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Continua a leggere "Louis-René des Forêts - Poesie di Samuel Wood" Sabato, 19 settembre 2009Alain Jouffoy - Per chi scrivo, una poesia
Pour qui j’écris Un poema da : Éternelle extravagance, in C’est aujourd’hui toujours, Poésie / Gallimard, 1999 Non scrivo per voi che vi prendete per giudici appena vi si pone delle domande inattese. Voi i rassegnati del pessimismo dell’ultima ora voi che non amate niente come l’isolazionismo voi che confondete la scrittura, la pittura e l’assolo, quando la rete mondiale occupa già tutta la superficie del vostro piccolo cervello. Né per voi, ultimi nostalgici del gregge, col vostro risentimento incessante, voi i nemici di tutto ciò che è straniero, voi che non detestate niente come le facies, i magrebini e i nostri padri d’Africa che non avete vergogna d’ignorare Cravan, Vossnessenski, Ginsberg et Degenhardt, perché hanno spezzato il loro cerchio, no, non è per voi che scrivo. Non scrivo per voi adepti di tutte le pubblicità con la vostra incultura da compact disc Voi che trattate le donne da sciocche e piagnucolate come bambini quando vi mollano. Voi e il vostro disprezzo di tutte le rivoluzioni che non avete fatto, come se la perdita di ogni libertà fosse il vostro solo viatico. E nemmeno per voi che rispondete con gli insulti a coloro che disturbano i vostri commerci. Voi gli avidi mercanti dal Tempio, che non amate niente come il portafoglio e i telegiornali, i cliché di tutti i supermercati, il vostro disgusto di voi stessi e i vostri espedienti per sopravvivere senza utopia, la vostra società senza società e i vostri tappeti antiscivolo. No, non è per voi che scrivo. Scrivo per voi che aprite la strada dalla Grecia alla Cina e fate guerra alla stupidità nazionale fin nel vostro rifugio. Diventerete gli architetti del looping sotto i fili d’acciaio di tutte le istituzioni. Per voi che ingranate la marcia del pensiero nella vostra auto in piena notte. Per voi che defenestrate i vostri fantasmi, che suicidate ogni disperazione attraverso il lucernario della memoria e sognate ogni giorno di incontri, di viaggi trasversali e di altri modi di farsi vedere. Sì. Per voi che lanciate aghi di bussola tra le vostre finestre e la porta d’ingresso degli altri, tra l’Egitto dei Fatimidi, Granada, tutti gli esili e le isole, Per voi che disertate il Tempio dove il giovane Gesù non riapparirà, finché l’Occidente si drappeggerà nel suo razzismo di vecchio stampo, finché Isabella e Ferdinando saranno i cromosomi dell’egoismo. Per voi che tracciate linee intermedie, a metà strada tra movimento del punto e effetto di piano; Per voi il cui solo documento d’identità è la carta del cielo. È per voi che deploro tutto ciò che non riesco a scrivere. maggio 1998
Continua a leggere "Alain Jouffoy - Per chi scrivo, una poesia" Lunedì, 1 giugno 2009Renaud Ego - Porte che danno sulla strada
Parole e tragedie si mescolano, senza integrarsi. Povertà, guerra, lotte tribali, persecuzioni, pulizie etniche, fame, disastri ambientali . E poi frontiere, migrazioni, clandestini, naufragi, sbarchi, sfruttamento, respingimento. Le parole e le tragedie non trovano soluzioni accettabili nella politica, la poesia esprime a suo modo il suo sentire civile, cercando “le parole dal profilo elevato d’utopia / le parole di esortazione, aria nella mano / in direzione dei limitari del coraggio” (g.c.)
