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Il “sogno di lucciole” di Francesca Pellegrino: Niente di personale e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni
L’Autrice vorrebbe i due titoli strettamente collegati, fino a leggersi in sequenza, come a proteggere la propria parola poetica da sospetti di autoripiegamento solipsistico. Così lo iato tra oggettività e soggettività si rivela solo superficiale, e non solo per la sequenzialità suggerita dalla stessa Autrice, ma anche per l’unitarietà tematica, in quanto in entrambe le sillogi Questa vivisezione impietosa della realtà immediata (esteriore e interiore) si affida soprattutto alla figura retorica della sineddoche, che si fa voce recitante del malessere esistenziale: Ho gli occhi come di lucciola assetata rintocchi di luce che non lascia ombra e mi piglia una voce contralta (Niente di personale, Ho sognato di dormire senza occhi, p. 25) Sono occhi, mani, capelli, bocca, una trave, sedie, mobili e oggetti di uso quotidiano a governare la trama del discorso lirico, come a formare una tela narrativa ispessita da polvere, ruggine, sete, buio e silenzio, tutti lemmi che ricorrono tanto frequentemente nei versi da farsi parole-chiave di questo spazio poetico, dove tuttavia, insieme all’uso del correlativo oggettivo caro a Eliot, non mancano soluzioni parossistiche che allontanano il tragitto della scrittura da rischiosi cedimenti al patetico(La moglie del silenzio è sempre incinta, pp. 60- Siamo quello che siamo macerie di decenza. Alla fine c’è soltanto un unico sole e ogni tanto qualche pianeta qualche piccolo stupidissimo pianeta che ci si illumina e s’improvvisa stella. O poeta. Del resto anche Hitler suonava il violino. (Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, Stars, p. 16) Se le due raccolte condividono la stessa tensione semantica a sottoporre il reale (materiale e psichico) a una rigorosa e spietata analisi che trova il suo elemento soterico nella strategia retorica dell’ironia, a livello formale esse differiscono nello snodarsi lirico del linguaggio. In Niente di personale infatti la parola essenziale e quasi pietrificata di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni si apre e si distende in un discorso più ampio, tendente al prosastico, fino a sfiorare la poesia-racconto di cui fu maestro Cesare Pavese, mentre l’interesse per l’intelaiatura retorico-linguistica rimane sempre notevole. Numerose e felici, in entrambe le sillogi, le espressioni metaforiche, come frequenti s’incontrano i giuochi linguistici, da cui questa scrittura sembra a volte pericolosamente sedotta. Tante le trappole della scrittura e ancora più numerose e subdole quelle della poesia, che incanta con i suoi miraggi visivi, fonetici e narcissici, per condurre verso i poliedrici mondi possibili della rappresentazione lirica mediante percorsi stellari, ma spesso accidentati.
