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adam zagajewski alessandro amenta egon bondy ematoma pechinese esamizdat federico federici georgi gospodinov giuseppe dell'agata izabela filipiak Jaroslav Mikolajewski Krzysztof Karasek lorenzo pompeo madame intuita miron bialoszewski nika turbina poesia serena vitale sono pesi queste mie poesie traduzioni vladimir holan zbynek havlìcekMercoledì, 28 ottobre 2009Vladimir Holan - Poesie da "In progresso" Vladimír Holan ([Boemia] 1905\1980) è creatore di una poesia di ardue visioni interiori e di straordinaria densità metaforica. Dopo la prima raccolta di versi Il ventaglio delirante (1926) maturata con originalità di scrittura e di temi nel clima del poetismo, si tenne in disparte dalle correnti letterarie contemporanee. Fece una scelta di autoreclusione, a partire dall'ultima guerra fino alla morte, nella sua casa nell'isola di Kampa (Praga). La sua poesia è densamente intellettualistica, ricca di metafore oscure e cristalline, tesa a distillare i nuclei metafisici del rapporto tra uomo e realtà: Trionfo della morte (1930), L'arco (1934). Dopo la guerra e l'occupazione nazista si volse verso una maggiore affabilità, raggiungendo a tratti una semplice e grandiosa eloquenza epica: Primo testamento (1940), Terezka Planetova (1944), Viaggio d'una nuvola (1945), Ringraziamento all'Unione Sovietica (1945), Requiem (1945), Soldati rossi (1956). Dopo questa parentesi H. abbandonò definitivamente i temi politici e tornò, approfondendole, alle sue ardue visioni interiori. Nel poema Una notte con Amleto (1964) gli incubi della fantasia del poeta parlano per bocca di una stralunata reincarnazione dell'eroe shakespeariano, in un frenetico sovrapporsi di tempi storici e di motivi mitici e etnologici. Negli ultimi anni ha scritto: Ma c'è la musica (1968), Un gallo a Esculapio (1970), I documenti (1976), Ovunque è silenzio (1977). Pur nel suo itinerario solitario e singolare, la poesia di H. che è una delle migliori espressioni della lirica del secolo, dimostra una spontanea contiguità con alcune costanti della poesia ceca: la tensione barocchista con i suoi possibili sbocchi surrealisti; l'ispirazione notturna che ha il massimo esempio nell'opera di Mácha e che in H. è soprattutto compresenza di morte e di vita, presenza occulta della morte come matrimonio della vita. (fonte: www.zam.it)La traduzione è di Serena Vitale. I testi sono tratti da "Poesia Due", Guanda 1981. Gli originali sono stati omessi per difficoltà tipografiche, ma sono a disposizione di chiunque li richiedesse. da In progresso INCONTRO I Dove va quella bambina? Con i capelli che la riga divide su rate di strappati orecchini, con la pagella del primo semestre di ingiustizie e zoccoli suolati di bara - va dal sesso cieco di un'aliena canzone verso un'ancòra lontana, indelicata, astiosa notte dei semi sulla terra così dura dei sentimenti umani. Dio stesso ha navi tatuate, e basta... Continua a leggere "Vladimir Holan - Poesie da "In progresso"" Venerdì, 12 giugno 2009Poeti dell'Est 9 - Izabela Filipiak
MADAME INTUITA Tutta la vita come un corso di second language un mucchio di sacrifici da emigrante e alla fine non sono mai riuscita a sbarazzarmi dell’accento lo riconoscevano con mio disappunto nonostante mi sentissi assimilata come si deve: e dunque, tanto sforzo per niente? Così scoraggiata in segreto da me stessa ho iniziato lezioni di conversazione di effimero linguaggio ma anche qui parlo con un accento persino più forte perdo il filo e le connessioni è inevitabile Potrebbe chiamarsi materno eppure io non ho una madre, ma solo qualche favola e mito – stai guardando il ballo di una donna distratta su una fune – cadrà? si afferrerà a qualcosa? il ricordo annotato dei suoi sbalzi d’umore e della loro fine non invoglia molto alla scioltezza di parola La lingua lontana eppure vicina è come acqua scivola tra le dita un attimo dopo di nuovo vuote e rugiadose lascia un retrogusto di piacere cristallino mentre come un poeta del primo rinascimento assaporo la struttura elaborata del latino il suo ammirevole e logico contenuto Nei concorsi retorici sono avvantaggiata dalla lingua delle classi colte Solo la mancanza di prudenza si discosta dalla più giusta delle regole che l’origine fin troppo incerta va cancellata con uno studio zelante anche se non svanirà mai Insicura di me stessa smetto di parlare ascolto soltanto afferro i suoni un torrente montano cadendo giù per le rocce svanisce come battito irregolare come ritmo come eco come un folletto – ora son qui e ora non più prima che riesca a ridere mi addentro carponi in strati di dolore e di danno – che devo farne? Un’altra voltami imbatto in stralci di lettere in racconti interrotti Allora collego i fili faccio chiarezza nel disegno Guardo soltanto sono felice non dico niente per non spaventare neppure col respiro la figura sul ciglio della strada per metà donna e per metà animale Quando mi volterò e guarderò di nuovo là Troverò almeno l’ombra dei suoi piccoli zoccoli?