Ogni civiltà si costruisce contro sé stessa e si inventa dei muri dietro ai quali contenere la sua brutalità. Più di altre, la cultura cosiddetta occidentale è insieme una forza di liberazione e di alienazione; essa si estende al resto del mondo con il prestigio e la violenza della sua scienza e della sua tecnica. E’ un Giano, di rado placato e sempre pronto a rivelarsi mostruoso, anche quando la sua faccia più fosca resta invisibile agli occhi di quegli stessi di cui essa è immagine. Renaud Ego, nato nel 1963, mostra in questo poemetto, come aveva già fatto ne Le Désastre d’éden (Paroles d’aube, 1995), che non c’è terra più straniera, più inaccessibile di quella in cui si vive, tanto essa è simile all’ombra di sé, al di sotto della quale non si salta. La lingua straniera che forgia il poemetto inventerà una nuova distanza, cioè la condizione di un vedere senza veli e di una libertà nuova? (nota redazionale, fonte: La pensée de midi, n. 5-6, autunno 2001)
Porte che danno sulla strada 1 Nodi stradali parcheggi illimitati su un residuo di verde città magnifiche sono diventate obese l’untume dell’epoca vi trabocca dappertutto cianfrusaglie gadgets vesti vettovaglie che occhi lappano e altri occhi sorvegliano che è questo specchio dove tutto riflette mancanza qui l’invidia mette in riga il desiderio e chi non sta attento abbrutito d’abbondanza lascia entrare il vuoto dalle nafte sovrane e ben presto entro non c’è più spazio io senza saperlo è diventato questo si che il tempo declina in modo autoritario - essere e a ogni costo non essere non è questo oggi il problema
Continua a leggere "Renaud Ego - Porte che danno sulla strada" Venerdì, 24 aprile 2009Hypnologue, un poema di Alain Jouffroy
Un poema di Alain Jouffroy da “Moments extrêmes” (Éditions de La Différence, 1992) e “C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” (Gallimard, 1999) Alain Jouffroy Hypnologue
Ipnologo* significa qui, forse, la presa di coscienza dell’ipnosi, dello stato di sonno che ci provoca la storia, le forme allucinanti della Storia; dice altrove Jouffroy che non esistono leggi della StoriaQui il Vangelo di Giovanni è a pretesto per una storia dell’uomo e del mondo che sfocia in una riflessione sull’individuo rivoluzionario. Gli inizi di un mondo che non finiscono mai, sprovvisti di pensiero, di verbo. All’inizio non era il verbo...
Tutto riporta all'incoscienza dell'infanzia (del creato).
È un nuovo principio che s’enuncia: l’affermarsi di un pensiero individuale, indipendente, rivoluzionario. Non (ci) accade più nulla, vediamo ogni cosa sotto un nuovo aspetto.
Scrive Jouffroy nel suo saggio “Dell’individualismo rivoluzionario” citando Aragon : “Vi farà ridere e troverete derisorio, diceva Aragon…, che persone che non dispongono di alcun potere, che non sono nulla, senza denaro, senza ipocrisia, parlino improvvisamente di rivoluzione…. È tuttavia questo fatto senza precedenti nella storia umana che unisce quelli che credono in questo solo legame, la poesia, e un certo gusto dell'insensato."
“Missione di una poesia sovversiva” rivendicata da Jouffroy, “per evitare che ci spossessino dei nostri diritti” acquisiti con la rivoluzione francese.
“Non c'è miracolo-scientifico della scrittura e della pittura. La storia emette dei segni attraverso la svolta di individui che scrivono, che dipingono.”. Alcuni di questi segni, continua Jouffroy, sono stati cancellati con i tentativi di censura di scrittori e artisti. Lasciar parlare di nuovo questi segni censurati, vederli, è rifare e dunque fare la storia.
Annientando il proprio potere,
Si allarga la vista.
Ma il vedere è un altro potere
Di cui nessuno si è impadronito.
On ne voit plus rien venir / … / Nous voyons tout partir. Ci sarebbe l’uso arcaicizzante di ‘partir’, partager, diviser en parties, il “dividersi”, l’andare ogni cosa per conto suo, è da considerare. Potremmo tradurre ‘avvenire’ che richiama per antinomia ‘partire’. Altro problema, di conseguenza: se ‘partir’ significa andarsene, scomparire, allora non può essere il ‘principio’? Io credo che qui ci sia un’antinomia “falsa”, che rafforza un concetto negativo: niente arriva, tutto parte. Al centro (anche della strofa, quindi graficamente) non rimane altro che un vuoto, o un nulla che noi umani siamo costretti a speculare, a “pensare” (nota: cinque versi, cinque volte il verbo vedere!). Riepilogando ‘non si vede avvenire più niente / […] / noi vediamo partire ogni cosa’.