- altri articoli e poesie dell'autrice cliccando sul tag "teresa ferri" - la mia lettura di "Ho dimenticato di dare l'acqua ai sogni" qui
Giovedì, 10 settembre 2009Un vecchio articoletto del 2006
Un vecchio articoletto del 2006, "Innovazione e radici", ripreso da "Filosofi per caso", che ringrazio per l'attenzione. (v. qui)
Giovedì, 3 settembre 2009Lo straniero o del doppio, di Viviana Scarinci
di Viviana Scarinci (www.tattichesiamesi.blogspot.com) Baciato da un bacio abnorme serrato alla siamese che non ti lascia torello, aspetti i Titani rimirandoti in un riflesso che non torna Se la lingua è una maschera, maschera di una maschera è la lingua straniera (1). Dioniso, il dio straniero, pone la sua maschera sul volto di Orfeo, significando che egli è scelto come suo doppio. Il dio straniero la pone sul volto del poeta perché Orfeo è colui che in modo innato si pone in relazione con l’incomprensibilità della lingua a partire dal suo stesso gergo, inesplicabile anche al latore. Il poeta è chi per pura necessità di relazione cerca lo straniero perché egli stesso è straniero; lo cerca per via del bisogno dato dal suo nascere e vivere in un corpo il cui linguaggio non gli appartiene del tutto perché il suo gergo, come il limbo, è luogo aperto e illimitatamente esclusivo. Il poeta riproduce per imitazione la lingua che lo circonda, e all’infinito il proprio gergo. Così come Dioniso, il dio straniero, riproduce, al di là del tempo lineare, l’atto di smembrarsi e di smembrare, e fermando il tempo nella circolarità della ripetizione si sdoppia all’infinito nei due ruoli di vittima e carnefice. È lo stesso Dioniso che nelle Baccanti di Euripide narra di come il potere allucinatorio del suo sdoppiamento avesse fiaccato in mille modi Penteo. Narra di questa sua importante prerogativa, lo sdoppiamento: mentre la vittima subisce la sua efferatezza egli può mantenersi mite, forse compartecipe. Mentre Bacco sfrenato, infuria, Dioniso comprende la pena, perché la osserva. Come se l’istinto già mostrasse la sua deriva nell’inutilità – il tempo paralizza la visione –, il poeta, come Dioniso bambino, si guarda allo specchio, come un estraneo, si vede mutare e ne scrive, giusto un attimo prima dell’ennesimo titanico smembramento. Pupara sono e faccio teatrino con due soli pupi, lei e lei, lei si chiama vita, e lei si chiama morte (2), dichiara Jolanda Insana: c’è lei, vita che smembra; e lei morte che è smembrata, lei che compie e lei che è compiuta. Ma quando avviene che compenetrazione succede la vita muore addirittura di piacere (3). Un piacere sospetto che ha a che fare con l’autoerotismo della scrittura. Tuttavia se ciò che genera la poesia è un’illuminazione, in quanto illuminazione essa è lieta e rende così intensa la vita da somigliare al solo tripudio concesso al non iniziato, l’amplesso (4). Qui l’illuminazione è intesa come la libertà somma che la persona incontra al limitare dell’utilizzo consapevole degli strumenti umani, del corpo, zona limitrofa immediatamente a ridosso del confine tra terra straniera e terra nativa di cui dubbiamente ci si riconosce autoctoni. L’equivoco sta nel forzare una definizione riguardo il potenziale della carica sufficiente alla comprensione del confine, come sovrastruttura fittizia di un sistema lineare, ma cedevole. Wafaa Lamrani si esprime con una chiarezza lancinante al riguardo: ecco perché l’ottavo giorno è mio, dice: di modo che la lettera di quel giorno mi possa impregnare a partorire dei gemelli (5). Evidentemente l’ottavo giorno ha un genoma ermafrodito. Il cui processo generativo, la poetessa, rivela in modo inequivocabile, avviene per sdoppiamento: prima di iniziare ho chiarito con tono di sfida, ho annunciato che io e l’età siamo state separate sull’orlo dell’alienazione che io e il tempo siamo stati per sempre due volte (6). Una simile condizione rende impossibile la linearità, una misurazione unitaria del tempo, un sentimento univoco delle cose. L’iniziazione si basa sulla ripetizione dell’azione originaria del dio cui il rito si rivolge, è la ripetizione dell’evento