Continua a leggere "Poeti dell'Est 9 - Izabela Filipiak" Martedì, 16 dicembre 2008Nika Turbina - Quattro inediti, con una nota di F.Federici
Su alcuni inediti di Nika Turbina Federico Federici Gli ultimi testi in Sono pesi queste mie poesie non appartengono al primo lavoro già edito di Nika Turbina, Quaderno di appunti. Pesciolino d’oro, scritto tra l’Italia e Yalta nel 1985, in concomitanza della visita a Venezia per la consegna del Leone d’oro, chiude una breve sequenza di inediti, ispirati a quel viaggio che toccò molte città. In essi, accanto all’apparente marginalità delle occasioni (un motivetto italiano che risuona nella trattoria da Gino, la calura dei pavimenti assolati, i gatti randagi e i corvi al Colosseo), è la consueta febbre d’Universo, latente nelle cose, stretta nell’accostamento lieve di due versi, che non fa rumore: «Nudi i piedi sulla sabbia, / le tracce rimangono lontano». Non è a caso che proprio Pesciolino d’oro, che ribalta in qualche modo lo schema classico dell’omonima fiaba russa, chiuda la sequenza: il ritorno a casa ristabilisce forse il sofferto primato della vita sulla pur breve fortuna del sogno. Per gli ultimi tre testi inseriti nel libretto invece, posteriori al 1990, una datazione più precisa non è possibile. Nika Turbina non era solita indicare luogo e data della prima stesura, forse per abitudine a una forma di istintiva oralità che, sin dall’infanzia, aveva accompagnato le sue creazioni, quando toccava alla madre il compito di riportare su carta le parole. Il periodo in cui sono stati scritti, però, è certamente quello che ha inizio col suo trasferimento a Mosca, per continuare gli studi presso l’Istituto di Cinematografia e l’Istituto di Cultura. Risulta al momento difficile tracciare un percorso chiaro e organico della sua poetica in età matura, ma ritengo che, in quello che sinora ho tradotto dall’archivio, siano già individuabili alcune linee, il cui spessore e la cui rilevanza andranno valutati e confermati a lavoro ultimato. I temi a lei cari sin dai primi esperimenti poetici continuano ad agire: l’isolamento, l’infanzia persa o tradita, l’alterna fiducia nel potere salvifico della parola «Mi hanno tormentata le parole nuove. [...] / Mi sono vantata a lungo / di quella che ho scordato», il dialogo con una figura lontana o assente in cui s’incarna disperata la cura per gli affetti più vulnerabili «Mamma, mamma, una culla in seta / rossa come frangia sopra gli occhi». Accanto ad essi affiora occasionalmente una connotazione più civile, che rivela radicato amore e senso di appartenenza per la propria terra: «Sciogliere / le briglie all’anima, / scaldare le persone / con la forza oscura / di un amore grande. / La patria / che amo ardentemente». Il linguaggio si carica di immagini, a volte delicate e nitide come nelle poesie d’infanzia, a volte articolate, quasi indistricabili «Scricchiola qualcosa in questo mondo finto. / La vita scola rapida nei tubi. /...Come un rivoletto d'acqua, / esagerando, / cade dal balcone / vanta d’aver fatto lui da testimone / alla storia della “Creazione”…», cariche di un’ansia e di un vigore nuovi, in cui lascia la parola solo un margine tagliente alla rassegnazione: «Passar / davanti alla bugia su un cavallo, / fare un nodo alla criniera. /Ai bambini dar la gioia / sorridendo alle sventure». A tratti, ma con maggior frequenza che in passato, si trovano poesie ridotte al nucleo di una fiaba, in un’atmosfera tra epos e mito. Un testo, La rana zarina, ripete il gioco felice di Pesciolino d’oro, adattando e trasformando in chiave personale il contenuto originario della fiaba «Lascia che sia io / il tuo passato, / non bruciare quella pelle ora / che sfilo di dosso»; un altro