Ma a conti fatti, “partir” significa anche “nascere, avere origine, partire, iniziare, cominciare” quindi la ripresa del primo verso alla fine. Quindi, “vedere il principio di tutto”, un nuovo inizio. Pensando a quella falsa antinomia che rafforza un concetto negativo : questo vuoto che rimane, questo nulla che noi umani siamo costretti a speculare. Effettivamente il nulla è al centro della speculazione filosofica dagli inizi della metafisica. “Noi pensiamo il nulla” diceva Heidegger.
“Per la prima volta, noi pensiamo” Il vedere dell’ultima strofa diventa pensiero, per la prima volta “Perché il mondo non comincia all'esterno del nostro occhio. Comincia con il fruscio del sangue dei nostri due emisferi cerebrali, con l’energia che innesta ad ogni secondo il corpo su se stesso, nel temporale ultra-segreto del pensiero a contatto con il tutto.” (Jouffroy, Le gué). Qualcosa verrà, ma qualcosa di cui non si attende più la venuta, come scrive Ingeborg Bachmann “E sono ancora nel deserto che viene prima del domani”.
* psicoterapeuta che aiuta a far emergere dal profondo, mediante tecniche appropriate, elementi psicologici nascosti o rimossi.
Traduzione Alfredo Riponi, con la collaborazione di Giacomo Cerrai e Rita R. Florit
Nota introduttiva Alfredo Riponi e Giacomo Cerrai
Ipnologo
In principio,
Non c'era alcun ordine.
Tutto era banale e piatto nel caos,
Salvo gli aghi della sofferenza.
In principio,
Il mondo era sovraccarico di rovi.
Mai l'orizzonte si apriva,
La metempsicosi andava dallo stesso allo stesso.
In principio,
Tutto era ridicolo,
Odiosamente arduo, imperfetto,
Odiosamente fiero della propria imperfezione,
Il comunismo delle cose s’imponeva alla rinfusa.
In principio, era l'infanzia, i suoi odi,
Il suo ostinato ottenebrarsi.
Niente testimoniava da nessuna parte
L’oltrepassare dello zero.
In principio,
L'impurità regnava sovrana.
Nessuno osava contraddire l’infelicità
Che stringeva il cuore in una morsa.
Continua a leggere "Hypnologue, un poema di Alain Jouffroy" Sabato, 4 aprile 2009ALAIN JOUFFROY - Eau sous terre, cinque poesie
ALAIN JOUFFROY - Eau sous terre Continua a leggere "ALAIN JOUFFROY - Eau sous terre, cinque poesie" Sabato, 31 gennaio 2009Alfredo Riponi - Illumini unica il mio nulla, testi da "Anacoresi" (inedito)
L'anacoresi che titola questo libriccino inedito di Alfredo Riponi è scelta - per definizione - eremitica, il cui estremo risiede nel silenzio non del pensiero ma della parola, o - nel suo grado minimale - nell'esicasmo, come afferma Alessandro De Caro nella sua bella prefazione. Ovvero nella ripetizione mistica di una sintetica formula devozionale, si presume fino al delirio, nel tentativo sovrumano (perchè a-temporale) di restituire alla parola un senso primigenio riducendola a puro suono. Ma il poeta, per fortuna, non deve rivolgersi a un dio. Non può prescindere da un lettore (o venticinque, per quanto ipotetici), o non è. In questo rapporto la parola, per quanto possa tendere a un suo grado zero, rimane fondante di una comunicazione, seppure lungo una rischiosa linea di confine che De Caro correttamente identifica. Dice infatti: "Lo scrittore di prosa, in genere, si ferma a considerare la frase; diciamo pure che la frase nel suo mondo creativo aspira alla qualità di feticcio o di termine ultimo del lavoro della parola. La frase assorbe buona parte del lavoro, anche se attraverso il procedimento indefinito delle correzioni che ne sbriciolano la solidità apparente (...). Per il poeta, invece, non credo che funzioni allo stesso modo; lo si vede bene che la materia del linguaggio viene accostata prima o piuttosto al di là di una forma frastica che l'assorbe secondo un'unità strutturale, come si sarebbe detto una volta, di livello superiore o di secondo grado". Per quanto quest'ultima affermazione sia abbastanza perentoria, non è inesatta. E' semmai