inaudito, il cui potenziale irrisolto grava sull’umanità in modo universale, ponendo la necessità di un atto liberatorio che si basi sul ripetersi di questa azione nel tempo, questo movimento sdoppio, che fa convergere l’origine del culto nell’iniziato, conferisce al tempo un suo carattere presunto ma credibile, di circolarità. Il poeta, nei panni di Orfeo, come s’è visto, incarna a pieno titolo il ruolo di iniziato al culto dionisiaco, perché, ne sia o non ne sia consapevole, percorre concentricamente lo stesso atto misterico di smembrasi e di smembrare, più volte, se è necessario fino alla fine e nell’ambito dell’esistenza che le sue età scandiscono linearmente. Non in assenza di questa perversione temporale che comprende linearità e concentricità in una commistione che in questa sede non può che essere indagata poeticamente, non in assenza del mondo, ma nel suo intestino fenomeno, che è la quotidianità. Qui non altrove, i misteri si compiono. Con la stessa obbedienza che una funzione corporale richiede. Qui nasce la poesia. Questa sospensione, scrive Iole Toini, ci consegna a un dopo invisibile, nel segno della bocca che pronuncia l’altra cosa, (…) In questo luogo la memoria è futura, conta l’esatta distanza fra il corpo e la sua assenza (7). Forse questa ripetizione è ciò che certa psicologia chiama coazione a ripetere o è quel barlume d’individualità che tenta un compimento, tutt’altro che oscuro anche se per molti versi inconsapevole: la salute. Salute come afflato all’integrità. Integrità come capacità atta al contenimento del doppio. Un doppio che è il corpo sensibile e l’occhio che lo guarda, uno sguardo introiettato che assume per assurdo, potere seminale, e diventa identità della parola poetica. Il resto perde. Non può che soccombere a questo piacere. Quando le due: vita e morte, compenetrano che cosa sono il nome, il verbo, l’identità? Né il divieto annulla né l’imperativo plasma né il nome contiene (8) e in ciò il livello di devianza è tale e tanto che si finisce per parlare dell’anima come di una cosa nostra (9). (1) Giudici G., Il male dei creditori, cit. Cortellessa A., La fisica del senso, Fazi Editore 2006, p. 164 (2) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 17 (3) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 17 (4) Zolla E., I mistici dell’occidente I, Adelphi 2003, p. 24 (5) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 168 (6) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 165 (7) Iole Toini, Spaccasangue, Le voci della luna, Sasso Marconi 2009, p. 45 (8) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 168 (9) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 25 I versi delle poetesse citate in questo ambito sono parafrasati per favorirne la lettura. I testi originali cui si fa riferimento sono riportati di seguito: Jolanda Insana http://tattichesiamesi.blogspot.com/2009/08/lei-e-lei-jolanda-insana.html Iole Toini http://tattichesiamesi.blogspot.com/2009/08/io-sono-io-anche-io.html Wafaa Lamrani http://tattichesiamesi.blogspot.com/2009/09/per-sempre-due-volte.html
nell'illustrazione: Pablo Picasso, Donna allo specchio - 1937
Lunedì, 31 agosto 2009Dal caos alla forma, poesie inedite di Maeba Sciutti
Continua a leggere "Dal caos alla forma, poesie inedite di Maeba Sciutti" Lunedì, 20 luglio 2009Giovanni Catalano, l'osservatore scientifico - Nota su "Immaginate la ragazza"
Continua a leggere "Giovanni Catalano, l'osservatore scientifico - Nota su "Immaginate la ragazza"" Venerdì, 10 luglio 2009Dario Bellezza - Poesie 1971-1996, nota di Maeba Sciutti
