulla voce. E forse il fido "inchiostro" di
Giuseppe non soccorre a lenire. (g.c.)
Continua a leggere "Giuseppe Samperi - Oltre gli strappi, inediti"
Sabato, 30 marzo 2013
Corrado Bagnoli – Casa di vetro - La Vita Felice 2012
Bruno Bandini ne ‘I linguaggi della critica’ (FaraEditore 1996) parla di
pensare e fissare, percepire e presentare, sentire ed esaurire la sensazione in un’immagine, in un’azione, in un oggetto, arte e vita, un procedere per
binari paralleli che aspira al suo punto all’infinito. Nel ‘vuoto’ esistente tra arte e vita, il libero progettarsi dell’uomo, il legarsi, creativo, al
cielo evolutivo della vita (siamo all’osmosi dei due momenti) per un’affermazione del presente e del contingente.
Indicazioni di questo tipo spingono il lettore a prendere in considerazione aspetti ontologici e deontologici di un’opera poetica che in sé racchiude
molteplici significati creativi e fecondi elementi sociolinguistici. E’ questo il caso del volume di Corrado Bagnoli Casa di vetro - poema in Tre quadri, edito La Vita Felice 2012, che, stabilendo le pluralità di senso e dei nessi venutisi a stabilire
tra le immagini, le parole, gli spazi e le cose, traduce una forte concentrazione poetica interagendo con la vita e il mondo. L’andamento narrante che
sembra sfociare in un prosimetro, pur sempre controllato e raffinatamente ritmato, racchiude tutta la sua liricità nella matura intuizione della lingua
poetica magistralmente utilizzata concretizzandola in un testo dialogico che produce concretezza di rifiniture e la capacità di svelare i diversi volti del
reale. Le esperienze impresse nelle immagini sono attraversate dall’autore per mezzo di coscienze che testimoniano l’appartenenza di un secolo di
vita che non si indebolisce, ma che sono presenti nell’esistenza di chi osserva, di chi si esprime e di chi si trasforma attraverso la contemporaneità del
riconoscibile, del vissuto, del quotidiano. Le tracce dello scarto del tempo mobilitano il fluttuare del percorso fascinoso nelle tre fasi esplosive e
implosive del poema connotando il gesto poetico di simbolismo analogico. Le sovrapposizioni della necessità visivo/reale, in qualche modo motivate dalla
genialità blakiana, svelano l’intenzione a rapportarsi alla visione intrigante della simbologia alchemica quasi come per affidarsi a soluzioni rivelatrici
del significato autentico della parola poetica. La lettura del reale si configura in un quadro o in quadri liberati dai loro confini: l’essere umano rimane
inevitabilmente addolorato dalla sua condizione precaria, fragile, esposta alla ferita, alla delusione. Solamente il poeta sa che lo smarrimento è
condizione di ricerca, di domanda, di enigma, di urgenza, di stupore, di risalita. Ecco perché si mescolano le energie cosmiche e ci si libera dai vincoli,
dai limiti: è la stessa fine che assicura il nuovo inizio
La casa, adesso,/è il poeta; il poeta, adesso, è questa/casa di vetro, ferita, aperta, voce./Pietà necessaria, profezia inutile./Ricominciare. (rita
pacilio)
Continua a leggere "Corrado Bagnoli - Casa di vetro, nota di Rita Pacilio"
Martedì, 26 marzo 2013
Mario Ceroli, “faccia a faccia” al Mambo di Bologna (dicembre-aprile 2013) di Elisa Castagnoli
Un solo corpo architettonico e sculturale nello spazio immenso investito dalle opere di Mario Ceroli al Mambo di Bologna da vita a un attento gioco di
rimandi tra le sculture in legno dalle proporzioni smisurate, i quadri e gli oggetti in diversi materiali: metalli, terra, polveri, carta o altro. Le
installazioni creano uno spazio-opera totale, spazio inventato dall’artista come un percorso performativo, scenografico per così dire, riempito di
differenti momenti o esperienze plastiche o pittoriche che entrano in dialogo tra loro, a partire dalla loro intrinseca fisicità, interagendo oltre il
tempo cronologico della loro prima provenienza. Come in una grande opera in situ, Ceroli mette in scena il suo lavoro in senso performativo per quello che
diviene in questo luogo portandosi entro la sua verticalità dominante, antro centrale scavato nella profondità spaziale d’una ex fabbrica del pane di cui
la galleria conserva ancora l’ossatura, lo scheletro originale e l’altezza smisurata.