parziale perchè privilegia, modernamente, il segno come strumento e fine del poeta, dice che questa non è una rosa ma è una "rosa". E continua: "Davanti a quest'incertezza [sull'etimo, la storia, il senso della parola] che cosa ci sarebbe di meglio da fare che lavorare dentro e attraverso quest'assenza, al di là della questione se si debba o meno rendere conto, in prosa come in poesia, della realtà simbolica in cui siamo immersi? Nel puro lavorio di un testo, nell'essenza per sempre tra-forata, circuita o pervertita della parola (...) non c'è quel cammino che potremmo chiamare, se non suonasse come una campana a morto specialmente oggi, un tentativo di anacoresi?" Ecco: al di là della questione della realtà simbolica. E' questa la rischiosa linea di confine: una poesia della parola in cui la parola riecheggi non la realtà (seppure quella parziale del poeta) ma il suo stesso suono, operando "come se si componessero delle poesie, dunque all'interno di una tradizione dall'apparenza intatta ma deflorata". Tuttavia, è bene dirlo infine, la poesia di Alfredo Riponi non solo riflette seriamente sul rapporto tra linguaggio ed esperienza (tenendo ben presente il limes che dicevamo), ma è anche consapevole del fatto che il linguaggio ha una sua voce e una sua memoria (v. anche i suoi due articoli su D. Heller-Roazen qui e qui) e che con essi la poesia, più di ogni altra arte, è capace di dare corpo all'amore, alla perdita, al dolore, alla stessa mancanza di senso che la vita ha talvolta. Un libro/percorso che è scandito (in sezioni: Incipit, Incisi, Vita nova) e assume una forma e una struttura non fittizia o strumentale, ma che corrisponde a un'idea, a un tentativo anche morale di raccogliere frazioni di realtà, che , come dice il poeta in una nota al testo, " si ordinino sulla carta , nel testo poetico o nel sogno trascritto" (corsivo mio). Forse, aggiunge, "il risultato non è subito decrifrabile, ma è lì, attende la nostra lettura".
da Incipit
Continua a leggere "Alfredo Riponi - Illumini unica il mio nulla, testi da "Anacoresi" (inedito)" Martedì, 6 gennaio 2009Michel Deguy - La poesia fa male?
Ricominciamo a parlare di poesia, seriamente, con un saggio di Michel Deguy, uno dei poeti e filosofi francesi di maggior spicco. Un testo di non facile presa, denso di suggestioni e riferimenti culturali e filosofici, forse un po’ troppo impegnativo per un blog, ma senz'altro importante. Se non avete tempo di leggerlo accuratamente e di meditarlo, passate oltre, vi prego... La traduzione è mia, con il colto e fondamentale apporto dell’amico Alfredo Riponi, che ringrazio pubblicamente.
La poesia fa male? Questa affermazione ottativa (percepisco un voto e un dubbio in questa dichiarazione) fu il titolo, l’incipit, di una causerie di Paolo Fabbri una sera alla Casa degli scrittori. Io qui cerco di svilupparla, provando anche il suo contrario, o qualche altra modalità. E so bene che l’affermazione suona anche (in primo luogo?) come un richiamo – alla tradizione. La poesia faceva male; fece male; sapeva far male. Potrebbe farlo ancora? Il tempo dei giambi e degli epigrammi è passato. Il tempo dei Châtiments. E da Archiloco a Voltaire, a Chénier, a Hugo, fu quello il tempo più lungo. Satirica o patriottica, assassina o bellicosa, canto di battaglia, di vittoria; invito all’omicidio, all’insurrezione; peana, ritornello guerriero, libello...la poesia armata, con l’elmo, con i suoi affondi metrici e il suo scudo d’Achille; ma anche acuminata, con la sua agudezza e i suoi concetti, nel boudoir di Celimene, o la pretura o la sala delle guardie...Lo so bene; ma vado a cercare in altre direzioni: anche quella del farsi male; e quella del non far male, per questa “occupazione la più innocente” (nella traduzione, qui, di Hölderlin); quelle dell’irritazione, della crudeltà, della privazione, della