sembra disegnare la figura di una Penelope di oggi, in una misteriosa atmosfera carica di attesa, durata anni o giorni, dell’amico/amante che si è allontanato e sta per ritornare «Srotolo il gomitolo – / da tempo non lo lavoravo io per te». Oggi la lettura di tutti questi versi suscita in alcuni meraviglia, sconforto o sospetto in altri, presi più da un’ansia di morbosa indagine biografica, che da un interesse vero per la poesia, cui tutto pur si riconduce. Si dovrebbe prendere allora diversamente in considerazione chi li ha scritti: Nika Turbina. Come è indicato nella nota fornita dalla famiglia, e come si può intuire anche da fonti non ufficiali, rintracciabili su articoli sparsi e in rete, Nika trascorse l’ultima parte della propria vita lontano dall’interesse generale, quello stesso interesse in seguito più volte suscitato dalle tragiche circostanze della sua fine, dopo un’infanzia di rapidi successi e di promesse. I testi sono allora stati spesso preferiti in qualità di indizi di un malessere tutto personale, che l’ha condotta sino all’ultima fatalità, in quella notte in maggio. Non è certo il primo caso in cui episodi della vita di uno scrittore vengono riletti o esasperati a posteriori, per giustificare, quasi profeticamente, il legame tra scrittura e vita. Si tratta per lo più di cose di poco conto, buone per un trafiletto in riviste o quotidiani, in cui la retorica della bimba, che scrive meraviglie e recita indossando l’orologio dei Puffi, o quella affine della donna, che si getta, all’apice della disperazione, da una finestra, dopo avere spesso invocato il vuoto «In piedi sui confini: / solo un passo ancora, / avanti! Verso l’immortalità», hanno ancora una certa suggestione sull’ingenua sensibilità di molti. A mio modo di vedere, invece, la questione sui testi e la vita di Nika Turbina, va inserita in un contesto più ampio, nel quale la ricostruzione (перестройка) di quegli anni non può essere completamente tralasciata. Chiunque viva in società o, con metodo e coraggio, tenti di sottrarsi ad essa, è prima di tutto venuto in contatto con qualcosa che lo ha segnato nel profondo, qualcosa da cui si è sentito definitivamente respinto o attratto. In questo senso, la portata degli eventi che investirono l’Unione Sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta, la progressiva frantumazione di quel tessuto connettivo unico, in un territorio così vasto ed eterogeneo, non può avere inciso su spiriti sensibili toccandoli soltanto nella vocazione artistica. L’apertura ad Occidente, il contatto con la sua economia, il suo spirito poetico, hanno certamente disegnato gli spazi di un’altra quotidianità, posto in vivo le coordinate di un’altra cultura possibile, le sue istanze e le sue forme, procedendo dalle periferie sino al cuore centrale di Mosca, Leningrado, travolgendo la rete/gabbia di certezze cui si trovava ancorato l’individuo. Qualcosa era già penetrato nei primi anni Ottanta, in cui esperienze diverse, ancora più o meno isolate o individuali, avevano iniziato a confrontarsi con la rinuncia, tipicamente occidentale, del poeta a farsi depositario unico dei codici di una coscienza condivisa. È a questo punto che l’estenuante scavo del verso, alla ricerca del suo ultimo strato significante, diviene per molti indagine rischiosa sul nervo stesso della vita, irritato, scarnificato, provocato al continuo conflitto di parola e corpo, sino al punto in cui né la scrittura ha più strumenti o forza per arginare il corpo, né il corpo riesce a farsi più carico della parola e si frantuma insieme al testo in un unico atto di in-comprensione. Nella notte tra il 6 e il 7 maggio del 2001, ad appena ventisette anni, Boris Ryžyj, geofisico e