Tale spazio-cattedrale dove gli oggetti, le opere silenziosamente entrano in contatto tra loro vuole essere pensato come luogo di confronto, di dialogo o
forse, semplicemente, di interrogativo aperto posto giustamente in questo “faccia a faccia” metafisico evocato dal titolo dell’esposizione tra la
finitudine del soggetto e la sua duplicazione nel pensiero, nel linguaggio verso un infinità che può essere invocata, immaginata, pensata o meglio qui
posta come un interrogativo di linee che s’aprono verso l’alto senza saperci dare risposta certa sulla loro direzione o provenienza. Dominano la
verticalità di scale e altri oggetti sospesi, tendenti verso l’alto, l’ altrove come la ricerca del senso, dell’umano, del divino, del sacro forse a
partire dalla pienezza sensuale della materia, dalla carnalità del mondo, il legno scolpito in primo luogo.
Domanda inesausta che rimbalza come un’eco in questo spazio sacrale vuoto, ricerca, interrogativo aperto all’infinito piuttosto che affermazione sul senso
e, ancora, inadeguatezza al qui e all’ora aprendo a questo varco, suggerendo questo passaggio verso un’ altrove come orizzonte, termine di raffronto
metafisico.
Strutture verticali in generale, bandiere bianche d’un campo di pace puntate verso l’alto, liane attraversano lo spazio in diagonale, oppure sagome d’un
mondo svuotato, planisferi, mappamondi, carte della terra viste come distese rilucenti ritagliate sulla superficie terrestre dall’esterno e a distanza.
L’uomo di Leonardo, l’uomo al centro del cosmo per eccellenza, figurato nella sintesi essenziale, nella quadratura perfetta del cerchio, è fotografato come
l’artista stesso disteso sull’installazione in legno all’ingresso della mostra; la figura guarda verso l’alto ma, come in altre sculture successive è posta
dietro una rete, dentro una scatola-gabbia o inquadratura, visto in questa riduzione depersonalizzante di sagome a duplicazione o in contorni astratti
oltre ogni singola incarnazione.
Ancora contorni esterni ritagliati nel legno di figure svuotate, astratte, spogliate d’ogni identità individuale non rappresentano l’umano ma lo
interrogano, lo indirizzano, aspirano a ritrovarlo come la presenza del divino in loro percorrendo in senso metafisico questo viaggio dal pieno della
materia- legno forma primaria, terra, paglia, polveri colorate-in sinestesia nello spazio circostante e verso l’alto, verso questa altra dimensione
evocata.
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Giovedì, 21 marzo 2013
Francesca Del Moro - Gabbiani ipotetici - Cicorivolta Edizioni, 2013
Il gabbiano che attraversa trasvolando con qualche incertezza, qu alche
dubbio e qualche ferita, ma molta determinazione questo libro di Francesca Del Moro
è - secondo l'avvertenza di Giorgio Gaber in esergo - l'alter ego, o
meglio ancora il deuteragonista de "l'uomo inserito che attraversa
ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana".
Non sono però separati, anzi "ci si sente come in due". Ovvero, come
titola un testo, "squilibrata e sana", qui e altrove, dentro e "fuori"la
vita.
E' questa bipolarità tra il rasoterra e il volo, io credo, ad essere
creativa, questa coscienza dolorosa e sopportata, nel vero senso del
termine, portata sulle spalle. Se tu ne prendi atto e sei capace di
dargli un nome, di scriverlo, allora il dolore non è "sordo", anzi
acquista una voce. Una voce potente.