abdicazione... Irritato, crudele, ascetico, rinunciante...In quale luce si pone lo stesso “soggetto lirico”?! Vediamo. Dell’irritazione La questione non è la collera del poeta, fragile psiche (può capitare). Piuttosto: è la collera che mette il poeta in azione; è l’Iliade che comincia con la collera. Chiamiamo questa una emozione. Non una sensazione; né un umore tra altri, ma una disposizione rivelatrice. nell’altra tradizione, religiosa, è lo stesso Yaveh, che si irrita e ispira la collera del profeta. Ci sono altre emozioni potenti, certo, sconvolgimenti affettivi, Stimmungen – compassione, disgusto, amore. Prendo questa, la collera, per via di Omero e Orazio. Vatum irritabile genus. Per il resto, il problema non è di sapere chi comincia, se la gallina collerica o l’uovo irritante. Ma di strappare la poesia a una psicologia di poeta, il “lirismo” alla caratteriologia. La collera è oggettiva; questo non vuol dire che si oscilla dal soggetto all’oggetto; ma che si desoggettivizza il commento. Dunque, che cosa succede? Tutto questo (mi) irrita, l’essere si mette in collera e si scuote; io sono divinamente male! Si parlerà di modo d’essere che si affaccia su come è; di disposizione onto-logica, o rivelante. L’essere diventa – ciò che è, in “sé ”. In sé per sé. Riflessione dell’Essere; auto rivelazione. La collera mette in movimento il pensiero; il quale cerca di dire quel che ne è da quello che è, con un tono corrucciato. I filosofi parlano di un “esistenziale”. Io sono collera, si diceva. Oppure: la musa irrita il poeta - suscettibile, allora, perfino di andare in collera. Poi il discredito viene meno, dalla Musa divina alla suprema Allegoria:
Continua a leggere "Michel Deguy - La poesia fa male?" Lunedì, 20 ottobre 2008Due poesie tradotte in francese
Alfredo Riponi, sul suo blog "Lessness" (lessness.splinder.com), ha tradotto in francese due mie poesie, "La domanda", che risale ai primi anni '90, e "omissis" che invece è del 2007. I due testi sono già presenti in rete, ma è interessante la traduzione, non solo come resa poetica che Alfredo è riuscito a dare ma anche per i problemi che pone, a cominciare da quello della restituzione del senso eplicito e di quelli impliciti che il testo poetico porta sempre con sè, e insieme perchè pone l'autore di fronte a una prospettiva per così dire "laterale", come se fosse esterno a sè stesso, o straniero in patria. In fondo la traduzione è riconciliazione di un conflitto, tentativo di superare Babele (Steiner), ospitalità linguistica della parola dello "straniero" (Ricoeur) e altro ancora, ma anche ri-creazione artistica non dissimile da quella che fa un critico o un lettore accorto e sensibile nel momento stesso in cui legge.
Venerdì, 27 giugno 2008"Ecolalie" di Daniel Heller-Roazen, seconda lettura
Pubblico qui una seconda lettura, su punti diversi e con note, fatta da Alfredo Riponi sul bel libro di Daniel Heller-Roazen "Ecolalie - Saggio sull'oblio delle lingue", edito da Quodlibet. Anche da una lettura frettolosa tipica dei blog (brutta abitudine che andrebbe contrastata, meglio scaricare il testo e leggerselo con calma) si possono afferrare i non pochi elementi di riflessione, non solo dal punto di vista critico ma anche da quello della scrittura poetica, della poesia "poetante". La precedente lettura è reperibile qui
Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue
L’apice del balbettio. L’infinita produzione dei suoni del bambino, segno che contiene in sé tutte le lingue. Il bambino è costretto a sacrificare la molteplicità all’uno, alla lingua madre. Gelosia della lingua madre che non tollera l’ombra di un’altra. Dal balbettio al silenzio, il bambino sembra perdere la sua voce. L’essere parlante del bambino è ora costituito da un universo di suoni finiti contro l’infinità del balbettio. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”.
