Il “sogno di lucciole” di Francesca Pellegrino: Niente di personale e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni
La poesia di Francesca Pellegrino, autrice di due interessanti raccolte liriche: Niente di personale (Roma, Cromografica Roma S.r.l., 2009) e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni (Patti, Kimerik, 2009), dà voce alle piccole-grandi cose che, anche in absentia, disegnano l’esistenza e i suoi contorni non sempre luminosi. I due titoli sembrano voler indirizzare il lettore fin da subito verso precisi tragitti interpretativi: il primo infatti pare sottolineare la distanza tra l’ “io” poetante e la messa in scena della scrittura, mentre il secondo pone in primo piano l’“io” e, attraverso un enunciato metaforico, denuncia l’appassire dei sogni non adeguatamente alimentati. Nell’universo semantico delineato dalla Pellegrino, almeno per quanto riguarda le intenzioni espresse nella titolazione, sembra aprirsi quindi uno iato tra la negazione della dimensione privata enunciata da Niente di personale e l’ammissione di una determinata condizione intima espressa da Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni.
L’Autrice vorrebbe i due titoli strettamente collegati, fino a leggersi in sequenza, come a proteggere la propria parola poetica da sospetti di autoripiegamento solipsistico. Così lo iato tra oggettività e soggettività si rivela solo superficiale, e non solo per la sequenzialità suggerita dalla stessa Autrice, ma anche per l’unitarietà tematica, in quanto in entrambe le sillogi la Pellegrino rivolge l’attenzione al proprio microcosmo domestico, alla propria fisicità e al suo mondo interiore per tracciare una sorta di bilancio esistenziale dalle tinte malinconiche. La scrittura riesce a farsi riflesso della segreta corrispondenza che si stabilisce tra la matericità del corpo e delle cose e l’universo emozionale, impastando la sua rappresentazione in felici soluzioni lessicali e retoriche, mentre la sintassi ne accompagna convincentemente il percorso, incagliandosi qua e là come a riprodurre il disagio del dire. L’attenzione si aggira in uno spazio che difficilmente si apre al “pubblico” (avviene, per esempio, in Dirtyng di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, p. 48), preferendo soffermarsi puntigliosamente su un orizzonte esclusivo e intimo, fino ad approssimarsi all’autorappresentazione e all’autoritratto (in Formiche, p. 43 e in Bianco, p. 51 di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, e in mi capita di non volermi sapere talvolta, p. 69 di Niente di personale ), non trascurando quella via negationis tanto felicemente esplorata da Eugenio Montale (in Scatole – le case che non sono, pp. 58-59, inNiente di personale).
Questa vivisezione impietosa della realtà immediata (esteriore e interiore) si affida soprattutto alla figura retorica della sineddoche, che si fa voce recitante del malessere esistenziale:
Ho gli occhi
come di lucciola assetata
rintocchi di luce che
non lascia ombra
e mi piglia una voce contralta
(Niente di personale, Ho sognato di dormire senza occhi, p. 25)
Sono occhi, mani, capelli, bocca, una trave, sedie, mobili e oggetti di uso quotidiano a governare la trama del discorso lirico, come a formare una tela narrativa ispessita da polvere, ruggine, sete, buio e silenzio, tutti lemmi che ricorrono tanto frequentemente nei versi da farsi parole-chiave di questo spazio poetico, dove tuttavia, insieme all’uso del correlativo oggettivo caro a Eliot, non mancano soluzioni parossistiche che allontanano il tragitto della scrittura da rischiosi cedimenti al patetico(La moglie del silenzio è sempre incinta, pp. 60-61, inDimentico sempre di dare l’acqua ai sogni). Accade anche che l’“io” lirico si pluralizzi in un “noi” per riflettere sulla condizione umana, consegnando l’amara conclusione a rappresentazioni icastiche e ironiche che, mentre rendono interessante il discorso poetico della Pellegrino, lo mettono anche al riparo da facili cedimenti a un pessimismo cosmico di memoria leopardiana:
Siamo quello che siamo
macerie di decenza.
Alla fine
c’è soltanto un unico sole
e ogni tanto qualche pianeta
qualche piccolo stupidissimo pianeta
che ci si illumina e
s’improvvisa stella. O poeta.
Del resto
anche Hitler suonava il violino.
(Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, Stars, p. 16)
Se le due raccolte condividono la stessa tensione semantica a sottoporre il reale (materiale e psichico) a una rigorosa e spietata analisi che trova il suo elemento soterico nella strategia retorica dell’ironia, a livello formale esse differiscono nello snodarsi lirico del linguaggio. In Niente di personale infatti la parola essenziale e quasi pietrificata di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni si apre e si distende in un discorso più ampio, tendente al prosastico, fino a sfiorare la poesia-racconto di cui fu maestro Cesare Pavese, mentre l’interesse per l’intelaiatura retorico-linguistica rimane sempre notevole. Numerose e felici, in entrambe le sillogi, le espressioni metaforiche, come frequenti s’incontrano i giuochi linguistici, da cui questa scrittura sembra a volte pericolosamente sedotta. Tante le trappole della scrittura e ancora più numerose e subdole quelle della poesia, che incanta con i suoi miraggi visivi, fonetici e narcissici, per condurre verso i poliedrici mondi possibili della rappresentazione lirica mediante percorsi stellari, ma spesso accidentati. Francesca Pellegrinoin queste due raccolte si fa viaggiatrice “randagia” e intelligente con “un sogno di lucciole/negli occhi scuri scuri” riflesso nei gironi del genere lirico, dimostrando notevole sensibilità lessicale e retorica nell’investire il linguaggio di quelle potenzialità simboliche idonee a renderlo rappresentazione convincente di una realtà popolata di “chiodi” e di “rintocchi di luce”, di “margherite acerbe” e di “buchi da abitare”. (Teresa Ferri)
Urbino, 24 settembre 2009
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Un'opera prima è un atto di coraggio. E anche di fede. E' un outing e un'apertura di credito verso sè stessi, aspettando il credito che gli altri sono disposti a darci. E' anche un'urgenza, a volte ci si butta dentro, in maniera rapsodica, una notevole materia poetica con un certo entusiasmo e qualche ingenuità, nella convinzione, spesso legittima, che l'ispirazione possa far gioco sul lavoro di scrittura.
Il primo libro di Francesca Pellegrino ("Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni", Kimerik 2009) è da tutti questi punti di vista esemplare. Frutto incontestabile della passione poetica, è come la passione stessa incontrollato, e forse proprio per questo divertente. E' anche, per sua natura, discontinuo, e forse per questo non monotono. E' in qualche misura, sebbene parli anche molto di dolore personale, spensierato, e forse è questo il motivo per cui è, per così dire, spiazzante. Ti rende più di una volta perplesso nel leggerlo, ma poi ti restituisce un sapore genuino e, alla fine, per quanto tu seriosamente voglia analizzare quest'opera, ti coinvolge e, come vedremo, ti emoziona. C'è uno stile dietro tutto questo? Se c'è corrisponde a un buon grado di incoscienza, o meglio a una nonchalance pressochè assoluta verso debiti o echi o tradizioni prosodiche (i "canoni strausati" a cui allude Alfredo De Palchi in una nota). In altre parole, si tratta di una versificazione "naturale" o istintiva o addirittura gradassa, come dice sempre De Palchi.
Sì, certo, gradassa e a tratti talentuosa. Perchè se superi il senso di straniamento che danno titoli un pò bizzarri come "La felicità mi è costata una mano. E due occhi", "Gli occhi rotti fanno acqua da tutte le parti", "accad(u)e(o) e l'origine della sete" ecc.; se ignori intelligentemente certi piccoli errori o tralasci la ricerca dell'invenzione linguistica a volte non convincente ma - ammetto - quasi sempre fortemente icastica, certe ripetizioni che cercano il pathos e forse possono apparire ingenue ("doratidorati", "solasolissima", "bianca bianca", ecc.), oppure alcune chiuse apodittiche e lapidarie che danno a volte un chè di troppo (v. il finale di "Fragile"); se insomma setacci la sabbia aurifera dei testi, allora scopri una serie notevole di poesie, alcune delle quali qui trascritte, in cui la misura, la resa poetica dell'esperienza, soprattutto amorosa, la rappresentazione in versi di un mondo femminile inquieto o dubitoso, e anche, come dicevo, l'emozione (vedasi ad esempio "Ruggine" o "Aged" o la quasi perfetta "Rose") vengono generosamente offerte al lettore. Rimane da sottolineare l'evidenza che proprio questa eterogeneità di elementi, questo gettare il proprio carattere non solo nell'io lirico ma anche nelle modalità di scrittura, a mio avviso potrà costituire un fertile terreno di maturazione per la poesia di Francesca Pellegrino. Non rimane che stare fiduciosamente a vedere.
Tutto il sole senza
Questo mio
è un albero che non ha più radici.
Si sono seccate di sole e
sole da un po'
come se mi fossero state potate
entrambe le mani e
poi i piedi e
si fosse fatta di legno
anche tutta la carne.
A partire dal cuore.
Tanto che non cresce più rosa e
chi passa da qui, ormai
se ne sta soltanto di spalle.
Neanche più guarda.
E a me resta zitto
di legno storto alle labbra
questo male malato di sempre
che non ha mai potuto
saputo dire e fare e
malamore.
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