Allorché il male non è riconoscibile in un oggetto esterno ma abita il corpo (corpo-mente o corpo-oggetto che sia) diventa impossibile trovare un nemico diverso da se stessi e, quel qualcuno da maledire o combattere di cui l'uomo cerca storicamente l'esistenza per placare i propri conati di aggressività implicita, viene a coincidere drammaticamente con il proprio Io. Allora il teatro quotidiano diventa la lotta fra l'amore estenuante per la vita e la consapevolezza di averne nel corpo, nel cuore, nella mente, la propria fine. Questa condizione non è eccezionale, ancora una volta ciò che fa la differenza è la comprensione. Dario Bellezza sa di essere il proprio avversario, di portarlo nel corpo come un male inguaribile. Impossibile ipotizzare un dramma più grande e infatti il poeta tracima, sviene, si rialza, barcolla ma resta sempre sull'orlo pericoloso della dissolvenza. Anche quando grida la rabbia verso “altri moribondi normali”, contro le “segrete immense rivalse della invidia poetica”, quando dice l'indicibile per l'uomo civilizzato e “contabile” che ha ancora qualcosa da perdere e cerca nella mediazione la sua salvezza personale, paradossalmente il lettore sente che Dario Bellezza può farlo perché non ha nessun futuro da barattare, perché ha raggiunto il culmine della sincerità nel culmine della disperazione (e forse il lettore-uomo medio non eroico pensa, con intima indignazione, che effettivamente il culmine della sincerità può esserci solo nel culmine della disperazione quando questa è intesa nel suo modo più pieno, più concreto e fatale: assoluta mancanza di speranza, assoluta assenza, certezza del non futuro). “...Ora lo sento il tempo distante da me che vivo
Continua a leggere "Dario Bellezza - Poesie 1971-1996, nota di Maeba Sciutti" Venerdì, 3 luglio 2009Marina Pizzi, L'inchino del predone
Continua a leggere "Marina Pizzi, L'inchino del predone" Martedì, 30 giugno 2009Ancora su "Notizie dalla Pizia" di Viola Amarelli
(Questa nota è stata poi ripubblicata sul sito di Lietocolle, qui)
Continua a leggere "Ancora su "Notizie dalla Pizia" di Viola Amarelli" Lunedì, 22 giugno 2009Massimo Pastore, aria di Genova
GESÙ DEI CARRUGGI Continua a leggere "Massimo Pastore, aria di Genova" Lunedì, 25 maggio 2009Cinque poesie su Filosofi per caso
Natàlia Castaldi ha voluto gentilmente pubblicare e commentare cinque miei testi sull'interessante blog di letteratura e pensiero "Filosofi per caso", che lei gestisce insieme ad Antonella Foderaro e Abele Longo. La ringrazio di cuore, anche di quello che ha scritto in quella sede.
<< Presentare delle poesie in modo oggettivo e distaccato, non filtrato dalla propria lettura è quasi impossibile e anche questa breve presentazione potrà apparire come una sorta di captatio benevolentiae nei confronti dell’autore.
Mercoledì, 20 maggio 2009Daniele Santoro - I dolori, poesie
Ho letto le prime cose di Daniele Santoro ("La vellutata luce") su "La dimora del tempo sospeso" di Francesco Marotta (v. qui). Avevo lasciato un piccolo commento. Da quello riparto per alcune brevi considerazioni su questi "Dolori". Là dicevo, con la necessaria sintesi imposta dal mezzo blog, di una visione perseguita con una certa determinazione e coscienza, anche tecnica, di qualcosa che trascende la realtà, con mezzi stilistici che Marotta aveva definito "gli specchi della tradizione", cioè sostanzialmente una prosodia con forti richiami al canone italiano, usati però insieme con consapevolezza e senza soggezione. In questi testi la visione, direi filosofica, resta, ma è orientata verso un orizzonte più terreno (gli dèi sono morti, il dolore è tutto umano, come tutta umana è la violenza verso altri uomini, gli animali, la natura, la parola stessa) in cui la morte è sempre presente, come esito e come condizione ineludibile e la violenza a tratti si scopre di una banalità harendtiana (v. la chiusa de "L'ufficiale di Hiroshima"). Il variare della prospettiva conduce al variare dello stile (che là preferivo), molti meno specchi della tradizione (ma ci sono), più linguaggio narrativo a volte dolente a volte tragicamente ironico, il senso generale di una cronaca (nel senso più antico e meno effimero del termine, e Appiano anche qui non è un caso) con echi da Spoon River ma anche (e alludo alla bella "L'esecuzione", per molti versi sorprendente) del Michel Foucault di "Sorvegliare e punire", se mi si passa questo accostamento un pò funambolico tra il porco e il povero François Damiens. Insomma la Storia, piccola o grande che sia, vera o verosimile, come campo poetico di riflessione sul dolore.