Aleph. Lettera dell’alfabeto ebraico impronunciabile. “Un suono che è uno spasmo toracico”. Aleph è solo il segno “dell’inizio del suono nella gola, udibile quando essa si schiude” (Spinoza). Così, sul Sinai Israele, secondo Maimonide, “non udì altro che un solo suono, e lo udì una volta soltanto”. “Secondo Scholem quel suono fu la lettera aleph della parola anokhi (io) con cui inizia il primo comandamento.” La voce udita sul Sinai diventa la voce silenziosa della scrittura che inizia con una lettera di cui non si ricorda il suono, così come il bambino non ricorda i suoni del suo balbettio. La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. Fonemi in via di estinzione. Parallelo con i fonemi perduti delle lingue, come la e francese, che rimane però nella poesia, lettera silenziosa che riappare e conta, nel conteggio delle sillabe. Verso di Mallarmé: “Ce lac dur oublié que hante sous le givre”, dodici sillabe se è fatta risuonare la e finale di hante. “La musica delle lettere, secondo Mallarmé, rinnova il linguaggio radicandolo nell’inconscio e nel corpo.” 1. Altri codici ha la poesia rispetto al linguaggio codificato. “La tua ineffabile presenza \ rischiarata nei codici della poesia” 2 . Continua a leggere ""Ecolalie" di Daniel Heller-Roazen, seconda lettura" Sabato, 7 giugno 2008Alfredo Riponi - "Ecolalie" di Daniel Heller-Roazen
“Il semiotico è il livello musicale della poesia. Retrospettivamente, è ciò che il bambino articola con il suo balbettio prima di imparare le parole…” (J. Kristeva) Ecolalie, una sinfonia di testi su una sola lingua, una sinfonia di lingue per un solo testo.La perdita dei suoni: ecolalia infantile plurilingue, lingua di Dio (aleph), fonemi silenziosi - La morte delle lingue, la loro reviviscenza sotto altre forme, la lingua perduta o proto-lingua – Lingua (della) madre, sfide grammaticali, Canetti, Wolfson, Abu Nuwas, Landolfi – Babele, abitare la lingua. Il libro di Heller-Roazen è formato da capitoli che s’intersecano, dove la linguistica, la psicanalisi, la letteratura, s’incontrano a partire dal dubbio sollevato dall’origine del linguaggio, sintomo creativo che diviene a sua volta segno di una mancanza originaria, di una perdita che perdura. Nell’infanzia avviene il vero processo d’apprendimento d’una lingua che si struttura sopra frammenti ecolalici. Infiniti nella loro varietà, questi frammenti contengono potenzialmente tutte le lingue. Per apprendere la lingua madre il bambino dovrà sacrificare questa molteplicità all’uno. “Rimane l’eco di quel balbettio indistinto, immemoriale…”. L’ecolalia che ancora portiamo in noi. A quella prima perdita necessaria di cui non ci dimentichiamo, faranno seguito altre perdite: la perdita degli dèi (cap III Aleph), la perdita di fonemi inutilizzati (cap. IV Fonemi in via di estinzione). Più o meno necessarie, più o meno traumatiche, struttureranno il nostro inconscio e riappariranno nelle espressioni visibili della religiosità e creatività umana, nella poesia. La parola, l’alfabeto, la scrittura “custodisce l’oblio” della voce. La scrittura diventa il segno di una metamorfosi dolorosa per la ninfa “Io” di Ovidio (cap. XIII La mucca che sapeva scrivere), come per scrittori e poeti in esilio (Arendt, Brodskij). Dalla voce può anche sorgere un divieto di metamorfosi (Canetti – cap. XVI), parola d’ordine o sentenza di morte simbolica che significa “tu sei già morto”. “Quella che ascoltiamo” scrivono Deleuze-Guattari in Millepiani, a proposito di Canetti (enantiomorfosi) “è una parola d’ordine che è sentenza di morte, simbolica, iniziatica, temporanea”. La “lingua-senza-corpo che scrive” nel racconto Valdemar di Poe (cap XV Aglossostomografia). La lingua materna può diventare anche prigione, la madre di Canetti (nel primo tomo della sua autobiografia, La lingua salvata) lo imprigiona nella “sua” lingua materna, che non è più la lingua di famiglia, ma la “lingua della madre”, il vincolo affettivo. L’incontro con la scrittura si rivelò decisivo per Canetti, ma capì che per la madre “il tedesco era la lingua dell’intimità e dell’affetto”, “il bambino era solo il sostituto del padre morto e dei loro colloqui d’amore spezzati”. L’acquisizione della nuova lingua non fu una lingua