Qui la voce (poetica) è arrabbiata, anzi incazzata. Lo dico pur sapendo
che a Francesca non piace, perchè sa di clichè, come scrive in suo
testo. Ma so anche, come scriveva Bukowski da qualche parte (cito a
braccio) che la gente è matta, e se non è matta è arrabbiata, e se non è
né matta né arrabbiata (vuol dire che) è semplicemente stupida. Cosa,
quest'ultima, che credo sia la vera discriminante, poiché esclude
implicitamente l'arte.
Se si parte da questo presupposto (o discriminante) perfino parlare di
poesia femminile ha poco senso, e questo mi solleva poiché sono convinto
che non sia un genere, esattamente come (appunto) quella "arrabbiata" o
quella "giovane". Direi che tutto dipende dai filtri (anche psichici, e
dall'intelligenza, anche ma non basta) attraverso cui l'esperienza
(magari brutta) subisce la sua metamorfosi in significato, come un
kafkiano insetto mostruoso che torna ad essere Gregorio. Diciamo, per
spiegarla diversamente, che qui, come sosterrebbero altri, c'è una forte
correlazione tra l'io analitico, quello
dolorante/corporeo/affettivo/sentimentale e quello etico, o narrante.
Insomma, per un poeta non basta prendere atto di un amore
finito, di un disagio esistenziale o femminile, della morte di un amico
caro, delle ingiustizie, della sconfitta politica e magari farsene una
ragione. Semmai, al contrario, gli interessa fare dell'esperienza
qualcosa di irragionevole. Come forse farebbe un gabbiano.
Tutto naturalmente è molto più "concreto", nei testi, di quanto possa
apparire da questo discorso. La sordità del dolore di cui dicevamo viene
contrastata dal lavoro di scrittura. Qui in effetti la scrittura, anche
con i suoi eventuali "inestetismi", è importante perchè sonora, fàtica.
Diretta, "primaria", spesso tutta d'un fiato ("frenetica" dice Adriana
Soldini nella prefazione), a volte scatologica, apparentemente
spontanea, è fondamentalmente priva di trabocchetti metaforici, di roba
da decifrare. Dice quel che deve dire, anche in maniera percussiva, e
tuttavia restituisce, nei testi migliori, una leggerezza antieroica, una
donna che non vuole essere emblematica, semmai vorrebbe essere felice.
La narrazione è comportamento vissuto, e quindi etica. Il linguaggio è
selezionato su un registro volutamente "naturale", e quindi scelta
ideologica, di non separazione tra il dire e il poetare (e infatti
Francesca, in un testo intitolato "Soancheioscriverecazzateermetiche",
ironizza su certe maniere: "da estenuati ossari / promanano lacerti
d'urlo...")
Certo "Gabbiani ipotetici" ha le sue discontinuità, i suoi momenti alti
e quelli bassi, come naturale. Un esempio per tutti: non è facile - non
è mai facile - fare una poesia politica o "civile" che sia
anche "bella", che sia qualcosa di più di una invettiva. Il problema, a
mio avviso, sorge quando in essa, secondo una classica distinzione, i
valori secondari (il principio di realtà, la cultura, il sociale, il
politico) prendono il sopravvento su quelli primari (la libido, i sensi,
il "cuore", l'umano, il primordiale). Il difficile sta lì, in fondo, in
questo tipo di controllo artistico di sé come autore. Eppure in una
poesia come Dimenticare Genova (v. qui sotto), Francesca ci
riesce. E lo fa semplicemente cambiando direzione, precisamente
all'ultima strofa. Il passaggio da un ricordo plurale che svanisce
(avevamo paura...chi se lo ricorda ormai...) a una singola marcatura che
quel ricordo rinfocola avviene bruscamente con la messa a fuoco di un
primo piano, con una singola metafora (il cuore) vecchia come il mondo
ma efficace. Con una specie di passaggio cine tra un campo lungo e il
dettaglio le cose, l'umano, il politico, si conciliano.
Ma a parte queste considerazioni forse marginali, questo libro si
aggiunge alle cose più interessanti che ho letto ultimamente, quasi
tutte scritte da donne. E se questo smentisce ciò che ho appena detto
sul "genere", pazienza.
