Marina Pizzi

da

La giostra della lingua il suolo d’algebra

2006-

 

 

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71.

Mulinello di sterpi la decisione

o semplicemente il desiderio

di poter decidere se abbandonare

la nenia del soqquadro la faccia unta

sul far della sera la faccia azzima

sul far della luce e se Fabrizio

fosse vivo dentro la voce. Accosti ancora

le persiane simili all’anatema

del senso che ti nacque natura brava

a con-turbare scempio. Le capocciate

del cucciolo affamato sono l’eloquenza

la brevità del vero.

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72.

Rotte d’eclisse baveri d’occaso

il randagio atlantico.

La sferza della terra costo di stonìo.

Appena donna appena uomo un modo

di non poter stare. La pena nomade

il démodé da subito. La calandra

biffata della Ferrari le uova fritte

del campo profughi. Guaio di cenere

l’avverbio biologico sull’amore.

Il nodo sulla coda della cometa

(il ricordo di dover dar miracolo)

dia sorriso vita natural durante.

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73.

L’armistizio nel foglio di luna

giammai la pace

il cancellino del centellino.

Una foschia dalla stamberga

sembra un uragano, ignoto inganno

la curva alla bravura dello spazio.

Appena alzata la terra, dirsi addio.

Il capomastro del basto faccia sediole

a conforto di vacanza.

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74.

Costrizioni

 

Esiste la soma, è gran dilemma

maiuscolo al cantore lo steccato.

La salsedine del buio le insanie tutte

quasi beltà di noi.

Con un ladrone di soffitte vorrei crepare

parente gemellare, parto gemellare

con voglia di pomo quest’aria in bilico.

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75.

In preda all’erta si fa sconfitta

l’aureola del suolo. La giungla rossa

partigiana apolide pro sangue

arringa nella voce fuso dismesso.

Eri lì e qui e là un attimo fa

con il tuo sangue lirico già liso

sospiro della marcia di bastarti

noia lo stato con l’eremo udito.

Una miniera foltissima d’oro

non proscrisse morte.

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76.

E’ stato inciso il sibilo nel bilico del tocco

tema del ricordo e quasi

un’altra atomica da sotterrare

da dissotterrare per altri stili di corpi.

Un’intera galassia è stata

nel polso bambina di una bambina

predata alla trincea. A cena la lattuga

appassisce prima anche con il limone.

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77.

Chi nell’abbazia del primo stuolo

quando l’enigma era bambino?

Il feretro che gemma in altri pollini

le stanze in giostre le libertà trovate!

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78.

Nel necrologio il tuo volto di festa

titanico bambino che non serve.

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79.

Attualmente agonico sosta nel finito

il villaggio russo del 1986

quando l’atomica casalinga

per beffa di errore dimenticò la guerra

e dimenò e dimena e dimenerà

latrine le fanciullaggini

le gite orride nel ventre. La rottura

della terra, blasfemo il segna stato

di banderuola atomica per sempre

immessa in ruolo per tutto lo stuolo

carnale il sasso radioso lo spintone

per la fossa. 

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80.

La scala è senza indirizzo

(non c’è teatro nel sudario)

aspetti che l’equilibrio sia disposto

nel mantice esalato.

Il paesello del senso ti fu maligno

smacco di clessidra darsena di meno

i disegni di bambini alle finestre

che sembrano asilo.

Alle dispense dell’urlo la stanza

perdurante, rata di lutto.

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81.

E’ finita la stoffa

l’argine del grido

con o senza cometa

con confische di bello a far divieti.

La tua tara è bastata alla penata

darsena del seno

il furioso aroma della manna inavveduta

origine di altro da altri.

A tutto spiano la resina del dolo.

Il tremolio delle dita

gravate dal bagliore del confine.

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82.

Le sciagure del caos

in far di costrutto

per le costrizioni.

Conventicole di raucedini

le corse per la cosa

senza casa in tasca.

In balìa di un mantice

la cerimonia vulgata per inediti

ragazzi alle condanne.

La grotta del soldato sa

la conversione alla società del boia.

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83.

Non sa dormire nel collo di bottiglia

stemperare l’acredine del vento

intonacato e pazzo. Gli alberi giovanili

giocano ai viali i più amicali. Domenicali

i lunedì dell’anticorso quando le sonde

abbracciavano le stelle ad una ad una

una natura casta in stato cialda

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84.

Le tenerezze del condannato

il quadro clinico bestemmiato intatto

nel solvente di fingere

fino all’ultimo le gerarchie del pane

l’urlo in cambusa senza alcuna fame.

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85.

Staffetta irenica

 

Abaco o pallottoliere

Convoco e candeggio

Io ne muoia lieta

Io ne muoia lieto

Staffetta irenica

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86.

Ne morirò con il tragitto in gola:

chiamami nei nomi delle preghiere

nel flusso delle stoppie

le quadrerie dei cimiteri

nel peristilio di un bacio di sguincio.

In pieno sulla sponda d’oltre sporta

la parità infine, passaggio a livello

senza lezione, elmetto incontinente

quale materna sincope vederti…

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87.

Fra cicale di spasmi

nel cimitero d’intimo

la musicanda arguzia del poeta.

Sono ai cipressi i talami del chiodo.

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88.

Con l’astrolabio sgomento in riva al mare

la libertà del chiodo:

anfiteatro di ellissi-eclissi questo

stor-dire insieme genuflesso e altero

poesia del peso rotto.

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89.

Il cancelletto azzurro fu la bacca

fiorentissima bravura d’eclissi

il tempo appena preparato per

la giuria del sangue addirittura

prospera, impegno e sodalizio un far

di sperpero, consunzione l’università

del pendolo.

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90.

torno dal tuo viso

con le stampelle rese

giacché volo dal database

record di record.

sono il brevetto di un contento

imbocco senza la bora del vanesio

come di bora intanto se vissi

coma di bora intanto se vissi.

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91.

Curva a gomito il dissipato

sotto giro di riciclo

orto di sabbia vuota, con le stoppie

analfabete all’incendio:

in un busto di storia il falò

del greto senza riguardo.

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92.

Badiola d’amore il tuo dio

conchiuso all’uso.

Sovente il lastrone tombale

arriva ad aprirsi per simpatia d’uso.

Cadenze di comete i tuoi occhi

a riva ormai per me lontana.

Attenersi al lavabo tutti i giorni,

a forza di fossa la sentinella è paga?

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93.

Nel quadernino rosso pre-computer

ogni verso una sfida sacrificale

una cantina con vista

calata sugli occhi in bagarre

non alfabetico lo sguardo.

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94.

 

 

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