straniera, ma “una lingua madre innestata con ritardo e con vero dolore… una seconda nascita” Le altre lingue che si mescolavano nella sua infanzia nomade hanno relegato il bulgaro nell’oblio del paese in cui era nato. Nel mettere su carta i suoi ricordi d’infanzia, scrive Canetti, “la traduzione si è compiuta spontaneamente nel mio inconscio”, quindi non c’è alcuna deformazione. La lingua dell’infanzia dimenticata trova una nuova musica attraverso una nuova lingua, ma quei suoni infantili della lingua dimenticata sono ancora dentro di lui, agiscono inconsciamente, sollevano veli, echi, designano una perdita. “È perdendo la madre che si scopre che la propria lingua madre è sempre già perduta”. Come la lingua della poesia, che è sempre un’altra lingua tradotta dalla lingua madre, scrive Marina Cvetaeva. Un autore che non figura nel libro di Heller-Roazen, Samuel Beckett, potrebbe introdurre al capitolo “schizofonetica” e costituire l’anello mancante della catena, tra parola d’ordine, lingua affettiva e metamorfosi linguistica. In Beckett (Compagnia) la voce dice “Tu sei questo e nient’altro”: corpo riverso nel buio, immobile. È il libro della sua infanzia mescolata indissolubilmente ad un presente costruito sulle parole. La voce sembra rivolta ad un altro e inventata per tenersi “compagnia”. “Parla di sé come di un altro. Immagina anche se stesso per tenersi compagnia”. Come Beckett, Wolfson scrive il suo libro in francese e parla di se stesso alla terza persona. In “Logica del senso” (LS), Gilles Deleuze scrive che la lingua materna è “alimentare e escrementizia”, legata cioè alle funzioni del corpo, lingua inglese e cibo indigeribile sono le due minacce della madre al bambino Louis Wolfson (LS, p. 81). I suoni della lingua materna sono dolorosi e devono essere soffocati traducendoli in un’altra lingua. Si potrebbe dire che lo schizofrenico ha bisogno di questa nuova “lingua straniera solo espressiva” (LS, p. 81) per staccarsi dall’oggetto amato-odiato che è il seno materno. Il seno non esiste in funzione, ma preesiste alla bocca che succhia. La voce materna minaccia di sottrarlo: non odore di latte, ma di senso, un senso alterato dagli ordini a cui il bambino dovrà sottrarsi per scoprire “le proprie profondità”. “Per il bambino il primo approccio con il linguaggio consiste appunto nell’afferrarlo come modello di ciò che si pone come preesistente, come rinviante all’intero campo di ciò che è già lì: voce familiare che veicola la tradizione, in cui si tratta già del bambino per via del suo nome e in cui deve inserirsi ancor prima di capire” (LS, p.171). Beckett sceglie il francese sottraendosi alla lingua materna che “ordina” di tornare a casa, impone gioghi affettivi e impedisce di scrivere chiaramente. Ma tornerà all’inglese, all’infanzia, negli ultimi libri. Badiou, analizzando “Worstward Ho” di Beckett, scrive: “Beckett non lo ha tradotto in francese, tanto che “Worstward Ho” sembra esprimere per lui l’irriducibilità della lingua materna. […]. Esistono alcuni testi in inglese che Beckett non ha mai tradotto in francese, e che costituiscono i resti di un qualcosa di più originario della lingua inglese per questo autore…” (Inestetica, Mimesis 2007). Per Wolfson è la costruzione di una “Tour de babil” (Torre di balbettio) che nel suo “cervello ecolalico” guarisce, o cerca di guarire, “le ferite inflitte dai suoni della lingua materna”. Il libro si conclude con un apologo sulla vita di Abu Nuwas, l’analisi di un racconto di Landolfi e un ritorno a Babele. Siamo tutti eredi degli abitanti senza memoria dell’ultimo “frammento” della Torre di Babele. Forse, conclude Heller-Roazen, “non abbiamo mai lasciato la torre, ma non sappiamo di abitarla”, ovvero di “abitare la lingua”, un’unica lingua dimenticata, respirando l’aria di molte lingue. Alfredo Riponi (lessness.splinder.com)
Daniel Heller-Roazen, Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 264, Euro 24 Lunedì, 26 maggio 2008Da Ibridapoesia: Alfredo Riponi, Requie eterna
Intanto l’esperimento di Ibridamenti prosegue (v. qui) Continua a leggere "Da Ibridapoesia: Alfredo Riponi, Requie eterna"
(Pagina 1 di 1, in totale 11 notizie)
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