I dolori
Il refuso. Improvviso nel cuore della notte un grido incenerì il silenzio. Era il refuso. Sotto sembianza d’Angelo veniva col seguito dei dèmoni prese possesso presero possesso dappertutto sì che nessuno più poté fuggire, e dove mai peraltro, come potevamo. Di fatto sta che alzò la mano l’Angelo e ammutolì chiunque, iniziò l’omelia Funebre - per tutta la durata sghignazzò (benché bisogna dare conto che alla fine ringraziò tutti dell’elargizione). Dopo aver fatto, sbrigati i convenevoli, l’abisso tira su disincagliando i morti si insedia sulla cima si fa scuro in volto l’Evento chiudersi di porte a chiave come per incanto, di finestre dietro il velluto nero delle tende soli nel buio restare che non fa paura mentre sottili premurose voci dalla stanza accanto, si allontanano, si affinano da grave il respiro si fa fine filo di melodia, poi come fiamma lieve non ha più diritto, muore …leggera una colomba allora sulle ciglia e inizia
Continua a leggere "Daniele Santoro - I dolori, poesie" Domenica, 10 maggio 2009La figura materna, mito tra miti: Lettera alla madre di Salvatore Quasimodo
Opito qui un contributo critico di Teresa Ferri (che ringrazio) dedicato alla figura materna nella poesia "Lettera alla madre" di Salvatore Quasimodo, autore a cui Teresa ha dedicato numerosi scritti (v. bibliografia in calce)
La figura materna, mito tra miti: Lettera alla madre di Salvatore Quasimodo
Di alterna fortuna critica, la poesia di Quasimodo viene suddivisa, forse troppo rigidamente, in due versanti: quello che comprende le raccolte fino al '40-42, e quello cui fanno capo i volumi del dopoguerra. Le coordinate principali alla base di tale ripartizione si rivelano di due tipi, uno squisitamente tematico e l'altro di natura stilistico-linguistica. La prima produzione è, a giudizio critico, dominata dal tema della terra natale, celebrata come paradiso perduto, e da quello dell'esilio del poeta, rappresentato come perdita di uno stato d'innocenza e immersione nella vita alienata della società metropolitana. Una produzione dunque che, esclusivamente privata e governata dalla nostalgia, sviluppa il suo discorso, affidandosi a quel linguaggio evocativo e metafisico che fece di Quasimodo uno dei rappresentanti di punta dell'Ermetismo. Nelle raccolte del dopoguerra vengono invece ravvisati una particolare insistenza su tematiche legate alla guerra e alla questione sociale e un accentuarsi della dimensione narrativa, discorsiva del linguaggio: come se la parola quasimodiana si aprisse quindi in un più largo respiro collettivo per rappresentare lacerazioni e travagli non più soltanto intimi..A nostro parere, tale suddivisione può rivelarsi troppo rigida se si procede a un confronto rigoroso con i testi, se li si esamina alla luce di tale dicotomia interpretativa, che finisce con l'isolare determinati nuclei semici all'interno di certe raccolte e bandirli energicamente da altre, mentre l'esperienza bellica si costituirebbe come linea di demarcazione insormontabile per argomenti e motivi considerati forse troppo lirici e soggettivi e poco consoni al momento storico, alla situazione postbellica, a quella responsabilizzazione politica della letteratura auspicata dallo stesso Quasimodo nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Nobel. Se si prescinde dall'equivoco ideologico, presente in tante formulazioni critiche non soltanto relative alla scrittura quasimodiana, che imporrebbe il divieto di coesistenza testuale di determinati nuclei significazionali e una ferrea opposizione binaria tra "privato" e "pubblico", tra sfera emozionale e impegno politico, e ci si accosta ai versi senza preconcetti per reperire in essi le loro 'verità', assistiamo al vacillare rovinoso di tante consolidate certezze ermeneutiche. Al loro posto si fa largo un misurato movimento di lettura volto a ignorare binari precostituiti e a seguire invece gli alterni e audaci percorsi di una parola ignara di divieti di accesso e tesa a dar voce a un’armonica coincidenza degli opposti idonea e funzionale a tradurre il conflitto da cui la stessa nasce e di cui vive. Continua a leggere "La figura materna, mito tra miti: Lettera alla madre di Salvatore Quasimodo"
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