poeta, si impicca nella sua abitazione di Ekaterinburg, con un gesto inaspettato, ma, si scoprirà, meticolosamente studiato e preparato. L’11 maggio 2002 la tragica fine di Nika Turbina a Mosca, con il volo da una finestra del suo appartamento: ultimo, disperato tentativo di abdicare la vita o disgraziata coincidenza, l’equilibrio perso malamente sedendo al davanzale, attratta da quel vuoto come da bambina? (1) In entrambi i casi si tratta di personaggi, per circostanze diverse, già sottratti all’attenzione collettiva, ai quali mal si adatta la dialettica del genio, che, in un impeto tragico, accede al mito figurandosi la morte, tanto più in una società che andava trasformandosi in senso opposto, rinunciando alla figura del poeta-titano di chiara matrice novecentesca. Non si può parlare allora strettamente di letteratura-vita come causa-effetto, come se da ultima la vita aspirasse a una mimesi del testo (o viceversa). Tracciare una demarcazione netta, sostenere le ragioni della letteratura a fronte di quelle della vita, affidando all’una il compito di spiegare l’altra, è un approccio persino troppo superficiale, arbitrario, fitto di implicazioni più ideologiche che reali. E maggiore è il talento con cui ci si confronta, più vana è la pretesa. (1)La famiglia racconta di una ragazza che stava superando ansie e insicurezze, che immaginava ancora il suo futuro. Bisogna ricordare che, a seguito del tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997, Nika Turbina era stata sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le avevano permesso di tornare, pur con qualche difficoltà, a camminare, lasciandole però problemi alla schiena.
Continua a leggere "Nika Turbina - Quattro inediti, con una nota di F.Federici" Lunedì, 14 luglio 2008Poeti dell'Est 7 - Egon Bondy
(gli altri poeti dell'est pubblicati sono reperibili con il tag corrispondente) Continua a leggere "Poeti dell'Est 7 - Egon Bondy" Venerdì, 4 aprile 2008Poeti dell'Est 6 - Georgi Gospodinov
Georgi Gospodinov Due poesie (trad. G. Dell'Agata) LE DONNE BIONDE Ad A., brunetta Comincio con le bionde c'è in esse leggerezza c'è festa similmente hanno letto Pasternak similmente Burns similmente candela e gialla fiamma similmente campo di grano similmente segale e io là salvatore e io mietitore delle donne bionde le descrivo a memoria c'è in esse sentimento ci sono film a colori e canzonette di successo rossetto di troppo e un neo c'è in esse oh! . . . ah! . . . che sgorga spontaneo c'è in esse naturalezza e pace lievi le loro lacrime stearina le loro lacrime son Yellow Submarine non credono alle lacrime delle donne bionde Continua a leggere "Poeti dell'Est 6 - Georgi Gospodinov" Venerdì, 18 gennaio 2008Poeti dell'Est 5 - Zbynek Havlìcek, L'ematoma pechinese
Pubblico qui un testo tratto da eSamizdat [http://www.esamizdat.it/] bella e documentata rivista on line di slavistica. Si tratta di un poemetto di Zbynĕk Havlìcĕk (Jilemnice, 1922 — Praga, 1969), poeta e psicologo, fondatore del gruppo surrealista clandestino di Sporilov durante l'occupazione tedesca prima di collaborare con quello di Praga degli anni 50 e 60, autore di una dozzina di raccolte di poesia e di studi teorici (inediti o clandestini) e traduttore dei surrealisti francesi (Breton in particolare). (gli altri poeti dell'est ospitati sono reperibili tramite il tag "poeti dell'est")
L'ematoma pechinese
Il nostro punto di partenza sta in strade abbandonate tra colonne di carne e botole di azoto liquido Continua a leggere "Poeti dell'Est 5 - Zbynek Havlìcek, L'ematoma pechinese" Sabato, 6 ottobre 2007Poeti dell'Est 4 - Adam Zagajewski
Nota su Adam Zagajewski a cura di Lorenzo Pompeo
Gli altri poeti dell'Est sono reperibili cliccando sul tag "poeti dell'est"