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Mercoledì, 13 marzo 2013
Caterina Davinio - Aspettando la fine del mondo - Fermenti editrice, 2012
con traduzione a fronte in inglese di Caterina Davinio e David W. Seaman, note di Ermina Passannanti e David W. Seaman
Libro, questo di Caterina Davinio, di due viaggi e - ovviamente - di due ritorni. Si va in Africa per qualche safari, come succede nella prima parte del libro, nel Poema I - Africa e altro, oppure, nella seconda, a Goa in India (Poema II - Sciamani (Goa)), luogo deputato della cultura hippie (e post), della musica, dello sballo in riva all'oceano. Si parte, a volte alla ricerca di qualcosa che non sia una semplice abbronzatura e, se non si è dei totali edonisti, si ritorna nella migliore delle ipotesi con qualche riflessione, o - per usare un detto - qualche "presa di coscienza". Intendiamoci, quel qualcosa che si cerca può essere la natura, il buon selvaggio, l'ancestrale culla della civiltà, l'incontaminato, sé stessi. L'importante è farlo con la consapevolezza che si parte con una buona dose di romanticismo rimbaudiano (o, appunto, posthippie) nel bagaglio, è inevitabile. Poi quel che conta, se non si rimane nell'hortus conclusus di un villaggio vacanze, è trarre qualche utile insegnamento dalla realtà (disillusioni comprese), magari passandolo poi al setaccio fitto del linguaggio poetico, ricordandosi però che se la realtà è "crudele" deve esserlo anche il linguaggio, almeno nel senso artaudiano della cosa. Lo dico non a caso, ma proprio perchè ho già avuto modo di parlare del lavoro di Caterina, ad esempio a proposito de "Il libro dell'oppio" (v. QUI), in cui la lingua sperimentava una capacità - abbastanza lontana e certo superiore rispetto a questo libro - di "sprofondare" nella realtà. Realtà che era, in quello ma anche in "Fenomenologie seriali" (v. QUI), non solo intimamente soggettiva, ma anche eminentemente "comune", ovvero civile. Ma il libro è ben scritto, ed ha la sua ragion d'essere.
Giacché si parte - diciamo così - "occidentali" e, siamo onesti, senza nemmeno tanti sensi di colpa per ciò che l'occidente ha fatto a quei paesi. Con il nostro sistema concettuale, metaforico, ideologico da mettere alla prova, con la nostra ragione, "un'arma contro qualcosa più forte della ragione", avverte Davinio, "una spada che taglia una piuma", cioè uno strumento del tutto inappropriato o ridondante. E si torna occidentali (consapevoli di poter tornare), dopo aver scalfito appena la superficie, perchè non possiamo permetterci di andare in fondo, o a fondo davvero, siamo sempre noi e "gli altri", coloro che rimangono lì, in una realtà non indeterminata che l'osservatore, per quanto benevolo, poetico, politico, empatico non riuscirà minimamente a modificare (e dove il Rimbaud di "io è un altro" non funziona). Che fare allora? L'artista, anche se ha a che fare con una semplice superficie, riesce a incresparla, fare riecheggiare in sé anche semplici frammenti, trovare uno spirito in questo "altrove", cogliere dei segni nei suoi bagliori, segni di una fine che non sta tanto nella constatazione che i tropici, per dirla con Lévi-Strauss, sono diventati "tristi" anche grazie a noi, ma che in realtà non possiamo andare, con il nostro bagaglio, a rifugiarci in quei luoghi né fisicamente né come mito, perchè forse l' "altrove" che cerchiamo è in noi, quasi come un pre-giudizio. Così, in attesa della fine del mondo (ma quale, davvero) questo "andare verso" diventa speculare (ma molto meno tragico perchè consunto, commerciale) all'altro andare, quello in senso contrario, quello dei migranti in fuga da fame e guerra che si affacciano alle nostre coste altrettanto tristi. Come - se posso fare un accostamento (che non vuole essere valoriale) con un'altra opera in cui la direzione è rovesciata e l'impatto è in qualche modo subìto - ne "Il mondo è vedovo" di Paola Turroni (v. QUI)
Ma in fondo, per aspettare la fine di questi mondi (il qui, l'altrove, la realtà, il mito) un posto vale un altro. (g.c.)
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