Lunedì, 16 luglio 2007Poeti dall'Est 3 - Miron Bialoszewski
NOTA SULL'AUTORE di Lorenzo Pompeo Miron Bialoszewski, nato a Varsavia nel 1922 e morto nel 1983, poeta, drammaturgo e autore di prose, era un emarginato eccentrico che visse nella più completa povertà. Inizialmente mise in scena i suoi drammi assurdi in un appartamento privato insieme ad alcuni amici e nel '56 fu in grado di pubblicare la prima raccolta delle sue poesie, "Obroty rzeczy" ("Attitudini delle cose"), che provocò reazioni contrastanti. Solo dopo il '56 , grazie ai cambiamenti politici avvenuti in Polonia e in tutta l'Europa orientale, nella poesia polacca si poté affermare un indirizzo sperimentale. Come reazione alla retorica del realismo socialista, la poesia abbandonò ogni intento didattico. Al contrario, sotto l'influsso dell'esistenzialismo, i poeti e gli scrittori spesso si servirono in questo periodo di metafore grottesche e del nonsenso.
Continua a leggere "Poeti dall'Est 3 - Miron Bialoszewski" Sabato, 19 maggio 2007Poeti dall'Est 2 - Krzysztof Karasek
IL POETA SIEDE SULLA NUVOLA A cura di Lorenzo Pompeo Krzysztof Karasek nasce a Varsavia nel 19 febbraio del In Polonia, dove la sua barba bianca è assai nota ben oltre i circoli dei cultori del verso, la sua poesia venne associata, già negli anni ’70 alla generazione della “nowa fala”, ovvero ai poeti che si erano formati a seguito del trauma del ’68 polacco, quando alle manifestazioni studentesche represse brutalmente dalla polizia seguì un’infame campagna antisemita orchestrata dal regime. Manifesto di questa generazione fu il saggio Il mondo non rappresentato firmato nel ’71 dai poeti Zagajewski e Kornhauser. L’intento di questi poeti era quello di “demistificare” e “decostruire” la rappresentazione della realtà offerta dai mezzi di comunicazione di massa controllati dal regime (per inciso, anche i primi documentari di Kieślowski sono l’espressione della medesima esigenza). Tuttavia in Karasek la dimensione dell’impegno non è mai stata prevalente. Ciò che condivide la sua poesia con quella della generazione della “Nowa fala” è, semmai, una certa inquietudine e un disagio, uniti a una grande diffidenza nei confronti del mondo, minacciato dal non senso, sia nella dimensione pubblica che in quella privata, come appare evidente anche dal titolo della sua raccolta del 1979 Prywatna historia ludzkości (“Storia privata dell’umanità”). Grazie anche a una profonda e ricca vena metafisica, la poesia di Karasek non ha affatto risentito delle trasformazioni politiche e sociali che il suo paese ha attraversato negli ultimi due decenni.
Giovedì, 16 marzo 2006Jaroslav MikolajewskiDall’amico Lorenzo Pompeo, slavista di cui qualche anno fa avevo già apprezzato belle traduzioni di Bialoszewski e Zagajewski, ricevo alcuni testi del poeta polacco Jaroslav Mikolajewski, poco noto al pubblico italiano. Per chi fosse interessato alla letteratura dell’Est europeo segnalo l’ottima rivista on line eSamizdat, di cui Lorenzo è stretto collaboratore.
Affascinato dalla “poetica dell’istante”, che non a caso ci ricorda poeti come Saba e Penna, la sua poesia si esprime spesso attraverso oggetti di uso comune (vedi ad esempio il materassino dell’omonima poesia), è il cantore degli affetti familiari e di una natura mite e docile (come gli scoiattoli che ricorrono spesso nelle sue poesie) percorsa tuttavia da una leggera nota malinconica, giacché anche in questo orizzonte sereno il tempo passa e fatalmente si avvicina il termine ultimo di tutto, degli oggetti e degli affetti. Quella di Mikołajewski è una poesia intima, discreta, che predilige le tinte pastello.
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